Malattia della pioggia, oltre 120 casi in dieci Paesi europei: come si trasmette, quali sono i sintomi e cosa sappiamo sull’Italia

Daniela Devecchi

Malattia della pioggia, oltre 120 casi in dieci Paesi europei: come si trasmette, quali sono i sintomi e cosa sappiamo sull’Italia

Il nome porta facilmente fuori strada. La “malattia della pioggia” non si contrae prendendo un temporale e non è provocata dall’acqua. Si tratta della dermatofilosi, un’infezione cutanea causata dal batterio Dermatophilus congolensis, conosciuto da tempo negli allevamenti e molto più raro nell’uomo.

Qualcosa, però, è cambiato. Tra la fine del 2025 e l’estate del 2026 sono state registrate oltre 120 infezioni in dieci Paesi europei, molte delle quali in persone che non avevano avuto alcun contatto con animali. Le indagini condotte sui pazienti e l’analisi dei ceppi batterici fanno pensare a una diffusione attraverso il contatto ravvicinato tra esseri umani.

L’Italia, al 28 agosto 2026, non risulta fra i Paesi che hanno comunicato casi collegati a questo evento.

Cos’è la dermatofilosi

La dermatofilosi è una malattia della pelle provocata da un batterio Gram-positivo. Colpisce soprattutto bovini, cavalli e pecore, ma può essere presente anche in altri mammiferi domestici o selvatici.

I pochi casi umani conosciuti prima dei focolai recenti riguardavano in genere allevatori, veterinari, cacciatori o persone entrate in contatto con animali infetti. Per questo veniva considerata principalmente una zoonosi occasionale.

Le diagnosi comparse in Europa nell’ultimo anno hanno modificato il quadro. Numerosi pazienti vivevano in aree urbane, non lavoravano con il bestiame e non riferivano esposizioni ad animali. Alcuni ceppi isolati in nazioni diverse sono risultati molto simili dal punto di vista genetico, un elemento compatibile con una circolazione più ampia fra persone.

Il significato del nome

“Malattia della pioggia” deriva dalle definizioni inglesi rain rot e rain scald, usate soprattutto per i cavalli. L’umidità prolungata può ammorbidire e danneggiare la superficie cutanea, permettendo al batterio di penetrare più facilmente attraverso graffi e piccole abrasioni.

La pioggia, dunque, crea condizioni favorevoli negli animali ma non rappresenta una via diretta di contagio per l’uomo. Anche la presenza ricorrente di saune e spa nelle ricostruzioni epidemiologiche sembra legata al calore, all’umidità e ai frequenti contatti cutanei che caratterizzano questi ambienti.

Dove sono stati segnalati i casi

Le infezioni risultano distribuite fra Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.

I primi gruppi consistenti sono comparsi in Francia e Spagna tra dicembre 2025 e i primi mesi del 2026. In seguito sono arrivate segnalazioni da altre nazioni. In agosto è stato confermato anche il primo caso britannico, individuato in Scozia e collegato alla frequentazione di un locale dove possono avvenire rapporti sessuali.

Sul totale rimane una lieve differenza interna all’ultimo bollettino sanitario: il riepilogo parla di 126 casi, mentre il testo dettagliato ne indica 123. Per evitare di trasformare un dato ancora in aggiornamento in una cifra definitiva, è più corretto parlare di oltre 120 diagnosi confermate.

Il contagio tra persone

La modalità ritenuta più probabile è il contatto diretto pelle contro pelle, soprattutto quando sono presenti abrasioni o lesioni attive. Una parte consistente dei pazienti è composta da uomini gay e bisessuali con più partner, alcuni dei quali avevano frequentato saune, spa per adulti e locali per incontri.

Non tutti i casi, però, sono legati all’attività sessuale. In Norvegia il batterio è stato individuato tra praticanti di arti marziali. Altre diagnosi hanno interessato persone che si allenavano nella Muay Thai o in discipline nelle quali il contatto fisico è continuo.

