È morto il 29 agosto Antonio Maria Fea, professore associato di Oftalmologia al Dipartimento di Scienze Chirurgiche dell’Università di Torino. L’Ateneo, dandone notizia, parla di una scomparsa prematura e di profondo dolore.
Con lui se ne va uno dei nomi che nell’ultimo ventennio hanno cambiato il modo di operare il glaucoma.
Medico e ricercatore, senza soluzione di continuità
Su questo l’Università insiste: in Fea le due dimensioni non stavano separate. La ricerca non era il tempo libero della clinica, né la clinica l’applicazione della ricerca. Erano la stessa cosa.
Curioso è che il campo in cui si sarebbe fatto un nome non fosse quello di partenza. I primi anni li aveva passati sulla neuroftalmologia, terreno molto meno frequentato: disturbi neuro-oftalmologici nelle encefalopatie infantili, polimorfismi genetici nella degenerazione maculare senile, affidabilità dei tonometri transpalpebrali. C’è persino un filone sulla dislessia, in cui aveva indagato con metodiche psicofisiche ed elettrofisiologiche il funzionamento dei sistemi visivi magnocellulare e parvocellulare.
Poi è arrivato il glaucoma. E da lì non si è più mosso.
Alle spalle aveva la laurea in Medicina a Torino con il massimo dei voti e la lode, la specializzazione con lo stesso esito, un dottorato in elettrofisiologia e retinopatia diabetica. Nel 1999 la fellowship in glaucoma, all’ospedale universitario San Luigi Gonzaga.
Un terzo di millimetro
Il glaucoma è una malattia che ruba la vista in silenzio. Danneggia il nervo ottico, quasi sempre a causa di una pressione troppo alta dentro l’occhio, e lo fa senza dolore né sintomi: quando ci si accorge di vederci peggio, quello che si è perso non torna.
Fino a una quindicina d’anni fa, per abbassare quella pressione, le strade erano due e nessuna delle due era buona. Colliri tutti i giorni per il resto della vita, oppure la chirurgia tradizionale: funzionava, ma era pesante, con recuperi lunghi e complicanze da mettere in conto. In mezzo, il nulla.
I micro-stent trabecolari sono nati per stare in quel mezzo. Dispositivi di un terzo di millimetro — a occhio nudo si fatica a vederli — che una volta impiantati lasciano defluire l’umore acqueo e riducono la pressione, con un intervento incomparabilmente più leggero.
Bella idea. Ma in medicina le belle idee, senza prove, restano promesse commerciali.
Fea le prove è andato a cercarsele. Ha costruito uno studio randomizzato in doppio cieco che metteva a confronto due gruppi di pazienti con glaucoma primario ad angolo aperto: da una parte la sola facoemulsificazione, cioè il normale intervento di cataratta; dall’altra lo stesso intervento più l’impianto di un micro-bypass stent. Quindici mesi di misurazioni su pressione intraoculare e riduzione dei farmaci.
Il lavoro, uscito sul Journal of Cataract and Refractive Surgery, è uno dei testi fondativi della chirurgia mini-invasiva del glaucoma. Se oggi quei dispositivi si usano di routine, è anche perché qualcuno si è preso la briga di dimostrare che funzionavano davvero.
Torino, Singapore, e le riviste che gli chiedevano di controllare gli altri
Le “numerose pubblicazioni” e la “fitta rete di collaborazioni internazionali” di cui parla il comunicato dell’Ateneo hanno cifre precise: più di 45 lavori originali in inglese, oltre cinquanta in italiano.
E poi c’è un dettaglio che nel mondo accademico pesa quanto le pubblicazioni proprie. Riviste come l’American Journal of Ophthalmology e Ophthalmology lo chiamavano a fare il revisore, cioè a giudicare il lavoro dei colleghi prima della stampa. È il tipo di incarico che si affida a chi la materia la conosce per intero.
Era adjunct clinical scientist del Singapore Eye Research Institute, uno dei poli oftalmologici più avanzati d’Asia, e dal 2012 sedeva nel board dell’Associazione Italiana per lo Studio del Glaucoma. Sempre nel 2012 l’American Academy of Ophthalmology gli assegnò l’Achievement Award, l’anno dopo arrivò la medaglia d’oro IIRS. Tra il 2008 e il 2013 era stato vicedirettore della Scuola Italiana di Ortottica.
La ricerca che tornava ai pazienti
Il passaggio più bello del ricordo dell’Ateneo è quello sul rapporto tra studio e cura: l’innovazione, per lui, nasceva dall’esperienza clinica e ai pazienti tornava, sotto forma di possibilità terapeutiche nuove.
Che non sia retorica di circostanza lo dimostra un lavoro del 2017, firmato con colleghi di Francoforte e Manchester. Il tema era la qualità della vita di chi convive con il glaucoma. Non i millimetri di mercurio, non i grafici del campo visivo: come si vive, concretamente, con quella diagnosi addosso. Il punto di partenza era una riga delle linee guida europee, secondo cui curare non significa abbassare un numero ma preservare la vista e la vita del paziente, a costi sostenibili.
Rigore, scrive l’Università, unito alla concretezza di chi sa di cosa hanno bisogno le persone.
“Un professionista straordinario e, insieme, un uomo libero”
“Era un professionista straordinario e, insieme, un uomo libero”: è così che l’Ateneo ha scelto di ricordarlo. Uno che seguiva le proprie convinzioni senza cedere alle convenzioni, e che a una preparazione notevole univa un’umiltà vera, riconoscibile nel modo di stare con colleghi, studenti e pazienti.
In aula insegnava Malattie dell’apparato visivo agli studenti di Medicina. Ma anche strabologia, rieducazione visiva, riabilitazione dell’handicap della funzione visiva ai futuri ortottisti: materie che nessuno considera prestigiose e che si occupano di far convivere le persone con quello che hanno perso. Non è un dettaglio da poco.
Molte famiglie torinesi lo seguivano da decenni, passando di padre in figlio.
Il vuoto, conclude l’Università, riguarda la comunità scientifica e accademica, ma soprattutto chi con lui ha lavorato, studiato, condiviso un pezzo di strada. L’Ateneo si stringe alla famiglia e ai colleghi.
Sulle esequie non sono state diffuse informazioni.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






