In molti territori interni italiani l’abbandono agricolo non significa soltanto perdita di produzione. Quando un campo non viene più coltivato si interrompe un pezzo di economia locale, si perde manutenzione del paesaggio e rischiano di scomparire varietà, competenze e conoscenze costruite nel corso delle generazioni.
A Mormanno, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, Terrægusto ha scelto di muoversi nella direzione opposta: recuperare terreni, continuare a coltivare produzioni legate al territorio e provare a trasformare biodiversità e agricoltura di montagna in una possibilità concreta di impresa.
Terrægusto è un progetto imprenditoriale agricolo familiare nato a Mormanno. L’azienda coltiva superfici distribuite sul territorio comunale tra circa 500 e 1.100 metri di altitudine, lavorando quindi in condizioni pedoclimatiche differenti che contribuiscono a caratterizzare le produzioni.
Non si tratta soltanto di riportare un terreno alla coltivazione. Il progetto parte da una domanda più ampia: è ancora possibile vivere, lavorare e costruire un’impresa nelle aree interne senza rinunciare alla loro identità?
La biodiversità vive soltanto se qualcuno continua a coltivarla
Uno degli esempi più rappresentativi è il Fagiolo Poverello Bianco del Pollino, ecotipo locale coltivato nell’area montana del Parco e oggi Presidio Slow Food.
Dietro una produzione di questo tipo c’è però un problema che riguarda molte varietà agricole locali: conservarne il seme non basta.
Per Terrægusto custodire la biodiversità agricola non significa conservare qualcosa di immobile. Un ecotipo continua realmente a vivere se qualcuno continua a seminarlo, coltivarlo e trasformarlo e se, intorno a quella produzione, esiste un’economia capace di riconoscere e remunerare il lavoro agricolo.
È in questo passaggio che tutela della biodiversità e impresa smettono di essere due temi separati.
Le produzioni tradizionali possono sopravvivere nel tempo soltanto se riescono a uscire dalla dimensione della testimonianza e tornano a essere parte di un sistema produttivo reale.
Rimettere insieme il mosaico agricolo
Terrægusto descrive il proprio lavoro anche attraverso l’immagine del “mosaico agricolo”.
Il termine rende bene ciò che accade nei territori montani, dove appezzamenti coltivati, boschi, pascoli, piccoli centri abitati e terreni lasciati progressivamente all’abbandono formano un paesaggio che è insieme naturale e umano.
Rimettere a coltura un terreno abbandonato non significa soltanto riportarlo alla produzione. Significa recuperare una porzione di paesaggio agricolo, tornare a presidiare il territorio e ricostruire quella relazione tra agricoltura, ambiente e comunità che per secoli ha caratterizzato le aree montane.
Un terreno coltivato torna inoltre a richiedere lavoro, manutenzione, conoscenza delle stagioni, trasformazione e rapporti con altre attività economiche.
È proprio qui che il recupero agricolo incontra il tema dello sviluppo locale.
Biodiversità sì, ma deve esistere anche un’economia
La conservazione di una varietà locale può durare nel tempo soltanto se quella varietà continua a essere coltivata e riesce anche a generare reddito.
La sfida è quindi trasformare la biodiversità da patrimonio da tutelare a risorsa capace di produrre economia, senza snaturarne identità e legame con il territorio.
È un equilibrio tutt’altro che semplice.
Le aziende agricole delle aree interne lavorano spesso con superfici frammentate, condizioni climatiche differenti, maggiori difficoltà logistiche e produzioni che non possono competere con i grandi numeri dell’agricoltura intensiva.
Il loro valore deve essere costruito altrove: qualità, riconoscibilità, origine, trasformazione, relazioni con la ristorazione e capacità di raccontare ciò che rende una produzione diversa da quella standardizzata.
In questo senso il prodotto diventa il punto di partenza, non il punto di arrivo.
Restare, tornare, costruire
Fin dalla nascita del progetto, Terrægusto ha utilizzato il concetto di “brain gain”, contrapponendolo alla perdita continua di giovani e competenze che interessa molti territori del Mezzogiorno e delle aree interne italiane.
Ma il tema non riguarda soltanto chi decide di restare.
La vera sfida è creare condizioni affinché giovani, competenze e professionalità possano restare, tornare o scegliere questi territori come luoghi nei quali costruire un progetto di vita e di lavoro.
In questa prospettiva l’agricoltura può tornare a essere non una scelta residuale, ma uno spazio contemporaneo di impresa, innovazione e costruzione di comunità.
Significa anche cambiare il modo in cui vengono raccontate le aree interne.
Non soltanto territori fragili da sostenere, ma luoghi nei quali esistono risorse difficilmente replicabili altrove: biodiversità, paesaggi, produzioni identitarie, saperi, relazioni sociali e un patrimonio agricolo che può ancora diventare attività economica.
Una filiera che vale più del singolo prodotto
La sfida, quindi, non è vendere soltanto un legume o un cereale.
È costruire intorno a quei prodotti una rete fatta di agricoltori, trasformatori, ristoratori, ricerca, turismo e comunità locali.
Perché nelle aree interne il valore di una produzione cresce quando riesce a generare relazioni, lavoro e nuove opportunità sul territorio.
Anche il turismo può entrare in questo sistema quando non si limita alla visita di un luogo, ma permette di conoscere produzioni, aziende, paesaggi agricoli e persone che continuano a lavorare in quei territori.
La prospettiva è quindi diversa da quella dei grandi modelli produttivi: non tentare di replicare sistemi costruiti altrove, ma partire dalle caratteristiche specifiche del territorio e trasformarle in un progetto contemporaneo.
Un’altra idea di sviluppo per le aree interne
Il caso di Terrægusto porta inevitabilmente a una domanda più generale: le aree interne devono essere considerate soltanto territori da sostenere oppure possono tornare a essere luoghi nei quali investire, fare impresa e costruire futuro?
Non esistono risposte semplici.
Agricoltura, da sola, non può risolvere problemi strutturali come spopolamento, servizi insufficienti o difficoltà nei collegamenti. Può però essere una delle componenti di un modello nel quale economia e territorio non procedono in direzioni opposte.
Recuperare produzioni locali, ricostruire filiere e riportare alla coltivazione superfici abbandonate significa mantenere attività economiche dove progressivamente stavano scomparendo.
Ed è proprio questa la prospettiva che emerge dall’esperienza di Mormanno.
Un campo recuperato non è soltanto un campo tornato produttivo. È un piccolo pezzo di territorio che ricomincia a generare valore: economico, ambientale e sociale.
Ed è forse proprio da tanti piccoli pezzi di territorio rimessi in relazione che può cominciare una nuova storia per le aree interne.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






