Chi è Leopoldo Trieste, il signor Roberto de Il padrino 2: la scena con Robert De Niro, i film, la vita privata e la morte

Daniela Devecchi

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Nel quartiere ormai tutti conoscono Vito Corleone. Tutti tranne il signor Roberto, almeno all’inizio. È lui il proprietario di casa che, ne Il padrino – Parte II, risponde in modo brusco alla richiesta del giovane Vito. Quando scopre con chi ha parlato, torna sui propri passi: niente sfratto, affitto ridotto e anche il cane della vedova può restare.

A interpretarlo era Leopoldo Trieste, uno dei caratteristi più riconoscibili del cinema italiano. Quella parte, breve ma rimasta nella memoria del pubblico, lo portò sul set con Robert De Niro e Francis Ford Coppola. Alle sue spalle, però, c’erano già il teatro, le sceneggiature, Fellini e una carriera iniziata nel dopoguerra.

Trieste nacque a Reggio Calabria il 3 maggio 1917. Morì a Roma il 25 gennaio 2003, a 85 anni, per un arresto cardiaco.

Il signor Roberto

Il personaggio interpretato da Trieste viene spesso chiamato “don Roberto”. La dicitura corretta è invece signor Roberto, come riportato nei crediti e nel copione del film.

È un padrone di casa di Little Italy. Vuole mandare via la signora Colombo, una vedova con figli, a causa del cane che vive con lei. Vito Corleone decide di intervenire e gli propone di pagare in anticipo sei mesi di affitto. Roberto rifiuta. Non ha ancora capito quale peso abbia assunto quell’uomo nel quartiere.

La risposta arriva poco dopo. Informato sull’identità di Vito, Roberto si presenta nel negozio della Genco Pura Olive Oil con tutt’altro tono. Lascia l’appartamento alla vedova, abbassa il canone e assicura che il cane non sarà più un problema.

Coppola costruisce così un passaggio decisivo nella storia del giovane Corleone. Vito non alza la voce e non minaccia nessuno, eppure ottiene ciò che ha chiesto. La sua autorità è ormai evidente.

Il trucco della porta

La scena contiene un dettaglio che non era stato comunicato a Leopoldo Trieste. Al momento di uscire dal negozio, il signor Roberto prova ad aprire la porta ma resta bloccato.

Era stato Coppola a inserire un piccolo chiodo nel meccanismo. Conosceva l’abilità comica dell’attore e voleva vedere come avrebbe reagito davanti a un inconveniente reale.

Trieste non interruppe la recitazione. Continuò a muoversi e parlare come Roberto, visibilmente agitato dopo l’incontro con Vito. La difficoltà ad aprire non fu quindi simulata. Subito dopo, Genco — interpretato da Frank Sivero — tolse il chiodo senza farsi notare e lo lasciò uscire.

Per anni il particolare è circolato come aneddoto legato al film. Coppola ha poi chiarito che la porta non si inceppò per caso: era una scelta preparata da lui.

Coppola lo voleva prima

Trieste raccontò che il primo contatto con la saga risaliva alla lavorazione de Il padrino. Coppola avrebbe voluto assegnargli la parte del mafioso che propone ai Corleone di entrare nel traffico di droga. Si trattava di Virgil Sollozzo, ruolo andato ad Al Lettieri dopo la decisione dei produttori.

Il regista gli offrì allora un altro personaggio, affidato in seguito a Saro Urzì. Anche quell’occasione non si concretizzò. L’arrivo del secondo film permise finalmente ai due di lavorare insieme.

Dopo le riprese, Coppola pensò a un futuro americano per Trieste. Durante la festa organizzata alla fine del film, Robert De Niro lo accompagnò da un rappresentante che gli consegnò un biglietto da visita e fissò un appuntamento. L’attore non si presentò: perse il biglietto e lasciò cadere la proposta.

Fu lui stesso a riferire la storia in un’intervista del 1990. Avvertì, però, che alcuni suoi ricordi contenevano una dose di ironia e di esagerazione. Non amava le biografie troppo ordinate, forse perché la sua vita non lo era stata.

Infanzia e studi

Leopoldo Trieste era figlio di Giuseppe Trieste e Santa Barresi, originaria di Scilla. Aveva due sorelle: Iole, sua gemella, e Vera, la maggiore.

Il padre lavorava nelle ferrovie ed era socialista durante gli anni del fascismo. Morì di polmonite quando Leopoldo aveva dieci anni. Per la famiglia iniziò un periodo economicamente molto difficile.

A sostenere gli studi del ragazzo intervenne lo zio Turi, ufficiale della Marina mercantile. Trieste poté continuare il liceo e coltivare quella passione per la scrittura che aveva mostrato molto presto.

Nel 1935 si trasferì a Roma. Frequentò la facoltà di Lettere e nel 1939 si laureò con Natalino Sapegno. La tesi era dedicata a Luigi Tansillo, poeta del Cinquecento; Mario Praz figurava come secondo relatore.

Una borsa di studio avrebbe dovuto portarlo a Boston per approfondire l’etnologia. Lo scoppio della guerra cancellò il progetto. Venne richiamato alle armi e lavorò anche in un reparto cinematografico militare. Nel 1944 lasciò l’esercito e riuscì a rientrare a Roma.

Il teatro

Prima ancora che il cinema gli desse un volto noto, Trieste era un autore teatrale. Scriveva già da adolescente, ma il debutto vero arrivò nel 1945 con La frontiera, rappresentata al Teatro Quirino.

