Legge elettorale, la maggioranza supera il primo voto segreto: 229 a 151. Ma la data che conta è l’8 ottobre

Serena Comito

Legge elettorale, la maggioranza supera il primo voto segreto: 229 a 151. Ma la data che conta è l'8 ottobre

Una manciata di secondi davanti al tabellone, poi i numeri. Duecentoventinove no, centocinquantuno sì: le questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni cadono, e la riforma della legge elettorale resta in piedi.

Si votava a scrutinio segreto, ed è questo che rendeva il passaggio di giovedì diverso da qualsiasi altro. Nel segreto dell’urna elettronica nessun capogruppo può controllare chi ha premuto quale pulsante.

La maggioranza ha retto. Ma il test vero arriva tra sei giorni.

Perché il segreto cambia tutto

La riforma è in terza lettura a Montecitorio, dopo il via libera del Senato di metà settembre. Le pregiudiziali erano state depositate da Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e Più Europa — tutti i gruppi di opposizione tranne Azione — e sono state votate insieme, in un’unica votazione segreta a cui hanno partecipato 380 deputati.

Il precedente che pesava sull’Aula risale a luglio, quando un passaggio sulle preferenze aveva fatto emergere divisioni interne alla coalizione. Da allora il voto segreto è diventato, per le opposizioni, lo strumento per far venire a galla i malumori che in pubblico nessuno dichiara.

In Aula, giovedì, c’erano quasi tutti i rappresentanti del governo, dopo la convocazione decisa da Giorgia Meloni. Assente Matteo Salvini, che però siede al Senato. Al termine della votazione il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato che i numeri sono chiari.

Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha sostenuto che la maggioranza avrebbe raccolto sette voti oltre il proprio perimetro. È una lettura dei tabulati che va presa per quello che è: nel voto segreto si registra chi vota, non come.

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La settimana che decide

Il calendario dei prossimi giorni è fitto e non casuale.

Lunedì 5 ottobre il governo porrà la questione di fiducia sui primi tre articoli della riforma. Martedì 6 si vota la fiducia sugli articoli 1 e 2, mercoledì 7 quella sull’articolo 3.

Qui sta il punto che spiega l’intera strategia: il voto di fiducia, per regolamento, è palese. Si vota per appello nominale, ciascun deputato risponde a voce. Mettendo la fiducia sui tre articoli centrali, il governo li sottrae al segreto e li blinda.

Solo che sul voto finale la fiducia non si può porre. E lì, giovedì 8 ottobre, lo scrutinio segreto torna.

È per questo che la giornata dell’8 è considerata lo snodo della legislatura. Meloni ha ripetuto più volte che un passo falso in Aula avrebbe conseguenze.

Cosa prevede la riforma

Vale la pena ricordare su cosa si sta votando, perché il testo cambia l’architettura del voto italiano.

Spariscono i collegi uninominali del Rosatellum. Al loro posto un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza fisso: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla lista o coalizione che supera il 42% dei voti.

La condizione è stringente: la soglia va raggiunta in entrambe le Camere. Se manca anche in una sola, il premio non scatta da nessuna parte e tutti i seggi, compresi quelli del premio, vengono distribuiti proporzionalmente.

Esiste anche un tetto: il vincitore non può superare i 220 deputati e i 113 senatori, esclusi i seggi delle circoscrizioni estere.

Le soglie di sbarramento restano quelle attuali, 3% per i partiti che corrono soli e 10% per le coalizioni. È stata però abolita la soglia minima per contribuire al computo della cifra elettorale nazionale: anche i voti delle liste più piccole, sotto l’1%, alimentano il totale utile a raggiungere il 42%. Un vantaggio per i partiti minori dentro le coalizioni.

Tornano le preferenze, ma a metà: il capolista resta bloccato, mentre per gli altri l’elettore può esprimere fino a tre crocette su sei nomi prestampati, con obbligo di alternanza di genere pena l’annullamento della preferenza.

Infine l’elemento più discusso: ogni lista o coalizione dovrà indicare il nome del candidato presidente del Consiglio al momento del deposito del simbolo, insieme al programma. In coalizione il nome dev’essere unico, e la mancata indicazione comporta l’inammissibilità delle liste. Il testo richiama esplicitamente l’articolo 67 della Costituzione sull’assenza di vincolo di mandato e l’articolo 92 sulla prerogativa del capo dello Stato di nominare il presidente del Consiglio.

Due nomi per la stessa legge

Sul merito le posizioni sono inconciliabili, e si vedono già dai soprannomi.

Per la maggioranza è lo “Stabilicum”: una riforma che restituisce agli elettori la possibilità di scegliere i parlamentari con le preferenze e che garantisce un governo stabile il giorno dopo il voto.

Per le opposizioni è il “Melonellum”, una forzatura che introdurrebbe il premierato per via di legge ordinaria aggirando la Costituzione. Nelle critiche rientrano anche le preferenze giudicate incomplete, i capilista bloccati senza alternanza di genere e il meccanismo del premio.

Resta sul tavolo un’obiezione di natura diversa, sollevata da più parti: se nessuna coalizione arriva al 42% in entrambe le Camere, il sistema diventa proporzionale puro e la legge non produce alcun vincitore.

Le domande che si fanno tutti

Cosa è successo il 1° ottobre alla Camera?
L’Aula ha respinto a scrutinio segreto, con 229 voti contrari e 151 favorevoli, le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni.

Quando si vota la legge elettorale in via definitiva?
Il voto finale è previsto per giovedì 8 ottobre 2026, a scrutinio segreto.

Perché il governo pone la fiducia?
Perché il voto di fiducia è palese e sottrae gli articoli allo scrutinio segreto. Sul voto finale, però, la fiducia non può essere posta.

Qual è la soglia per il premio di maggioranza?
Il 42% dei voti, da raggiungere in entrambe le Camere. Il premio vale 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Tornano le preferenze?
Sì, ma con il capolista bloccato. L’elettore può esprimere fino a tre preferenze, con obbligo di alternanza di genere.