Pietro Maria Fiori morto per una fuga di monossido in una baita all’Alpe Devero a 35 anni: era salito in alpeggio come volontario

Serena Comito

Pietro Maria Fiori

Mezzanotte e mezza. Al 112 arriva una chiamata che l’operatore fatica a decifrare: dall’altra parte c’è un uomo che parla in modo confuso, non riesce a spiegare cosa stia succedendo né dove si trovi.

È il primo segnale di quello che sta accadendo dentro una baita all’Alpe Buscagna, nell’area dell’Alpe Devero, comune di Baceno, in provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Dentro ci sono sei persone. Il monossido di carbonio le sta uccidendo tutte, e chi ha chiamato è già in stato confusionale proprio per questo.

Il bilancio, alla fine, è di un morto e cinque intossicati, uno dei quali in condizioni gravissime.

Chi era la vittima

Il Giorno, che per primo ne ha diffuso l’identità, indica la vittima in Pietro Maria Fiori, milanese di 35 anni — le testate piemontesi parlano invece di 37, e il dato attende una conferma ufficiale.

Non era un allevatore di professione. Secondo la ricostruzione del quotidiano milanese stava trascorrendo un periodo in alpeggio come volontario, arrivato lassù tramite un’associazione che mette in contatto chi vuole dare una mano d’estate con gli allevatori di montagna. È una formula sempre più diffusa: settimane di lavoro vero tra mungitura, caseificazione e pascolo, in cambio di vitto, alloggio e di un’esperienza che nelle città non si trova.

Con lui c’era un’altra persona di 19 anni, anch’essa nella stessa condizione, ora ricoverata in codice rosso all’ospedale Niguarda di Milano dopo il trasporto in elisoccorso da Como. Le sue condizioni sono critiche.

Gli altri quattro: il gestore, suo padre e due dipendenti

Le rimanenti persone coinvolte lavoravano stabilmente nell’alpeggio: il gestore, il padre, e due dipendenti dell’azienda agricola che gestisce la struttura.

Due margari di 62 anni sono stati portati in codice giallo verso il Novarese con l’elisoccorso di Torino, e risultano trattati in camera iperbarica — la terapia d’elezione per le intossicazioni gravi da monossido, che accelera l’eliminazione del gas dal sangue. Gli altri due sono stati condotti via terra all’ospedale di Domodossola in codice verde, ma restano sotto monitoraggio costante: nelle intossicazioni da CO il quadro clinico può peggiorare anche a distanza di ore.

Il boiler sotto sequestro

Sulle cause indaga il soccorso alpino della guardia di finanza di Domodossola, che ha già disposto il sequestro del boiler a servizio della baita. Il sospetto è che all’origine ci sia un malfunzionamento nella combustione dell’apparecchio, ma nessuna responsabilità è stata al momento accertata: gli accertamenti tecnici sono appena cominciati.

Le operazioni di soccorso, intanto, sono state tutt’altro che semplici. La baita si trova a circa un’ora di cammino dall’Alpe Devero, e le squadre hanno dovuto raggiungerla a piedi prima che gli elicotteri potessero evacuare i pazienti più gravi. All’alba il dispositivo era ancora sul posto.

Perché il monossido uccide di notte

C’è una ragione precisa per cui questi episodi si consumano quasi sempre nelle ore di sonno, ed è la caratteristica che rende il monossido di carbonio quello che gli operatori chiamano il killer silenzioso.

È un gas incolore, inodore e insapore: non si vede, non si sente, non irrita le vie respiratorie. Si lega all’emoglobina al posto dell’ossigeno con un’affinità enormemente superiore, e l’organismo smette progressivamente di ossigenarsi senza che la persona percepisca soffocamento. I primi sintomi — mal di testa, nausea, spossatezza, confusione — somigliano a un malessere qualsiasi, e sopraggiungono quando l’intossicazione è già in corso.

Chi dorme, semplicemente, non si sveglia. E chi resta cosciente si trova nella condizione di quel margaro al telefono con il 112: lucido a metà, incapace di spiegare dove si trova.

Nelle strutture isolate d’alta quota il rischio si moltiplica, perché gli impianti a combustione sono spesso datati, la manutenzione è complicata dalla logistica e i rilevatori di monossido — che costano poche decine di euro — non sono obbligatori.