Oggi torniamo a parlare di uno dei casi di cronaca italiana piĂą sconvolgenti degli ultimi trent’anni: quello dell’omicidio famiglia Carretta. Ricordate l’incredibile confessione televisiva del 1998? Eppure, questo straordinario pezzo di cronaca nazionale è ricco di alcuni dei piĂą grandi misteri italiani che forse, resteranno per sempre irrisolti.
Parma, 4 agosto 1989: la casa di via Rimini 8
E’ la mattina del 4 agosto dell’89, ci troviamo nella villetta di via Rimini 8 a Parma, quando si consuma uno dei delitti familiari piĂą discussi della storia repubblicana. Ferdinando, ex militare con regolare porto d’armi, uccide con una pistola Walther calibro 7,65 il padre Giuseppe, la madre Marta e il fratello Nicola. Â
La dinamica, ricostruita successivamente dallo stesso killer, si sviluppa in tre momenti precisi e separati: Giuseppe viene colpito con cinque proiettili in cucina, Marta, attirata dagli spari, raggiunge la stanza e viene uccisa con un colpo solo e infine, Nicola, rientrato a casa ore dopo, è raggiunto da due colpi, uno al torace e uno all’occhio. Â
I tre corpi vengono spostati nella vasca da bagno, lavati, avvolti in sacchi di plastica e caricati su una Fiat Ritmo, poi, la notte successiva Ferdinando li trasporta in una discarica a Viarolo e li occulta. Ad oggi i resti della famiglia non sono mai stati recuperati.
La denuncia e la pista della fuga volontaria
Per un mese, della famiglia Carretta non si hanno notizie, solo a settembre 1989 Adriana, sorella di Marta, presenta denuncia di scomparsa. Le prime ipotesi investigative convergono su una fuga volontaria. A sostenere questa tesi contribuiscono diversi elementi: Giuseppe era ragioniere in un’azienda dove si sospettava un ammanco di fondi; Nicola aveva problemi di tossicodipendenza; il camper di famiglia viene ritrovato a Milano, tre mesi dopo la sparizione. Â
Nel frattempo Ferdinando falsifica la firma del padre per incassare un assegno da 5 milioni di lire e preleva un ulteriore milione dal conto del fratello. Con quel denaro lascia l’Italia: prima New York, poi Londra. Nella capitale britannica vive per nove anni sotto falso nome, lavorando come corriere e autista. Â
Il ruolo di “Chi l’ha visto?” e la svolta del 1998
Il programma Chi l’ha visto? ha un peso decisivo nell’evoluzione del caso, perchĂ© con una segnalazione raccolta dalla redazione si arriva al ritrovamento del camper a Milano. Ma la vera svolta arriva nel 1998: a novembre di quell’anno Ferdinando viene fermato a Londra per un controllo stradale. Gli agenti britannici riconoscono il cognome e avvisano Scotland Yard, che a sua volta contatta le autoritĂ italiane. Contattato dai giornalisti di Chi l’ha visto?, Carretta accetta di parlare. Â
Il 30 novembre 1998, in diretta televisiva, rilascia la prima confessione pubblica della storia della TV italiana. Ammette di aver ucciso genitori e fratello, di aver occultato i cadaveri e di aver depistato le indagini. Al rientro in Italia viene arrestato all’aeroporto di Fiumicino. Â
Il processo: infermitĂ mentale e OPG
Il 15 aprile dell’anno dopo, la Corte d’Assise di Parma dichiara Ferdinando Carretta incapace di intendere e di volere al momento del fatto. La perizia psichiatrica rileva un disturbo di personalitĂ con tratti schizoidi e la pena stabilita diventa il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario. Carretta viene internato a Castiglione delle Stiviere. Â
Il regime detentivo si modifica negli anni successivi: nel 2004 ottiene la semilibertà , nel 2015 la libertà completa. Si stabilisce a Forlì, dove vive fino alla morte, avvenuta per cause naturali il nel giugno di tre anni fa, all’età di 61 anni. Un aspetto che ha generato dibattito è la questione ereditaria visto che, in assenza dei corpi e con dichiarazione di morte presunta dei familiari, Ferdinando ottiene l’eredità della famiglia.
I punti non chiariti dell’inchiesta
Nonostante la confessione e la sentenza, il caso Carretta conserva zone d’ombra che hanno alimentato analisi e ricostruzioni successive:
- l’occultamento dei corpi: Carretta ha sempre sostenuto di aver agito da solo, eppure è difficile credere che un solo uomo solo abbia potuto spostare tre cadaveri, caricarli su una Ritmo e smaltirli in discarica senza lasciare tracce né essere notato;
- l’arma del delitto: la pistola usata per il triplice omicidio non è mai stata ritrovata;
- il movente: Ferdinando ha parlato di un clima familiare “insostenibile” e di continui litigi legati alla tossicodipendenza del fratello Nicola, tuttavia, non è mai emerso un elemento scatenante specifico per la data degli omicidi;
- la gestione iniziale delle indagini: per settimane gli inquirenti hanno seguito la pista della fuga volontaria, anche a causa del ritrovamento del camper a Milano, mentre l’ipotesi di omicidio, sostenuta da un giovane magistrato dell’epoca, non venne approfondita subito.
Il caso Carretta oggi
A distanza di 35 anni dal delitto, il caso Carretta resta un riferimento negli studi di criminologia per tre importanti novitĂ : la durata della latitanza del killer, l’uso del mezzo televisivo come strumento di confessione e il tema dell’infermitĂ mentale nell’omicidio familiare. La vicenda è tornata piĂą volte sotto l’attenzione pubblica attraverso podcast, documentari e ricostruzioni sui social media. Tutti hanno riportato il caso a una nuova generazione. La famosa villa di via Rimini 8 oggi non esiste piĂą, è stata demolita. Però, resta agli atti una sentenza, una confessione registrata e un fascicolo senza corpi di reato.

Tedesco Giorgia, classe ’95.
Quello che contraddistingue il mio lavoro è l’idea di cos’è che si cela dietro una notizia: un’informazione.
Ma le informazioni non sono tutte uguali. Se ti arriva un’informazione e da essa non piangi, non ridi, non respiri, non ti disperi o non gioisci, essa non ti serve a nulla.
PerchĂ© l’informazione è la libertĂ di un popolo. Ed Ă© nelle nostre emozioni che si avverte la vera essenza della libertĂ .
www.linkedin.com/in/giorgia-tedesco-b781401b6
Per eventuali rettifiche scrivere a giorgia.tedesco@alphabetcity.it






