Ogni due minuti, da qualche parte nel mondo, una donna perde la vita durante la gravidanza o il parto. Non è un numero buttato lì: sono 260mila madri ogni anno. E più di due milioni di neonati che non arrivano a compiere un mese di vita.
Mercoledì 24 settembre, all’Accademia di Medicina di Torino, questi numeri hanno preso forma e voce. La serata, dal titolo “Mortalità materno-infantile in Africa e in Italia”, si è svolta in presenza e in webinar. Una platea attenta, e tre relatori che hanno tracciato scenari molto diversi tra loro, ma legati dallo stesso filo rosso: la fragilità della nascita.
L’Italia non è immune
A introdurre i lavori è stato il professor Enrico Bertino, neonatologo. Poi la parola è passata a Chiara Benedetto, professore emerito di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Torino.
In Italia, ha ricordato, la mortalità materna è ormai rara. Ma non assente. E i punti critici ci sono: l’età media delle donne che diventano madri si è alzata molto, le pazienti migranti spesso incontrano ostacoli linguistici o culturali, senza contare le differenze legate all’appartenenza etnica. Insomma, anche in un Paese ad alto reddito come il nostro, le disuguaglianze pesano.
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In Africa la sfida è quotidiana
Un’altra storia, quasi un altro mondo, è quello raccontato da don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm. In gran parte dell’Africa subsahariana i problemi sono di base: mancanza di personale formato, costi dell’assistenza, ritardi enormi nell’arrivare a un ospedale. Piccoli ostacoli che, sommati, diventano drammi.
Eppure, ha sottolineato Carraro, i progressi sono possibili. Con progetti mirati, formazione, e sostegno internazionale. Non basta però “portare modelli occidentali”: serve adattarli alle comunità locali, ai loro tempi, alle loro necessità.
Una questione di disuguaglianze
“Un inizio sano, un futuro pieno di speranza”. È lo slogan scelto dall’OMS per la Giornata mondiale della salute 2025. Parole forti, ma che richiamano a una realtà precisa: la mortalità materna e infantile è lo specchio delle diseguaglianze. Non solo tra Paesi ricchi e poveri, ma anche all’interno delle stesse società.
Non è quindi solo un problema di medicina. È un problema di equità, di accesso, di giustizia sociale.
Quali strade percorrere?
La domanda rimane: come ridurre davvero queste morti? Gli esperti sono concordi su un punto: non esiste una soluzione unica. Ogni contesto richiede strategie adatte, ma servono più investimenti, più attenzione politica, e soprattutto continuità.
La registrazione dell’incontro sarà presto disponibile sul sito dell’Accademia di Medicina di Torino. Perché di queste cose non si dovrebbe parlare solo tra addetti ai lavori. Riguardano tutti.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






