Woke, cosa significa in politica: dalle lotte antirazziste alla cancel culture, il caso Conte e lo scontro nella sinistra

Daniela Devecchi

Woke, cosa significa in politica: dalle lotte antirazziste alla cancel culture, il caso Conte e lo scontro nella sinistra

Da alcuni giorni la parola woke è entrata con forza nel confronto politico italiano. L’ha rilanciata Giuseppe Conte, intervenendo sulle priorità della sinistra, ma il dibattito era già ripartito negli Stati Uniti dopo alcune dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez. Il termine non è nuovo e, soprattutto, non ha un solo significato. Nasce nella comunità afroamericana come richiamo alla vigilanza contro il razzismo; oggi viene usato anche per indicare, quasi sempre con intento critico, il volto più rigido del progressismo.

Cosa significa woke

La traduzione letterale di woke è “sveglio”. In politica, però, la parola assume il senso di “consapevole”: una persona capace di riconoscere discriminazioni e disuguaglianze che altri trascurano o non vedono.

L’espressione “stay woke”, cioè “resta vigile”, circolava tra gli afroamericani già nella prima metà del Novecento. Invitava a non abbassare la guardia davanti ai soprusi, ai processi ingiusti e alla segregazione razziale. Una delle testimonianze più note risale al 1938, quando il musicista Lead Belly la utilizzò parlando degli Scottsboro Boys, nove ragazzi neri accusati ingiustamente di violenza sessuale in Alabama.

Nel 1962 la parola comparve nel titolo di un articolo dello scrittore William Melvin Kelley dedicato al linguaggio afroamericano. Per molti anni rimase legata a quel preciso contesto storico e culturale. Non descriveva una corrente politica strutturata e non indicava un programma di partito.

Black Lives Matter

La diffusione internazionale è arrivata molto più tardi. Nel 2014, durante le proteste di Ferguson seguite alla morte di Michael Brown, “stay woke” divenne uno degli slogan associati a Black Lives Matter. Tornò poi nelle piazze del 2020 dopo l’uccisione di George Floyd, morto a Minneapolis durante un intervento di polizia.

A quel punto il significato si era già allargato. Oltre al razzismo, la cultura woke veniva collegata alla parità di genere, alla tutela delle minoranze, ai diritti LGBTQIA+, alle discriminazioni contro le persone con disabilità e alle disparità economiche.

La parola uscì così dal suo ambiente originario. Entrò nelle università, nei mezzi di comunicazione, nel cinema e nelle politiche aziendali dedicate alla diversità e all’inclusione. Proprio questa espansione aprì una lunga stagione di polemiche.

Perché viene criticato

Nel linguaggio della destra americana, woke ha assunto un valore quasi sempre negativo. È diventato un modo per attaccare il progressismo quando viene considerato troppo concentrato sull’identità, sul controllo delle parole e sulla rappresentazione delle minoranze.

Le accuse riguardano soprattutto la tendenza a giudicare una persona partendo dalla sua appartenenza etnica, sessuale o sociale; la richiesta di modificare opere del passato; l’uso di formule linguistiche inclusive e la condanna di opinioni ritenute offensive. Per gli oppositori, non sarebbe più semplice attenzione alle ingiustizie, ma una forma di moralismo accompagnata da scarsa disponibilità al confronto.

Il problema sta nell’ampiezza raggiunta dall’etichetta. Nel dibattito pubblico vengono definite woke iniziative molto diverse tra loro: da una campagna antirazzista alla presenza di un personaggio omosessuale in un film, fino alla revisione del nome di una scuola intitolata a un sostenitore della schiavitù. La parola, quindi, dice spesso più sull’orientamento di chi la pronuncia che sul fenomeno descritto.

Cancel culture

Al woke viene spesso affiancata la cancel culture, la cultura della cancellazione. Le due espressioni non coincidono.

La cancel culture riguarda le campagne pubbliche contro personaggi, aziende o opere giudicati offensivi. Nasce soprattutto sui social e può portare a richieste di boicottaggio, dimissioni o esclusioni professionali. In altri casi riguarda libri sottoposti a revisione, statue rimosse e titoli modificati perché contengono parole considerate discriminatorie.

Per alcuni si tratta di chiedere conto a chi occupa una posizione pubblica. Altri vi vedono invece una sanzione collettiva, spesso immediata, che lascia poco spazio alle spiegazioni. La critica alla cancel culture non comporta automaticamente il rifiuto delle battaglie per i diritti civili.

Le parole di Ocasio-Cortez

La discussione è tornata d’attualità il 9 agosto 2026, durante un’intervista televisiva ad Alexandria Ocasio-Cortez. La deputata democratica ha ripreso con una risata la frase di un consigliere comunale di New York: “Woke 1 was crazy”, il Woke 1.0 era folle.

