La luce è stata la sua ossessione e la sua firma, per quarant’anni. Adesso l’artista che l’aveva messa al centro di tutto se n’è andato: Michele De Luca — pittore, poeta, docente all’Accademia di Belle Arti di Roma — è morto oggi a 72 anni. L’annuncio arriva dalla stessa Accademia, dove aveva insegnato quasi vent’anni. Con lui l’arte italiana perde una delle voci più coerenti dell’astrazione recente.
Da Pitelli alle Accademie: una vita nell’arte
Pitelli, provincia di La Spezia, 28 maggio 1954: qui era nato, e a questo borgo ligure era rimasto legato al punto da scegliere di riposare nel suo cimitero. Ma la sua strada, dalla Liguria, si sarebbe allargata fino a toccare le principali scuole artistiche del Paese.
Il primo mestiere fu quello dell’insegnamento. Oltre trent’anni a insegnare Decorazione e Disegno per la decorazione tra le Accademie di Milano, Sassari e Firenze, prima dell’approdo, nel 2008, a quella di Roma — la città dove viveva con la moglie e la figlia. Un percorso lungo, che ne ha fatto un riferimento per generazioni di allievi.
La pittura come ricerca di luce ed energia
Poi c’è la pittura, che di lui è la parte più vera. Aveva iniziato a esporre agli albori degli anni Ottanta, con un’astrazione intensa: tele percorse da fasci di luce-energia, tese verso una dimensione quasi cosmica. Nessun intento decorativo, ma un’indagine ostinata su materia, spazio e tempo.
Lo spartiacque è il 1987. In quell’anno De Luca è tra i protagonisti della mostra GE.MI.TO. a Torino, dedicata alla nuova generazione del triangolo industriale, e allestisce la prima personale romana alla galleria Break Club, curata da Ennio Borzi e Mirella Chiesa. È da lì che il suo nome comincia a circolare davvero, catturando l’attenzione della critica nazionale: Enrico Crispolti lo definì tra le forze più autentiche della sua generazione.
Da quel momento il suo lavoro sarebbe stato accompagnato da alcune delle firme più importanti della critica italiana — Crispolti, Gualdoni, Beatrice, Crescentini — e accolto in rassegne che hanno segnato trent’anni: l’Arte a Roma di fine decennio, il Premio Michetti a Francavilla al Mare, fino al CAMeC di La Spezia.
Un artista di respiro internazionale
Presto quei confini gli sono diventati stretti. Le sue opere hanno viaggiato per l’Europa — Parigi, Germania, Svizzera, Finlandia — e ben oltre: Londra, gli Stati Uniti, Tokyo, Seoul, gli Emirati Arabi, l’Australia.
E le personali, tantissime, hanno scandito l’intera carriera. Dall’Accademia d’Ungheria di Roma all’Università di Genova, dal Palazzo Bentivoglio di Bologna alle performance al Macro: un’attività espositiva che non conosceva pause, portata avanti fianco a fianco con la cattedra.
Il poeta: la parola accanto al colore
Restava un’altra corda al suo arco, più discreta ma non meno autentica: la poesia. I suoi versi nascevano dalla stessa ricerca visiva, e dopo una prima vita su riviste e antologie sono confluiti nel 2008 in Altre realtà, per i tipi di Quasar.
Poi ancora Episodi del diluvio, libro d’artista con poemetto pubblicato dalle Edizioni Peccolo nel 2015, e Parvenze, del 2017. Colore e parola, in fondo, erano per lui la stessa cosa: due sentieri che puntavano dritti verso quella luce-energia inseguita per una vita intera. E che la sua opera, ora, continua a tenere accesa.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






