Trecentocinquanta pagine sull’Antropocene. Le aveva scritte lui, a poco meno di trent’anni, e ad aprile erano valse il primo premio Pietro Greco mai assegnato.
Quattro mesi dopo, giovedì 27 agosto, Giovanni Fava è morto improvvisamente nella sua casa di Venezia. Aveva 30 anni. Le cause non sono state rese note.
Bologna, Venezia, e una domanda sola
La sua era la traiettoria di chi decide presto di occuparsi delle cose difficili. Studi all’Università di Bologna, poi il trasferimento a Ca’ Foscari, con periodi di ricerca in atenei stranieri. Aveva concluso da poco il dottorato in Filosofia e Scienze dell’Educazione ed era assegnista al Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali.
Il tema attorno a cui aveva costruito tutto era uno: l’Antropocene. Cioè l’idea che l’impatto umano sul pianeta sia diventato una forza geologica, e tutto quello che ne consegue sul piano ecologico, politico e filosofico. Il suo tutor, il professor Pietro Daniel Omodeo, lo ha ricordato dicendo che il suo lavoro affrontava il mondo grande e terribile della crisi ambientale e politica contemporanea. E lo ha definito “uno dei miei migliori dottorandi, collaboratori e amici”.
Il premio di Napoli, ad aprile
Il riconoscimento era arrivato il 23 aprile, alla Città della Scienza di Napoli.
La tesi si intitolava Verso una geologia trascendentale. Una cartografia del dibattito sull’Antropocene: un volume di circa trecentocinquanta pagine che ricostruiva venticinque anni di discussione attorno a un concetto che nel frattempo era diventato di tutti e di nessuno, continuamente ridefinito e negoziato.
La giuria — presieduta da Telmo Pievani e composta da Bruno Arpaia, Francesca Buoninconti, Elena Gagliasso e Lucia Votano — scelse all’unanimità. La motivazione parlava della proposta di “una cartografia di grande completezza e interesse” su un concetto estremamente sfaccettato, apprezzando la precisione della ricostruzione storica e la capacità di tenere insieme scienze naturali, scienze sociali e filosofia.
Un dettaglio che oggi pesa: era la prima edizione del premio, voluto dalla Fondazione Gramsci per ricordare il divulgatore scientifico Pietro Greco. Giovanni Fava è il primo nome inciso su quell’albo.
La maglia rossa della Tarvisium
Prima delle aule, però, c’era stato un campo da rugby.
Dal 2009 al 2013 Giovanni aveva giocato nelle giovanili della Ruggers Tarvisium, dov’era arrivato insieme al fratello Paolo. La società lo ha ricordato come una persona autentica e un compagno leale, restituendo l’immagine di un ragazzo con la maglia rossa addosso, sorridente e sempre disponibile, e aggiungendo che certi percorsi della vita restano incomprensibili e difficili da accettare.
Guido Feletti, per vent’anni presidente del club, ha saputo la notizia da suo figlio. Racconta di essere rimasto di sasso: lo studio lo aveva portato altrove, ma per la Tarvisium restava uno dei loro.
Anche la scrittura
C’era poi una terza strada, meno visibile delle altre due. Giovanni scriveva, e nel 2025 aveva pubblicato con Pastrengo Agenzia Letteraria un racconto intitolato “Nuotare”.
A salutarlo, in queste ore, è stata anche Frammenti Rivista, con cui aveva collaborato: la redazione ha scritto di non trovare le parole, e di avere però le sue — che restano, e si possono rileggere.
Il personale amministrativo di Ca’ Foscari lo ha ricordato come un’anima gentile, sottolineando una cortesia che nell’ambiente universitario, hanno scritto, non è affatto scontata.
L’addio martedì in Duomo
I funerali si terranno martedì alle 15 nel Duomo di Treviso.
Giovanni Fava lascia il padre Stefano, il fratello Paolo e la fidanzata Federica.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