La domanda riguardava alcune posizioni sostenute dalla sinistra americana intorno al 2020. Fra queste c’era “defund the police”, slogan con cui diversi movimenti chiedevano di trasferire una parte dei finanziamenti della polizia verso assistenza sociale, salute mentale e prevenzione.

Ocasio-Cortez ha osservato che durante la pandemia furono discusse proposte di ogni tipo, nella speranza di costruire una società migliore. Non ha cancellato il valore di quella stagione, ma ha ammesso che alcune idee e parte della retorica utilizzata allora non sono più difendibili nello stesso modo. La sua uscita è stata letta come un segnale politico: meno battaglie simboliche, maggiore attenzione alle condizioni materiali degli elettori.

Conte apre il caso italiano

Giuseppe Conte è intervenuto il 21 agosto 2026. Il presidente del Movimento 5 Stelle ha riconosciuto che la sensibilità woke ha favorito un linguaggio più rispettoso e una maggiore attenzione verso discriminazioni e minoranze. Subito dopo ne ha contestato gli eccessi.

Per Conte, in una parte della sinistra il woke sarebbe diventato una “religione morale autoreferenziale”, usata per stabilire chi appartenga al campo dei buoni e chi debba essere escluso. Non può essere, ha scritto, “l’ossatura ideologica di una forza progressista”.

La sua tesi è politica prima ancora che culturale. La sinistra dovrebbe occuparsi in via prioritaria di stipendi inadeguati, lavoro povero, welfare, disuguaglianze e riarmo. Da qui la frase che ha acceso lo scontro: “Alla sinistra non serve il woke, il nemico da combattere è questa società di diseguali”.

Le reazioni politiche

Matteo Renzi ha condiviso il ragionamento, sostenendo che l’“ubriacatura woke” abbia danneggiato la sinistra. Nel Partito Democratico le valutazioni non sono state uniformi. Alessandro Alfieri ha riconosciuto l’esistenza di alcuni eccessi, ma ha avvertito che ciò non deve portare a ridimensionare la tutela dei diritti civili.

Alessandro Zan ha respinto la scelta tra diritti sociali e libertà personali. Lavoro, salute, istruzione, autodeterminazione e contrasto alle discriminazioni, secondo l’europarlamentare, appartengono allo stesso terreno politico.

Dall’Alleanza Verdi e Sinistra è arrivata una contestazione più decisa. Elisabetta Piccolotti ha chiesto quale partito italiano abbia proposto di cancellare feste nazionali o abbattere statue. Ilaria Salis ha parlato di un fantasma agitato dalla destra. Anche Riccardo Magi ha giudicato sbagliata la contrapposizione, ricordando che in Italia non esistono ancora una legge sul fine vita e pieni diritti familiari per le coppie omosessuali.

La Lega ha risposto con una vignetta sugli “wokisti anonimi”, raffigurando alcuni leader del centrosinistra seduti in cerchio. Nel testo comparivano richiami alla schwa, agli asterischi, alla cancel culture e al ddl Zan. Fratelli d’Italia ha interpretato il confronto come un tentativo della sinistra di rinnegare battaglie sostenute fino a poco tempo fa.

Il dubbio della Crusca

Il 26 agosto è intervenuto Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca. Ha messo a fuoco il problema linguistico: woke può indicare sia l’impegno contro le discriminazioni sia un progressismo giudicato aggressivo e intollerante.

Due significati quasi opposti affidati alla stessa parola. Per questo D’Achille ha proposto, in modo provocatorio, di “lasciare woke agli americani”. Usare termini più precisi permetterebbe di distinguere l’antirazzismo dalla censura, il linguaggio rispettoso dal fanatismo e la difesa dei diritti dagli eccessi identitari.

FAQ

Che cosa vuol dire woke in politica?

Nel significato originario indica la consapevolezza delle ingiustizie razziali e sociali. Nell’uso polemico descrive invece un progressismo considerato rigido, moralista o censorio.

Da dove nasce la parola woke?

Nasce nella comunità afroamericana degli Stati Uniti. L’espressione “stay woke” invitava a restare vigili davanti al razzismo e alle discriminazioni.

Woke è un’ideologia?

Non esiste un’ideologia ufficiale con un programma unitario. Woke è un’etichetta applicata a sensibilità e battaglie politiche differenti.

Woke e politicamente corretto sono sinonimi?

Non del tutto. Il politicamente corretto riguarda soprattutto il linguaggio; woke nasce come attenzione più generale alle ingiustizie. Nell’uso comune italiano, però, i due concetti vengono spesso sovrapposti.

Perché Conte ha criticato il woke?

Conte ritiene che gli eccessi identitari non possano rappresentare il centro del progetto progressista. Ha indicato disuguaglianze, salari, welfare e lavoro come priorità della sinistra.