Se n’è andato uno degli ultimi rappresentanti della vecchia scuola dei penalisti italiani. È morto l’avvocato Angelo Palmieri, a settembre avrebbe compiuto 94 anni: decano delle toghe di Latina e tra i penalisti più conosciuti d’Italia, ha attraversato oltre sessant’anni di storia giudiziaria, lasciando un segno profondo — e non privo di ombre — in generazioni di avvocati cresciuti con i suoi insegnamenti nelle aule di giustizia.
Sessant’anni di toga
La sua carriera era cominciata il 21 marzo 1964. Da allora, centinaia di processi celebrati in Corte d’Assise, in Appello, in Cassazione, con uno stile inconfondibile costruito sullo studio, sul carisma e su una determinazione che lo rendeva riconoscibile in qualsiasi aula.
Uomo colto e versatile, studioso dei classici e appassionato di musica, Palmieri ha coltivato per tutta la vita quella che considerava una vera e propria missione: difendere. Un impegno che ha portato avanti fino all’ultimo, restando tra i banchi della difesa esattamente come quando aveva indossato la toga per la prima volta. Nel 2024 il Consiglio dell’Ordine degli avvocati lo aveva premiato per i sessant’anni di attività con il riconoscimento “toga per sempre”.
I grandi processi: dal Circeo alla Banda della Magliana
La sua firma compare in alcuni dei processi più noti della storia giudiziaria italiana. Difese Gianni Guido, uno degli imputati del massacro del Circeo, e Gianfranco Urbani, legato alla Banda della Magliana; fu tra i protagonisti anche del processo per l’omicidio Saccucci a Sezze, solo per citarne alcuni. Fino agli ultimi mesi era rimasto in prima linea: lo scorso marzo figurava nel collegio difensivo dell’ex sindaco di Sperlonga Armando Cusani.
Proprio il processo del Circeo, però, resta il capitolo più controverso della sua carriera, quello su cui la storia lo ha giudicato con severità. Nell’arringa finale in difesa di Guido, nel 1976, Palmieri pronunciò parole destinate a diventare tristemente celebri: sostenne che se le ragazze fossero rimaste “accanto al focolare”, se non fossero uscite di notte, “non sarebbe accaduto nulla”. Una strategia difensiva che spostava la colpa dagli imputati alle vittime, giudicata inaccettabile già all’epoca dall’opinione pubblica e dai movimenti femministi, e che non impedì la condanna all’ergastolo dei responsabili. Lui stesso, anni dopo, avrebbe ricordato come la stampa lo avesse duramente attaccato per quelle affermazioni.
Un monumento dell’avvocatura, tra memoria e giudizio
Definito da molti “principe del foro” e “monumento dell’avvocatura”, Palmieri ha rappresentato un’epoca del diritto penale italiano. Si era confrontato con figure di primo piano della giustizia, dall’ex ministro Giuliano Vassalli a magistrati e colleghi di generazioni diverse, incarnando un modo di intendere la professione — quello della difesa a oltranza, di qualunque imputato — che appartiene a una stagione ormai conclusa.
Un patrimonio di competenza e di insegnamenti, dunque, che convive con la memoria delle pagine più discusse. Perché la storia di un grande penalista è fatta anche di questo: dei processi vinti e di quelle arringhe che il tempo non ha assolto.
L’ultimo saluto a Sperlonga
Angelo Palmieri era nato a Sperlonga, dove domani pomeriggio alle 16.30 si svolgeranno i funerali. Lascia la moglie Liliana, il figlio Oreste — anche lui affermato avvocato —, la figlia Donatella e i nipoti Giorgia, avvocato, e Angelo Francesco: una famiglia in cui la toga si è tramandata di generazione in generazione.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






