Mettiamo che guadagniate 55mila euro lordi l’anno. Oggi, sui 5mila euro che superano la soglia dei 50mila, lo Stato si prende il 43%. Dall’anno prossimo, se la manovra andrà come il governo ha annunciato, su quella stessa fetta se ne prenderà il 33%.
Fanno cinquecento euro in tasca. Non una rivoluzione, ma neanche niente.
Prima di fare i conti, però, va messa una premessa che quasi nessuno scrive: al momento non esiste alcuna norma. Il disegno di legge di bilancio arriva in autunno e deve essere approvato entro il 31 dicembre per valere dal primo gennaio.
Dove siamo adesso
Le aliquote in vigore nel 2026 sono tre.
Il 23% si applica ai redditi fino a 28mila euro. Il 33% alla fascia compresa tra 28.001 e 50mila. Il 43% a tutto quello che sta sopra i 50mila.
È il risultato di due interventi successivi. Prima il governo ha accorpato quattro aliquote in tre, facendo sparire la vecchia fascia tra 15mila e 28mila euro, che pagava il 27%, e assorbendola nel primo scaglione al 23%. Poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, ha abbassato l’aliquota intermedia dal 35% al 33%.
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Cosa cambierebbe nel 2027
Qui c’è un equivoco da sciogliere subito, perché molti si aspettano nuove percentuali.
Le aliquote non cambiano. Restano tre e restano 23, 33 e 43 per cento. L’unica cosa che si sposta è il tetto del secondo scaglione, che passerebbe da 50mila a 60mila euro.
Tradotto: la fascia di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro smetterebbe di essere tassata al 43% e verrebbe tassata al 33%. Dieci punti percentuali in meno su diecimila euro.
Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo l’ha formulata così: dopo aver fissato il secondo scaglione al 33% tra 28mila e 50mila euro, l’obiettivo è ora abbracciare anche la fascia tra 50mila e 60mila.
Quanto si risparmia, numero per numero
I conti sono lineari e si fanno in un attimo.
Il risparmio parte da 100 euro per chi dichiara 51mila euro, e cresce di cento euro ogni mille euro di reddito in più. A 55mila euro il beneficio è di 500 euro, a 58mila di 800, a 60mila tocca il massimo: 1.000 euro l’anno.
Da quota 60mila in su, in assenza di correttivi, il vantaggio si ferma lì. Chi dichiara 80mila euro risparmia esattamente quanto chi ne dichiara 60mila: mille euro. Non uno in più.
In busta paga, divisi per tredici mensilità, parliamo di una settantina di euro al mese nel caso migliore.
Chi resta a bocca asciutta
E qui arriva la parte che conviene dire chiaramente, perché è la prima cosa che il lettore vuole sapere.
Se guadagnate fino a 50mila euro lordi, questa misura per voi non esiste. Non un euro. L’IRPEF lorda resta identica a quella del 2026, perché il taglio opera soltanto sulla quota di reddito che supera i cinquantamila.
Esiste una seconda ipotesi che riguarderebbe tutti, ed è quella di abbassare la prima aliquota dal 23% al 22%. Quella sì toccherebbe ogni contribuente con reddito imponibile sopra la no tax area. Ma è l’opzione più incerta delle due, e costerebbe circa un miliardo e mezzo in più.
Il nodo delle coperture
Perché il condizionale resta d’obbligo, lo spiegano i numeri.
L’estensione della fascia al 33% costa, secondo le ricostruzioni di stampa, tra i 2,7 e i 3 miliardi di euro l’anno. Aggiungendo il taglio della prima aliquota si arriva intorno ai quattro miliardi e mezzo.
Sono risorse che il governo dovrà trovare, e il perimetro definitivo si conoscerà solo con il documento programmatico di bilancio e poi con il testo della manovra.
C’è poi una questione tecnica che deciderà chi incassa davvero il beneficio. Oggi esiste un meccanismo che sterilizza il vantaggio fiscale sopra i 200mila euro di reddito, ma è stato calibrato sul solo taglio dell’aliquota intermedia. Se si estende la fascia, quell’importo va ricalcolato, altrimenti l’effetto non è più lo stesso. È uno dei punti ancora da definire.
Quando lo sapremo
Il calendario è quello di sempre.
Il disegno di legge di bilancio viene presentato in autunno, il Parlamento lo esamina e può modificarlo con emendamenti — anche sulle aliquote, cosa che negli ultimi anni è puntualmente successa. L’approvazione deve arrivare entro il 31 dicembre 2026.
Se tutto va secondo i piani, gli effetti si vedranno sulle ritenute in busta paga e nel cedolino della pensione a partire da gennaio.
Fino ad allora, qualunque cifra circoli è una proiezione su un testo che nessuno ha ancora scritto.
Le domande che si fanno tutti
Quali sono le aliquote Irpef 2027?
Nelle ipotesi allo studio restano tre e invariate: 23%, 33% e 43%. A cambiare sarebbe soltanto il tetto del secondo scaglione, da 50mila a 60mila euro.
Quanto si risparmia con il nuovo scaglione?
Cento euro per ogni mille euro di reddito oltre i 50mila, fino a un massimo di mille euro l’anno a quota 60mila. Oltre quella soglia il beneficio resta fermo a mille euro.
Chi guadagna meno di 50mila euro ha un vantaggio?
No, non da questa misura. Un beneficio per tutti arriverebbe solo con l’eventuale taglio della prima aliquota dal 23% al 22%, che però è un’ipotesi separata e più incerta.
È già stato deciso?
No. Non esiste ancora alcuna norma: si tratta di ipotesi contenute nelle dichiarazioni del governo e nelle ricostruzioni di stampa in vista della legge di bilancio.
Da quando si vedrebbe in busta paga?
Da gennaio 2027, a condizione che la manovra venga approvata entro il 31 dicembre 2026 con quel contenuto.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