Un anno dopo fu la volta di Cronaca. Il testo, dedicato al ritorno di un ebreo sopravvissuto alla Shoah e al confronto con chi lo aveva denunciato alle SS, viene considerato il primo copione teatrale italiano sull’Olocausto. Nel 1947 arrivò N.N., terzo lavoro della trilogia sulla guerra e sulla violenza.

Cronaca diventò in seguito il punto di partenza per Febbre di vivere, diretto da Claudio Gora con Marcello Mastroianni. Trieste partecipò alla sceneggiatura, anche se nella versione cinematografica il tema della persecuzione degli ebrei scomparve.

Entrò nel mondo del cinema proprio attraverso la scrittura. Lavorò come soggettista e sceneggiatore, collaborando anche con Pietro Germi, Cesare Zavattini, Suso Cecchi D’Amico e Mario Monicelli.

Fellini e I vitelloni

A spingerlo davanti alla macchina da presa fu Federico Fellini. Il regista aveva individuato in quel volto magro, negli occhi sporgenti e nella voce lamentosa qualcosa di difficilmente riproducibile da un attore tradizionale.

Lo scelse per interpretare Ivan Cavalli ne Lo sceicco bianco, uscito nel 1952. Trieste rimase sorpreso: si considerava un autore drammatico, non un comico. Il risultato convinse Fellini, che l’anno successivo lo volle ne I vitelloni.

Qui diventò Leopoldo Vannucci, aspirante commediografo in cerca di un’occasione. Il personaggio aveva diversi punti in comune con lui. Anche per questo Trieste visse la recitazione con una certa contraddizione: il cinema gli stava dando successo proprio mentre metteva in secondo piano la sua attività teatrale.

Fellini lo chiamava “Poldino” e scherzava sul fatto di averlo allontanato dalla scrittura. In realtà, Trieste non abbandonò mai del tutto il teatro, neppure quando i set iniziarono a occupare quasi ogni stagione della sua vita.

Regia e film

Trieste provò anche a dirigere. Firmò Città di notte, nato dalle sue passeggiate nella Roma notturna, e Il peccato degli anni verdi, inizialmente intitolato L’assegno. L’accoglienza commerciale fu modesta e decise di non insistere.

Come interprete, invece, lavorò senza lunghe interruzioni. In Divorzio all’italiana fu Carmelo Patanè, l’uomo utilizzato da Marcello Mastroianni per mettere in moto il proprio piano. In Sedotta e abbandonata interpretò il decaduto barone Rizieri Zappalà. Con Alberto Sordi apparve, tra gli altri, in Un giorno in pretura, Il medico della mutua e Il marchese del Grillo.

Nel corso degli anni arrivarono A Venezia… un dicembre rosso shocking, Il nome della rosa, Nuovo Cinema Paradiso, Il giudice ragazzino, Marianna Ucrìa e L’uomo delle stelle. Nel 2000 partecipò anche a Il cane di terracotta, episodio de Il commissario Montalbano. Tra gli ultimi lavori figura Il consiglio d’Egitto, uscito nel 2002.

Non c’è accordo sul numero complessivo delle sue interpretazioni. Le ricostruzioni più prudenti parlano di oltre cento film; Trieste ne calcolava circa 150 già alla fine degli anni Ottanta.

Premi

Il primo Nastro d’argento arrivò nel 1965 per Sedotta e abbandonata. Ne vinse un altro nel 1985 grazie a Enrico IV di Marco Bellocchio.

Nel 1996 ottenne il terzo Nastro d’argento per L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore. Per lo stesso film ricevette anche il David di Donatello come migliore attore non protagonista. Interpretava un anziano reduce muto: una parte quasi senza parole per un attore che aveva fatto della voce una delle proprie caratteristiche.

Vita privata

Leopoldo Trieste non si sposò. Non risultano figli pubblicamente documentati.

Giuliana Lojodice ricordò che, quando era molto giovane, l’attore si era preso una forte cotta per lei. Lo descrisse come un uomo capace di parlare a lungo, bizzarro nei modi ma affascinante nella conversazione.

Trieste difese sempre la propria libertà. Non curava molto gli affari, evitava le telefonate utili alla carriera e faticava ad accettare contratti troppo vincolanti. Anche per questo rimase un interprete fuori dagli schemi, difficile da ricondurre alla sola etichetta di caratterista.

Morte

Leopoldo Trieste morì al Policlinico Umberto I di Roma nella notte del 25 gennaio 2003. Aveva 85 anni. Il decesso avvenne nel sonno e fu provocato da un arresto cardiaco, descritto anche come infarto nelle cronache dell’epoca.

La famiglia comunicò la notizia due giorni più tardi. Nel 2017, per il centenario della nascita, Reggio Calabria gli ha intitolato una piazza.

FAQ

Chi era Leopoldo Trieste ne Il padrino 2?
Era il signor Roberto, padrone di casa della signora Colombo.

Si chiamava don Roberto?
No. Il nome corretto del personaggio è signor Roberto.

Quando nacque Leopoldo Trieste?
Nacque il 3 maggio 1917 a Reggio Calabria.

Leopoldo Trieste era sposato?
No, non si sposò e non risultano figli pubblicamente documentati.

Perché la porta rimane bloccata nel film?
Coppola aveva nascosto un piccolo chiodo nel meccanismo senza avvisare Trieste.

Qual è stata la causa della morte?
Morì il 25 gennaio 2003 per un arresto cardiaco.