Fino a mercoledì il suo nome lo conoscevano infettivologi e poco altro. Poi la morte di un bambino di 18 mesi a Catanzaro, quattro compagni di asilo in ospedale, un nido chiuso a Tropea e un fascicolo aperto in Procura. E adesso tutti cercano su Google la stessa parola: Clostridioides difficile, quello che una volta si chiamava Clostridium difficile.
Prima di andare avanti, però, una precisazione che vale più di tutto il resto: nessuno ha stabilito che sia stato lui. È un’ipotesi emersa nelle primissime ore, la causa del decesso resta da accertare e la risposta arriverà dall’autopsia disposta dalla magistratura. Detto questo, capire di cosa si sta parlando serve — a non allarmarsi e a non sottovalutare.
Cosa sta succedendo a Tropea
I fatti sono questi. Un bambino di Zungri, nel Vibonese, frequentava un asilo nido privato di Tropea. I primi sintomi il 17 luglio, poi il ricovero all’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia. Il quadro clinico peggiora giorno dopo giorno, finché il 21 luglio i medici dispongono il trasferimento d’urgenza al Pugliese-Ciaccio di Catanzaro. Il piccolo muore la sera del 22.
Nel frattempo altri quattro bambini della stessa struttura accusano disturbi gastrointestinali e finiscono in ospedale: tre sono già stati dimessi, uno resta in osservazione. L’asilo ha chiuso in via precauzionale, l’Asp è stata informata, e la Procura di Vibo Valentia ha aperto un’inchiesta sulla scia della denuncia presentata dai genitori, con il sequestro della cartella clinica e della salma per l’esame autoptico.
Cos’è il Clostridioides difficile
È un batterio anaerobio Gram-positivo, e vive in due mondi: dentro di noi, come componente della normale flora intestinale, e fuori, nel sottosuolo e nell’intestino di cani, gatti e animali da cortile. In moltissime persone se ne sta lì senza dare il minimo fastidio.
I guai iniziano quando prende il sopravvento. Allora produce tossine, e le tossine scatenano un’infezione intestinale che può farsi seria: diarrea abbondante, dolori addominali, febbre, disidratazione, nei casi peggiori infiammazione del colon. Nei Paesi industrializzati è tra le cause più frequenti di diarrea legata all’assistenza sanitaria.
C’è poi la caratteristica che lo rende così ostinato: sa trasformarsi in spora. In quella forma resiste per settimane, a volte mesi, su tavoli, maniglie, superfici di ogni tipo. Il che significa che il contagio può avvenire anche molto tempo dopo.
Come si prende: la trasmissione oro-fecale
La strada è quella oro-fecale: si toccano superfici o oggetti contaminati, poi le mani finiscono alla bocca, al naso, agli occhi. Negli ospedali gli imputati abituali sono comodini, rubinetti, scarichi dei bagni, termometri — tutto ciò che passa di mano in mano.
A Tropea una delle piste emerse riguarda un possibile primo contagio in ambiente ospedaliero, seguito da una diffusione all’asilo attraverso superfici come i fasciatoi. Ipotesi, appunto, ancora da verificare.
Il fattore che più di ogni altro apre la porta all’infezione è l’uso recente di antibiotici. Sono farmaci essenziali, spesso salvavita, ma fanno terra bruciata anche tra i batteri buoni dell’intestino: quando la flora si impoverisce, il Clostridioides difficile trova campo libero per moltiplicarsi. Non a caso molte infezioni compaiono durante una terapia antibiotica o nelle settimane immediatamente successive. Più esposti anche chi resta ricoverato a lungo, gli anziani, i pazienti fragili e chi ha difese immunitarie basse — anche se, va detto, l’infezione può manifestarsi pure lontano dagli ospedali.
Sintomi, diagnosi e cura
Cosa deve far drizzare le antenne? Una diarrea persistente e intensa, prima di tutto, accompagnata da dolori addominali, febbre e i segnali della disidratazione. La diagnosi passa dall’analisi delle feci, con la ricerca delle tossine o di altri marcatori del batterio.
Per la terapia si va di antibiotici mirati, somministrati per via orale: vancomicina e fidaxomicina i più utilizzati. Molto dipende dalla gravità del quadro e dalle condizioni generali del paziente. Quando è possibile i medici sospendono anche gli altri antibiotici, quelli che hanno favorito l’infezione in partenza. Attenzione però alle ricadute: non sono affatto rare, e nei soggetti più vulnerabili possono tradursi in degenze lunghe.
Un’ultima cosa, che riguarda gli ambienti e in questi giorni interessa parecchie famiglie. Contro un agente resistente come questo la pulizia ordinaria può non essere sufficiente: serve una sanificazione calibrata sul microrganismo sospettato, secondo le indicazioni dell’Asp o delle autorità sanitarie competenti. Per il resto valgono le tre regole di sempre — lavarsi le mani, diagnosticare in fretta, usare gli antibiotici solo quando servono.
Domande frequenti
Cos’è il Clostridioides difficile?
Un batterio anaerobio che vive nell’intestino umano e nell’ambiente. In certe condizioni produce tossine e provoca infezioni intestinali anche gravi.
Come si trasmette?
Per via oro-fecale, attraverso superfici e oggetti contaminati. Sotto forma di spora resiste settimane o mesi fuori dall’organismo.
Quali sono i sintomi?
Diarrea importante, dolori addominali, febbre, disidratazione. Nei casi severi, infiammazione del colon.
Come si cura?
Con antibiotici specifici per via orale, vancomicina o fidaxomicina, e con la sospensione — quando possibile — degli altri antibiotici in corso.
È confermato che sia stato il batterio a causare la morte del bambino di Tropea?
No, non è confermato: si tratta di un’ipotesi. La causa del decesso sarà stabilita dall’autopsia disposta dalla Procura.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






