Il fotografo ha attraversato oltre sessant’anni di storia italiana, dai divi di Hollywood ai salotti della politica. Avrebbe compiuto 89 anni il 7 ottobre.
La macchina fotografica di Umberto Pizzi cercava il momento in cui la posa smetteva di reggere: una bocca piena durante un ricevimento, un gesto fuori posto, un’espressione sfuggita al controllo. È morto il 29 settembre 2026, a 88 anni, il fotoreporter che aveva trasformato le feste della società romana in un racconto dei suoi protagonisti e delle loro contraddizioni.
Nato a Zagarolo il 7 ottobre 1937, avrebbe festeggiato il compleanno fra otto giorni. La sua carriera aveva attraversato mondi lontanissimi: i reportage all’estero, gli inseguimenti ai divi del cinema, i ricevimenti dell’aristocrazia e gli appuntamenti della politica. A tenere insieme quelle esperienze era uno sguardo riconoscibile, spesso ironico, capace di trovare una storia anche nel dettaglio meno cerimonioso.
Le origini a Zagarolo e la scoperta della fotografia
Prima degli attori e dei salotti, nella vita di Pizzi c’erano la provincia romana e una famiglia di condizioni modeste. Il padre lavorava come bracciante, la madre si occupava della casa. Da ragazzo frequentò un collegio con scuola d’arte a Pesaro, senza riconoscersi particolari capacità nel disegno.
La scoperta di una Voigtländer a soffietto cambiò la direzione dei suoi interessi. La fotografia diventò una possibilità concreta, destinata a portarlo molto lontano dall’ambiente nel quale era cresciuto.
Il rapporto con Zagarolo, però, rimase parte della sua quotidianità. In un’intervista del 2017 raccontava le giornate scandite dal treno per Roma e dagli spostamenti in motorino. Accanto al lavoro comparivano l’orto, la frutta portata agli amici e le crostate preparate dalla moglie: particolari domestici che restituivano una dimensione diversa da quella dei ricevimenti fotografati per mestiere.
Dai reportage per la FAO alla Roma dei divi
L’attività professionale prese forma negli anni Sessanta. Pizzi lavorò per la FAO in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania, prima di legare il proprio nome soprattutto alla cronaca fotografica e ai personaggi dello spettacolo.
La Roma frequentata dalle star internazionali offriva occasioni continue, ma ottenere una fotografia richiedeva tempo, informazioni e pazienza. Il lavoro si svolgeva fra attese, spostamenti e appostamenti, spesso nella competizione con altri fotografi per arrivare per primi davanti alla stessa scena.
Nel suo archivio entrarono Elizabeth Taylor, Richard Burton, Sophia Loren e numerosi protagonisti del cinema italiano. Le immagini documentavano incontri, vacanze e relazioni che attiravano l’attenzione del pubblico, mentre i loro autori restavano spesso fuori dall’inquadratura e dal racconto.
Pizzi, negli anni, raccontò anche quel lavoro nascosto. Fra gli episodi ricordati nelle interviste figuravano gli appostamenti per fotografare Taylor e Burton a Capri e i contrasti con alcune delle celebrità inseguite. Preferiva essere definito fotoreporter: una parola che comprendeva un percorso più ampio della sola fotografia dei personaggi famosi.
Il Cafonal e i salotti osservati senza riguardi
Con il passare dei decenni cambiò il centro della scena. Accanto alle star comparvero sempre più spesso parlamentari, imprenditori, nobili, dirigenti e ospiti abituali dei ricevimenti romani.
In quell’ambiente Pizzi sviluppò il linguaggio che lo avrebbe reso immediatamente riconoscibile. Le sue fotografie si soffermavano sui buffet, sulle conversazioni ravvicinate, sugli abiti e sui gesti. L’attenzione cadeva spesso proprio su ciò che una fotografia ufficiale avrebbe escluso.
Il Cafonal, legato al sodalizio con Roberto D’Agostino, raccolse questa osservazione della mondanità e delle sue esibizioni. Il potere veniva fotografato anche quando mangiava, ballava o cercava compagnia, lontano dalla compostezza delle occasioni istituzionali.
Da quel lavoro nacquero due libri pubblicati da Mondadori: “Cafonal. Gli Italiani nel mirino di Dagospia”, nel 2008, e “Ultra cafonal. Il peggio di Dagospia”, nel 2010.
La forza di quelle immagini stava nella concretezza. Il gesto di un singolo diventava il centro della fotografia; attorno rimanevano gli altri invitati, gli ambienti, gli oggetti. La scena raccontava così anche le abitudini di un gruppo e il modo in cui desiderava apparire.
Una carriera raccontata in televisione nel 2026
Nel 2026 il percorso del fotografo è diventato il soggetto di “Profumo di Pizzi”, una serie di Rai Cultura articolata in quattro puntate e trasmessa su Rai 5.
Il programma ripercorre circa sessant’anni di storia attraverso il suo archivio, mettendo in relazione cinema, amori celebri, politica e denaro. Le fotografie permettono di seguire il cambiamento dei protagonisti e, insieme, quello degli ambienti nei quali si muovevano.
Dalla pellicola al digitale, anche il mestiere si era trasformato. Pizzi aveva attraversato quella transizione conservando l’interesse per l’istante rivelatore: lo sguardo, la postura o l’incrocio di persone che rendevano una scena diversa dalle altre.
Una puntata della serie risultava in programmazione anche il 27 settembre, due giorni prima della notizia della morte.
Il suo archivio conserva il passaggio di generazioni di personaggi pubblici davanti allo stesso obiettivo. Cambiavano i governi, i volti del cinema e gli invitati alle feste. Pizzi continuava a osservare soprattutto i momenti nei quali ciascuno, per un istante, dimenticava di essere guardato.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






