Con “L’Inganno Mortale” la psicoterapeuta e criminologa riporta in scena il commissario Emma Antinori e costruisce un noir su memoria, identità e narrazioni imposte.
“Le vittime devono restare persone, non personaggi”
Una vecchia pellicola continua a proiettare la stessa storia anche quando gli attori sono cambiati. Da questa immagine nasce “L’Inganno Mortale”, il nuovo noir di Barbara Fabbroni, giornalista, psicoterapeuta e criminologa, presentato all’Arezzo Moonlight Festival.
Al centro del romanzo torna il commissario Emma Antinori. L’indagine sulla scomparsa della regista Laura Maffei la conduce dentro film mai realizzati, segreti familiari e memorie manipolate. Ma il caso non resta esterno alla protagonista: Emma scopre di essere stata inserita in una sceneggiatura costruita da altri e deve capire quali parti della propria identità le appartengano davvero.
Il libro usa il linguaggio del noir per interrogare il modo in cui famiglie, società e sistemi di potere decidono che cosa ricordare e che cosa cancellare. Nell’intervista ad AlphabetCity.it, Fabbroni racconta la nascita del romanzo, il rapporto tra psicologia e criminologia e la responsabilità di chi trasforma la cronaca nera in racconto pubblico.
“L’Inganno Mortale” intreccia noir, cinema, memoria e una saga familiare. Da quale immagine o intuizione è nata la storia?
L’idea è nata da una domanda che mi accompagna da molti anni, sia come psicoterapeuta sia come criminologa: quanto della nostra vita è davvero frutto delle nostre scelte e quanto, invece, è stato scritto da qualcun altro prima di noi? Da questa riflessione è emersa l’immagine di una vecchia pellicola cinematografica che continua a proiettare la stessa storia, anche quando gli attori sono cambiati. Ho immaginato una donna che indaga su una scomparsa e scopre, lentamente, qualcosa che la mette a dura prova. Da lì si sono intrecciati il noir, il cinema come metafora della memoria e una saga familiare costruita su segreti, omissioni e manipolazioni.
Al centro del romanzo torna il commissario Emma Antinori. Come è cambiata rispetto ai precedenti libri e quale parte di sé è costretta ad affrontare in questa nuova indagine?
Emma ha mantenuto il rigore investigativo e la lucidità che la contraddistinguono, ma questa volta non può più limitarsi a osservare il male dall’esterno. L’indagine la costringe a mettere in discussione la propria identità, i propri ricordi e persino il significato della verità. Per la prima volta comprende che il nemico non è soltanto chi commette un delitto, ma anche chi costruisce una narrazione capace di modificare la percezione della realtà. È un viaggio profondamente umano prima ancora che investigativo.
La scomparsa della regista Laura Maffei conduce verso film mai realizzati e memorie custodite nelle pellicole. Nel romanzo il cinema conserva la verità oppure contribuisce a manipolarla?
Entrambe le cose. Il cinema, nel romanzo, è un archivio della memoria ma anche uno straordinario strumento di manipolazione. Ogni immagine racconta qualcosa e, nello stesso tempo, nasconde qualcos’altro. È ciò che accade anche nella nostra vita: ricordiamo attraverso immagini interiori che spesso non coincidono con i fatti. Mi interessava esplorare proprio questo confine, dove il ricordo diventa interpretazione e la verità rischia di trasformarsi in una sceneggiatura scritta da altri.
Che cosa rappresenta il “Teatro del Silenzio”, nel quale gli avvenimenti vengono scelti, giudicati e decisi?
Il Teatro del Silenzio è un luogo simbolico. Non rappresenta soltanto uno spazio fisico, ma il luogo in cui il potere decide cosa debba essere ricordato e cosa debba essere dimenticato. È la metafora di tutti quei sistemi – familiari, sociali, culturali – che selezionano le verità da tramandare e quelle da cancellare. Il silenzio, nel romanzo, non è assenza di parole: è una forma di controllo.
