A Torino si parla di mortalità materno-infantile: il confronto tra Africa e Italia

Daniela Devecchi

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A Torino si parla di mortalità materno-infantile: il confronto tra Africa e Italia

Ogni due minuti, da qualche parte nel mondo, una donna perde la vita durante la gravidanza o il parto. Non è un numero buttato lì: sono 260mila madri ogni anno. E più di due milioni di neonati che non arrivano a compiere un mese di vita.

Mercoledì 24 settembre, all’Accademia di Medicina di Torino, questi numeri hanno preso forma e voce. La serata, dal titolo “Mortalità materno-infantile in Africa e in Italia”, si è svolta in presenza e in webinar. Una platea attenta, e tre relatori che hanno tracciato scenari molto diversi tra loro, ma legati dallo stesso filo rosso: la fragilità della nascita.

L’Italia non è immune

A introdurre i lavori è stato il professor Enrico Bertino, neonatologo. Poi la parola è passata a Chiara Benedetto, professore emerito di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Torino.

In Italia, ha ricordato, la mortalità materna è ormai rara. Ma non assente. E i punti critici ci sono: l’età media delle donne che diventano madri si è alzata molto, le pazienti migranti spesso incontrano ostacoli linguistici o culturali, senza contare le differenze legate all’appartenenza etnica. Insomma, anche in un Paese ad alto reddito come il nostro, le disuguaglianze pesano.

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In Africa la sfida è quotidiana

Un’altra storia, quasi un altro mondo, è quello raccontato da don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm. In gran parte dell’Africa subsahariana i problemi sono di base: mancanza di personale formato, costi dell’assistenza, ritardi enormi nell’arrivare a un ospedale. Piccoli ostacoli che, sommati, diventano drammi.

Eppure, ha sottolineato Carraro, i progressi sono possibili. Con progetti mirati, formazione, e sostegno internazionale. Non basta però “portare modelli occidentali”: serve adattarli alle comunità locali, ai loro tempi, alle loro necessità.

Una questione di disuguaglianze

“Un inizio sano, un futuro pieno di speranza”. È lo slogan scelto dall’OMS per la Giornata mondiale della salute 2025. Parole forti, ma che richiamano a una realtà precisa: la mortalità materna e infantile è lo specchio delle diseguaglianze. Non solo tra Paesi ricchi e poveri, ma anche all’interno delle stesse società.

Non è quindi solo un problema di medicina. È un problema di equità, di accesso, di giustizia sociale.

Quali strade percorrere?

La domanda rimane: come ridurre davvero queste morti? Gli esperti sono concordi su un punto: non esiste una soluzione unica. Ogni contesto richiede strategie adatte, ma servono più investimenti, più attenzione politica, e soprattutto continuità.

La registrazione dell’incontro sarà presto disponibile sul sito dell’Accademia di Medicina di Torino. Perché di queste cose non si dovrebbe parlare solo tra addetti ai lavori. Riguardano tutti.