Morto Claudio Dini, gli Sbandieratori di Arezzo perdono una delle loro colonne

Serena Comito

Morto Claudio Dini, gli Sbandieratori di Arezzo perdono una delle loro colonne

C’è una fotografia mentale che ad Arezzo conosce chiunque abbia più di sessant’anni: un ragazzo solo al centro del Maracanã, nell’intervallo di Flamengo-Botafogo, che lancia una bandiera davanti a centomila persone.

Quel ragazzo era Claudio Dini. Ci andò perché era campione italiano in carica nel singolo, e perché nella comitiva italiana in Brasile mancava un singolista. Lui stesso, anni dopo, ci scherzò sopra: con quelle distanze, diceva, in pochi avranno visto qualcosa.

Claudio Dini è morto, e il Gruppo Sbandieratori di Arezzo ha perso uno dei nomi attorno a cui si è costruita la propria storia.

Una famiglia dentro la stessa bandiera

Era il figlio di Vittorio Dini, il professore che fu primo direttore tecnico del gruppo dal 1960 al 1974 e che nel 1962 inventò la Schermaglia, la rappresentazione simbolica della lotta tra Bene e Male che ancora oggi è il pezzo più riconoscibile del repertorio aretino. Ed era il fratello di Sergio, scomparso prima di lui.

Un cognome che nel mondo delle bandiere pesa quanto pochi altri.

Claudio, però, non è stato un figlio d’arte per inerzia. Ha raccontato di aver seguito il padre negli incontri con Alberto Mario Droandi, il direttore dell’ente del turismo che ideò il gruppo, quando lui era ancora un bambino e l’associazione non esisteva. Frequentava la palestra prima di poterne fare parte, guardando gli atleti più grandi come se fossero supereroi.

Nel 1964 l’ingresso nel gruppo attivo. Da lì in poi non se n’è più andato.

Città del Messico, Verona, Rio

La carriera di Dini coincide con gli anni in cui gli sbandieratori aretini smettono di essere un fatto locale e diventano un fenomeno internazionale.

Nel 1968 il gruppo è alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici di Città del Messico, e lui c’è. Nel 1970 partecipa a Giochi senza Frontiere con una prova di lancio delle bandiere nell’Arena di Verona, vinta nella finale europea.

In mezzo, il viaggio in Brasile per il “mese italiano”: esibizioni a Rio, San Paolo, Belo Horizonte e Salvador de Bahia insieme agli sbandieratori di Gubbio e a quelli del Calcio Storico Fiorentino, e poi quel singolo al Maracanã.

E poi la parte meno spettacolare ma più vera, quella dei Giochi della Bandiera ad Arezzo, Faenza, Bologna e Carovigno. Le vittorie con la piccola e la grande squadra. I duelli nel singolo tradizionale con il faentino Patuelli, che nel mondo delle bandiere sono ricordati come le grandi rivalità sportive di quegli anni.

“Essere sbandieratore significava vivere da sbandieratore”

In un’intervista del 2020 alla rivista dell’associazione, Dini raccontò una cosa che spiega meglio di qualsiasi elenco di titoli cosa sia stato quel gruppo per la sua generazione.

Quando conobbe la donna che sarebbe diventata la sua compagna, tra le prime cose che le disse c’era che faceva parte del Gruppo Sbandieratori, che nei fine settimana era spesso in trasferta e che poteva sparire per giorni. Non era una scusa preventiva: era una dichiarazione di identità. “Essere sbandieratore significava vivere da sbandieratore”, disse.

Nella stessa intervista si era tolto qualche sassolino con affetto, invitando l’associazione a puntare sui più giovani e a non lasciar scivolare via la disciplina degli allenamenti di una volta: l’ordine, l’attenzione ai particolari, il rispetto ferreo degli orari.

Il messaggio del gruppo

L’associazione ha dato la notizia con poche righe. Il tono non è quello del comunicato: gli Sbandieratori scrivono di aver perso “prima di tutto un amico fraterno”, e solo dopo una figura simbolo della propria realtà.

Nato nel 1960, il gruppo aretino è stato il primo in Italia a riportare in forma collettiva l’arte del maneggiare l’insegna, con costumi tardo-medievali disegnati sulle opere di Piero della Francesca. Sessantasei anni di storia in cui il cognome Dini compare a ogni pagina