Emma scopre di essere stata trasformata in un personaggio all’interno di una sceneggiatura costruita da altri. Quanto è importante, nel libro, il conflitto tra identità personale e narrazione imposta?
È il cuore stesso del romanzo. Credo che ciascuno di noi, in misura diversa, abbia ricevuto etichette, aspettative o ruoli scritti da altri: dalla famiglia, dalla società, dalle relazioni. Emma combatte proprio questa battaglia. Capisce che non basta scoprire chi ha commesso un delitto; bisogna anche liberarsi dalla storia che altri hanno deciso di raccontare su di noi. È una riflessione che va oltre il noir e riguarda la libertà individuale.
In che modo la sua esperienza di psicoterapeuta e criminologa influenza la costruzione dei personaggi, dei moventi e delle zone più oscure della vicenda?
Influenza ogni pagina. Non mi interessa costruire “mostri”, ma esseri umani complessi. Dietro ogni comportamento esistono dinamiche relazionali, traumi, bisogni di riconoscimento, paure e fragilità. La criminologia insegna a osservare i fatti, mentre la psicologia invita a comprendere ciò che li precede. Nei miei romanzi cerco sempre di unire queste due prospettive: il delitto non è mai solo un evento, ma il punto di arrivo di una storia umana molto più profonda.
Oggi il crimine viene spesso trasformato in spettacolo. Quale responsabilità dovrebbe assumersi chi racconta violenza, vittime e indagini?
Credo che raccontare il crimine significhi assumersi una grande responsabilità etica. Non bisogna alimentare il voyeurismo né trasformare il dolore in intrattenimento. Le vittime devono restare persone, non personaggi; le indagini devono essere raccontate con rispetto, evitando processi mediatici e giudizi affrettati. Il compito di chi comunica dovrebbe essere quello di aiutare a comprendere, non semplicemente a emozionare. Quando comprendiamo le dinamiche della violenza possiamo anche contribuire alla prevenzione.
Il romanzo è stato presentato all’Arezzo Moonlight Festival, dove è stata scelta tra dieci autori. Che significato ha avuto portare questa storia in Piazza Grande e confrontarsi direttamente con i lettori?
È stata un’emozione profonda. Piazza Grande è uno dei luoghi simbolo della cultura e dell’identità di Arezzo, e poter raccontare lì una storia nata dalla mia immaginazione ha rappresentato un riconoscimento importante. Essere selezionata tra autori autorevoli mi ha confermato che il noir può diventare anche uno spazio di riflessione sulla memoria, sull’identità e sulla responsabilità. Ma il momento più bello resta sempre l’incontro con i lettori: ascoltare le loro interpretazioni significa vedere il romanzo continuare a vivere oltre le mie parole.
Quale domanda vorrebbe che rimanesse al lettore dopo l’ultima pagina di “L’Inganno Mortale”?
Vorrei che il lettore si chiedesse: quante delle certezze su cui costruisco la mia identità appartengono davvero a me e quante, invece, sono il risultato delle storie che altri hanno raccontato? Credo che la letteratura abbia il compito di lasciare domande più che risposte. Quando un libro continua a interrogarti dopo averlo chiuso, allora il viaggio non è ancora finito.
Emma Antinori tornerà in una nuova indagine? Può anticiparci qualcosa sui suoi prossimi progetti?
Assolutamente sì. Emma Antinori non ha ancora concluso il suo percorso. La prossima indagine sarà ancora più personale e porterà alla luce un mistero che affonda le radici nel passato, mettendo in discussione il confine tra giustizia, memoria e identità. Parallelamente continuerò a sviluppare nuovi progetti editoriali e narrativi dedicati alla criminologia, alla psicologia investigativa e al racconto dei grandi casi di cronaca, perché credo che la narrativa possa diventare uno strumento prezioso per comprendere la complessità dell’animo umano.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






