Caruso & Minini, una storia di vino tra le campagne di Salemi e l’antico baglio di Marsala

Daniela Devecchi

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Caruso & Minini, una storia di vino tra le campagne di Salemi e l’antico baglio di Marsala

Il vento, da queste parti, non è mai un dettaglio. Arriva dal mare, attraversa la campagna trapanese e raggiunge i vigneti sulle colline di Salemi. Porta aria, salsedine, improvvisi cambi di temperatura. È dentro questo paesaggio, luminoso e a tratti severo, che nasce il vino di Caruso & Minini, cantina siciliana con una storia familiare lunga quattro generazioni.

Le vigne sono nell’entroterra. La cantina, invece, si trova a Marsala, in un baglio dei primi del Novecento. Due luoghi distinti, ma uniti dallo stesso filo: da una parte la terra, con i suoi tempi; dall’altra il lavoro di trasformazione, affinamento e attesa.

Qui la tradizione non è esibita come un oggetto da museo. Rimane sullo sfondo, riconoscibile, mentre si intreccia con la ricerca enologica, l’agricoltura biologica e un modo contemporaneo di interpretare le varietà siciliane.

Quattro generazioni e un incontro decisivo

La storia della famiglia Caruso comincia tra i filari. A tramandarsi non sono soltanto i terreni, ma una conoscenza pratica fatta di osservazione: capire quando potare, leggere una stagione difficile, riconoscere il momento in cui l’uva ha raggiunto la maturazione giusta.

Il passaggio che dà forma all’attuale cantina arriva nel 2004, con l’incontro tra Stefano Caruso e Mario Minini. Il primo porta con sé l’esperienza agricola maturata in Sicilia; il secondo una conoscenza del settore commerciale sviluppata nel Nord Italia. Nasce così Caruso & Minini, un progetto che mette insieme competenze differenti senza spezzare il legame con la famiglia e con i luoghi d’origine.

Negli anni successivi entrano in azienda anche Giovanna e Rosanna Caruso, figlie di Stefano. Il loro arrivo segna un nuovo passaggio generazionale e introduce uno sguardo diverso sul racconto del vino, sulla sostenibilità e sull’immagine delle bottiglie.

Oggi le etichette della cantina raggiungono numerosi mercati esteri. Eppure il punto di partenza resta circoscritto a pochi chilometri della Sicilia occidentale.

I vigneti sulle colline di Salemi

Il patrimonio agricolo comprende circa 120 ettari di vigneti, concentrati principalmente nelle contrade Giummarella e Cuttaia, nel territorio di Salemi. Le altitudini cambiano da una parcella all’altra e vanno all’incirca dai 200 ai 450 metri sul livello del mare.

Non è una differenza da poco. Salendo di quota variano l’esposizione, la ventilazione e l’escursione termica tra il giorno e la notte. Ogni appezzamento finisce così per avere un comportamento proprio.

I suoli contengono argilla, calcare, silice e pietre di piccole dimensioni. Durante i mesi più caldi, la componente argillosa aiuta a trattenere l’umidità; quella calcarea favorisce il drenaggio. Le piante devono comunque adattarsi a estati asciutte, lunghe e molto luminose.

Il maestrale rinfresca i filari e limita il ristagno dell’umidità. Lo scirocco, al contrario, può portare giornate torride. Il lavoro in campagna procede dentro questo equilibrio instabile, dove non esistono due annate davvero uguali.

Le rese vengono mantenute contenute, mentre la raccolta è eseguita a mano. I grappoli sono sistemati in piccole cassette, così da non schiacciare gli acini prima del loro arrivo in cantina.

Grillo, Catarratto e gli altri volti della Sicilia

Nei vigneti crescono molte delle uve che hanno costruito l’identità enologica dell’isola. Ci sono il Grillo e il Catarratto, l’Inzolia, il Grecanico e lo Zibibbo. Tra le varietà a bacca rossa compaiono Nero d’Avola, Frappato e Perricone.

Accanto a queste trovano posto anche Syrah, Merlot, Cabernet Sauvignon e Chardonnay. Non vengono trattati come corpi estranei: il clima, il terreno e le tecniche di coltivazione finiscono inevitabilmente per assegnare loro un accento siciliano.

La vendemmia non avviene tutta nello stesso momento. In genere si comincia ad agosto con alcune uve bianche precoci e si continua fino all’autunno, seguendo la maturazione delle diverse varietà. Prima della raccolta si controllano zuccheri, acidità e condizioni sanitarie dei grappoli, ma la decisione finale non dipende soltanto dai numeri. Conta anche l’assaggio dell’acino, la consistenza della buccia, persino il colore dei vinaccioli.

È uno di quei momenti in cui esperienza e analisi devono parlarsi. Anticipare può significare perdere maturità aromatica; aspettare troppo, invece, rischia di ridurre freschezza ed equilibrio.

Il baglio del 1904 nel cuore di Marsala

Una volta lasciate le campagne di Salemi, il racconto prosegue a Marsala, dentro un baglio costruito nel 1904. Le pareti in tufo giallo, il cortile e la struttura raccolta ricordano la funzione che questi edifici avevano nella vita agricola della Sicilia occidentale.

Il complesso è stato ristrutturato, ma non cancellato. Gli ambienti storici convivono con serbatoi in acciaio, locali di vinificazione, sale per l’affinamento e spazi destinati alla degustazione. La pietra antica non diventa una semplice scenografia: continua a definire il carattere del luogo.

In cantina ogni vino prende una direzione diversa. L’acciaio viene usato per conservare fragranza, profumi e nitidezza del frutto. Il legno accompagna invece le produzioni che richiedono tempi più lunghi e una maggiore evoluzione.