Rimane aperta l’ipotesi di una trasmissione attraverso asciugamani, materassini, lettini o attrezzature condivise. Al momento questa possibilità non è stata dimostrata in modo definitivo, ma non viene esclusa, in particolare nei luoghi caldi e umidi.

Per questa ragione definire la dermatofilosi semplicemente come una nuova malattia sessualmente trasmissibile sarebbe inesatto. Il contagio può verificarsi durante un rapporto, ma il fattore centrale sembra essere il contatto cutaneo ravvicinato.

Come si presenta

Le manifestazioni possono cambiare da una persona all’altra e assomigliare a quelle di altre infezioni della pelle. Nei pazienti europei sono comparse papule arrossate, pustole, croste, desquamazioni e follicoliti, a volte accompagnate da prurito.

Le zone più colpite sono state genitali, inguine, cosce, glutei, tronco e area della barba. Negli sportivi sono state osservate lesioni anche su braccia, schiena, torace e viso.

Quasi tutti i pazienti hanno presentato disturbi limitati alla pelle. Febbre e malessere generale sono stati segnalati raramente e non risultano complicazioni gravi associate ai gruppi di casi individuati in Europa.

Quando compaiono i sintomi

Nel focolaio studiato in Francia, le lesioni sono apparse fra tre e quattordici giorni dopo la possibile esposizione. Il tempo medio stimato è stato di circa una settimana.

Il calcolo resta indicativo: diverse persone avevano avuto più contatti ravvicinati nel periodo precedente e non sempre è stato possibile stabilire quale fosse quello responsabile dell’infezione.

Diagnosi e trattamento

Guardare l’eruzione non basta per riconoscere con certezza la dermatofilosi. Le lesioni possono essere confuse con follicoliti causate da altri batteri, infezioni fungine, mpox, mollusco contagioso o manifestazioni cutanee della sifilide.

Per confermare la presenza di Dermatophilus congolensis occorre prelevare un campione dalla parte interessata ed effettuare gli esami microbiologici. In qualche laboratorio sono state necessarie analisi molecolari aggiuntive perché i primi test non avevano identificato il batterio con sufficiente precisione.

Le persone diagnosticate sono guarite dopo trattamenti con antibiotici locali o per bocca. Qualche episodio si è risolto spontaneamente. La terapia, comunque, deve essere stabilita dal medico: assumere farmaci prima di conoscere l’origine delle lesioni può mascherare un’altra infezione.

Il rischio in Italia

Alla data del 28 agosto 2026 non risultano segnalazioni italiane comprese nel focolaio europeo. L’ultimo quadro disponibile contiene informazioni aggiornate al 20 agosto, quindi potranno esserci ulteriori revisioni.

Per la popolazione generale il rischio è considerato molto basso. Una maggiore possibilità di esposizione riguarda chi ha numerosi contatti cutanei ravvicinati o pratica sport di lotta in ambienti umidi, soprattutto quando vengono condivisi asciugamani e attrezzature.

In presenza di pustole, croste o eruzioni comparse dopo un rapporto, una sauna o un allenamento con contatto fisico, è opportuno rivolgersi al medico o al dermatologo. Fino alla valutazione sarebbe prudente evitare lo sfregamento della parte interessata contro la pelle di altre persone.

FAQ

La malattia della pioggia si prende sotto la pioggia?
No. La definizione nasce in ambito veterinario perché l’umidità favorisce l’infezione negli animali. La pioggia non trasmette direttamente il batterio all’uomo.

È una malattia sessualmente trasmissibile?
Può passare da una persona all’altra durante i rapporti attraverso il contatto cutaneo. Sono stati però registrati anche casi legati alle arti marziali, quindi non è esclusivamente un’infezione sessuale.

Quali parti del corpo colpisce?
Le lesioni sono state riscontrate soprattutto su genitali, inguine, cosce, glutei, tronco e zona della barba.

Come viene curata?
I casi diagnosticati sono stati trattati con antibiotici locali o assunti per bocca. La scelta dipende dalla valutazione medica e dagli esami effettuati.

Sono stati confermati casi in Italia?
L’Italia non compare fra i Paesi europei che hanno segnalato casi collegati al focolaio.