Vaschette di frutta al supermercato, bicchieri del bar, monoporzioni di marmellata nella colazione dell’albergo. Sono questi gli oggetti di cui si parla, anche se il nome del provvedimento non lo lascerebbe sospettare.
Giovedì la Camera ha chiuso l’iter del decreto imballaggi, approvando in via definitiva la conversione in legge del decreto-legge 143 del 7 agosto. Un testo che, in realtà, le imprese stanno già applicando da quasi due mesi.
Cosa impone, in concreto
La regola si riassume in una riga: alcune categorie di imballaggi in plastica monouso possono essere immesse per la prima volta sul mercato italiano soltanto se certificate come biodegradabili e compostabili.
La certificazione non è un’autodichiarazione: deve essere rilasciata da organismi accreditati e conforme alla norma tecnica UNI EN 13432 o a standard europei equivalenti.
Il meccanismo è stato inserito nel Codice dell’ambiente, con un articolo nuovo di zecca, il 226-quinquies. Restano in piedi, naturalmente, tutti gli obblighi già esistenti sui materiali a contatto con gli alimenti.
Quali imballaggi riguarda
Le categorie sono quattro, e vale la pena leggerle con attenzione perché sono molto specifiche.
La prima sono gli imballaggi per l’ortofrutta fresca preconfezionata sotto il chilo e mezzo: le vaschette e i sacchetti con cui arrivano a scaffale uva, pomodorini, insalata in busta.
La seconda riguarda alberghi, ristorazione e catering: imballaggi monouso di alimenti e bevande riempiti e destinati al consumo dentro il locale.
La terza sono le monoporzioni alimentari, con alcune eccezioni specifiche.
La quarta tocca il settore ricettivo, quindi anche i prodotti da bagno in confezione singola che si trovano nelle camere d’albergo.
In sede di conversione il Parlamento ha confermato alcune eccezioni circoscritte, che riguardano in particolare l’ortofrutta, l’asporto e l’ambito dell’assistenza sanitaria.
Le sanzioni: si parte da 2.500 euro, si può arrivare a 100mila
Qui il decreto non scherza.
La violazione dell’obbligo comporta una sanzione amministrativa che va da 2.500 a 25.000 euro. Ma c’è un moltiplicatore: se la violazione riguarda quantitativi di imballaggi il cui valore supera il 10% del fatturato dell’azienda, la sanzione può essere aumentata fino al quadruplo del massimo. Cioè fino a centomila euro.
La stessa sanzione colpisce chi utilizza dichiarazioni di conformità o indicazioni ingannevoli sulla compostabilità del proprio imballaggio. È il punto che riguarda direttamente il greenwashing da etichetta.
Sulla decorrenza effettiva del regime sanzionatorio le interpretazioni circolate non coincidono del tutto: chi deve adeguarsi farà bene a verificarla sul testo coordinato una volta pubblicato.
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Perché il governo è andato di corsa
La domanda che molti si sono fatti ad agosto era semplice: che urgenza c’era?
La risposta sta in un incastro di date. Il 12 agosto 2026 è diventato applicabile il PPWR, il regolamento europeo sugli imballaggi, che fissa criteri generali di riciclabilità per tutto il packaging immesso nel mercato comunitario.
Quel regolamento, però, lascia agli Stati membri una porta aperta: per determinate categorie di imballaggi è possibile sostituire i requisiti di riciclabilità con quelli di compostabilità. A due condizioni. Che il Paese disponga di sistemi efficienti di raccolta dell’umido — e l’Italia, su questo, è tra i migliori in Europa. E che introduca una disciplina nazionale in tempo utile.
Il decreto italiano è uscito in Gazzetta il 7 agosto. Quattro giorni prima della scadenza europea.
Sull’obiettivo il Consiglio dei ministri è stato esplicito: preservare la continuità produttiva della filiera nazionale delle bioplastiche compostabili, un settore in cui l’Italia ha costruito negli anni una posizione di vantaggio industriale.
Cosa resta da capire
Due questioni restano aperte.
La prima è europea: alcuni analisti non escludono che la Commissione voglia verificare se la deroga italiana rientri davvero nei margini concessi dal regolamento.
La seconda è pratica e riguarda le imprese. Il passaggio alla plastica compostabile certificata non è una modifica di etichetta: comporta cambi di fornitore, riqualifica dei materiali, verifica della compatibilità con le linee di confezionamento esistenti e, in molti casi, costi di approvvigionamento superiori. Per un bar o un piccolo albergo significa semplicemente comprare altro. Per un confezionatore di ortofrutta significa rivedere un pezzo di processo produttivo.
Le domande che si fanno tutti
Da quando è in vigore il decreto imballaggi?
Dall’8 agosto 2026. Il voto definitivo del 1° ottobre riguarda la conversione in legge, che consolida il testo con le modifiche parlamentari.
Quali imballaggi devono essere compostabili?
Quelli in plastica monouso per ortofrutta fresca preconfezionata sotto 1,5 kg, per alimenti e bevande consumati in hotel, ristoranti e catering, per monoporzioni alimentari e per il settore ricettivo.
Che certificazione serve?
Biodegradabilità e compostabilità secondo la norma UNI EN 13432 o standard europei equivalenti, rilasciata da organismi accreditati.
Quanto si rischia in caso di violazione?
Da 2.500 a 25.000 euro, con possibilità di aumento fino al quadruplo del massimo se i quantitativi coinvolti superano il 10% del fatturato.
Che rapporto c’è con il regolamento europeo PPWR?
Il PPWR consente agli Stati membri di sostituire i requisiti di riciclabilità con quelli di compostabilità per alcune categorie di imballaggi. Il decreto italiano utilizza proprio questa facoltà.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