Nella barricaia si trovano recipienti di dimensioni differenti: barrique da 225 litri, tonneaux da 550 e botti più grandi. La scelta non è soltanto tecnica. La quantità di vino a contatto con il legno cambia il risultato finale, così come cambiano il tipo di tostatura e la durata dell’affinamento.

Una viticoltura che parte dal terreno

La conduzione dei vigneti è biologica certificata. Tra i filari vengono lasciate crescere o seminate erbe e leguminose, utili a proteggere il suolo e a restituirgli sostanza organica. In alcuni periodi dell’anno la campagna si riempie di fiori spontanei, con una presenza visibile di api e altri insetti.

Questo metodo richiede osservazione continua. Ridurre i trattamenti non significa lasciare le piante a loro stesse, ma intervenire in maniera mirata e soprattutto preventiva. Il controllo della vegetazione, la circolazione dell’aria tra i grappoli e la gestione del terreno diventano parte di uno stesso lavoro.

L’attenzione ambientale continua all’interno della cantina. Sono stati introdotti impianti e macchinari rivolti al risparmio energetico, insieme a un sistema fotovoltaico. La certificazione Equalitas considera non soltanto gli aspetti ambientali della produzione, ma anche quelli economici e sociali.

Detto così potrebbe sembrare un insieme di procedure. Nella realtà si traduce in gesti molto concreti: consumare meno acqua, controllare l’energia utilizzata, evitare passaggi non necessari e conoscere meglio ciò che accade in ogni fase produttiva.

La ricerca sui lieviti della stessa terra

Uno dei capitoli più interessanti riguarda lo studio dei lieviti autoctoni, portato avanti con l’Università degli Studi di Palermo. La ricerca ha interessato uve biologiche come Catarratto, Frappato e Perricone.

I lieviti avviano la fermentazione e incidono sul profilo del vino. Se provengono dallo stesso ambiente in cui crescono le uve, possono contribuire a mantenere un legame più stretto con il territorio. È un campo complesso, lontano dalle semplificazioni, ma capace di aprire possibilità nuove.

Anche il progetto Stravina si muove in questa direzione. L’attenzione si è concentrata, tra l’altro, sul Frappato coltivato nella Sicilia occidentale, fuori dalla zona alla quale viene associato più spesso. Terreno, pendenza, disponibilità idrica ed esposizione sono stati osservati per capire come la varietà reagisca a un ambiente differente.

Sono studi che non danno risposte immediate. Richiedono annate, confronti e prove. Proprio per questo raccontano bene il modo in cui oggi può evolvere una cantina: senza rinnegare ciò che già conosce, ma lasciando spazio alle domande.

Dal Metodo Classico al vino macerato sulle bucce

La produzione è suddivisa in diverse collezioni. Tra queste figurano le Selezioni del Presidente, I Floreali, I Cosmopoliti, Gli Eclettici, Tasari e i Vini da Meditazione. Cambiano le uve, le tecniche e i tempi, ma rimane leggibile la provenienza siciliana.

Tra le bottiglie meno consuete c’è Arya, Metodo Classico ottenuto da Catarratto. Dopo la seconda fermentazione in bottiglia, il vino riposa sui lieviti per almeno 24 mesi. È un utilizzo particolare di un’uva spesso destinata alla vinificazione ferma, qui accompagnata verso una forma diversa.

Sempre dal Catarratto nasce Arancino, un bianco macerato sulle bucce. Durante la lavorazione, mosto e parti solide dell’uva restano a contatto. La fermentazione parte spontaneamente e il colore acquista tonalità dorate e ambrate. È una tecnica antica, tornata negli ultimi anni al centro dell’attenzione, che restituisce al vino una trama più evidente.

La Sicilia occidentale compare anche nel Marsala Superiore Riserva e nel Tagòs, ottenuto da una vendemmia tardiva di Grillo. Il quadro è completato dall’olio extravergine prodotto con olive Nocellara del Belìce, coltivate negli uliveti aziendali.

Etichette nate da un incontro fuori dal comune

Basta osservare le bottiglie per accorgersi che il linguaggio visivo scelto da Caruso & Minini prende le distanze dall’immagine più classica del vino. Le etichette presentano figure vivaci, animali, piante e colori netti.

I disegni sono legati alla collaborazione con il Laboratorio Zanzara di Torino, realtà che lavora sull’inclusione sociale e sulla creatività di persone con disabilità intellettive e comportamentali. Le illustrazioni sono state curate da Gianluca Cannizzo e sviluppate a partire da suggestioni raccolte anche nel paesaggio di Marsala.

Non si tratta soltanto di rendere una bottiglia riconoscibile sullo scaffale. Dietro quelle figure c’è un’esperienza collettiva, con un significato che precede la funzione commerciale dell’etichetta.

Anche alcuni nomi sembrano usciti da una lingua libera, quasi infantile. Sono parole che sorprendono e interrompono, almeno per un momento, la seriosità che spesso circonda il vino.

Un’identità costruita senza cancellare le differenze

Caruso & Minini tiene insieme elementi che appartengono a epoche diverse. Il baglio in tufo e gli impianti moderni. La conoscenza trasmessa in famiglia e gli studi condotti con l’università. Le uve storiche siciliane e le sperimentazioni in cantina.

Forse il tratto più riconoscibile sta proprio qui. Non nel tentativo di uniformare tutto, ma nella scelta di lasciare visibili le differenze.

Il vino nasce sulle colline di Salemi, attraversa la strada verso Marsala e riposa dentro un edificio che ha visto passare più di un secolo. Intorno restano il vento, la luce forte e una campagna che non concede scorciatoie. È da questi elementi, prima ancora che dalle bottiglie, che si può cominciare a leggere la storia della cantina.