Il Governo l’ha presentato il 28 aprile, l’ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 e fatto entrare in vigore il 1° maggio 2026 — la Festa dei Lavoratori, certo non per caso. Il Decreto Legge n. 62/2026, formalmente intitolato “Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale”, è un pacchetto da 934 milioni di euro che tocca contratti, buste paga, rider e TFR. Vediamo cosa cambia davvero.
Il provvedimento deve ancora essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni — scadenza fissata al 29 giugno 2026 — e non sono escluse modifiche in corso d’opera. Ma la struttura di fondo è già quella definitiva.
I bonus assunzioni: chi può prenderli e come
Il cuore del decreto sono gli incentivi alle assunzioni stabili, tutti validi fino al 31 dicembre 2026 e tutti legati a un requisito comune: l’azienda deve dimostrare un incremento occupazionale netto e non aver effettuato licenziamenti nei sei mesi precedenti nella stessa unità produttiva.
Il Bonus Donne garantisce un esonero contributivo del 100% per 24 mesi, fino a 650 euro mensili, per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate. Chi assume nelle regioni ZES del Mezzogiorno sale a 800 euro al mese.
Il Bonus Under 35 proroga fino a fine 2026 gli sgravi per chi assume giovani sotto i 35 anni disoccupati di lungo periodo: stesso schema, stessa struttura, stessi massimali.
Il Bonus ZES è riservato alle piccole imprese con non più di 10 dipendenti nelle Zone Economiche Speciali del Sud. Funziona con un esonero totale fino a 650 euro mensili per chi assume over 35 disoccupati da almeno 24 mesi. Il cumulo con altri incentivi è previsto.
C’è poi il Bonus Stabilizzazione: premia le aziende che trasformano in tempo indeterminato un contratto a termine stipulato tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2026, senza soluzione di continuità, entro il 31 dicembre 2026. Esonero 100% per 24 mesi, tetto a 500 euro mensili. Attenzione: questa misura è approvata ma non ancora operativa, perché subordinata all’autorizzazione della Commissione Europea sugli aiuti di Stato. Fino al via libera di Bruxelles resta ferma.
Il salario giusto: come funziona (e cosa non è)
Il decreto non introduce un salario minimo legale — tema che divide da anni la politica italiana. Sceglie invece una strada diversa: lega l’accesso a tutti gli incentivi pubblici al rispetto di un livello retributivo definito dai contratti collettivi nazionali delle organizzazioni più rappresentative. In busta paga devono rientrare non solo la paga base, ma anche tredicesime, indennità continuative e welfare contrattuale stabili. Restano fuori le voci variabili e discrezionali.
Chi applica contratti collettivi “minori” non può prevedere trattamenti inferiori a quelli del contratto di riferimento. E chi non rispetta questi parametri perde l’accesso agli sgravi. Da maggio 2026, inoltre, in busta paga e nella lettera di assunzione deve comparire il codice univoco del contratto collettivo applicato, identificato attraverso il CNEL.
Per i contratti scaduti che non vengono rinnovati, il decreto introduce un meccanismo automatico: scatta un adeguamento retributivo agganciato all’inflazione, che funge da anticipo sugli aumenti futuri in attesa del rinnovo.
Le opposizioni non ci stanno. Il Partito Democratico sostiene che il “salario giusto” non cambia nulla per i lavoratori con le buste paga più leggere, e che la norma esclude settori interi — sanità privata, Rsa — dai meccanismi che dovrebbero favorire il rinnovo contrattuale. La deputata Chiara Gribaudo ha dichiarato: «Il Governo non ha una risposta al salario minimo, né una norma che avrebbe determinato un adeguamento reale dei salari. Per questo si è inventato un’operazione che non cambia la realtà dei lavoratori poveri».
Rider e piattaforme: finisce il Far West degli algoritmi
La parte più innovativa del decreto, politicamente e tecnicamente, è quella dedicata al caporalato digitale. Il nome descrive uno scenario preciso: non è più il caporale in carne e ossa a sfruttare i lavoratori, ma un algoritmo che assegna turni, calcola compensi, penalizza chi rifiuta consegne e può escludere un rider dalla piattaforma con un click — senza che nessuno debba rispondere di nulla.
Il decreto interviene su più fronti. Per prima cosa, inverte l’onere della prova: non sarà più il lavoratore a dover dimostrare di essere subordinato, ma la piattaforma a dover provare che il rapporto è genuinamente autonomo, quando emergono indici di controllo o etero-organizzazione.
Le piattaforme dovranno poi conservare per cinque anni i dati di ogni lavoratore: accessi, assegnazioni, rifiuti, tempi, corrispettivi. Questi dati saranno accessibili in qualsiasi momento a INPS, INAIL e Ispettorato Nazionale del Lavoro. Ispezioni incrociate tra i tre enti diventano la norma.
Sul fronte tecnico, i rider potranno accedere alle app solo con SPID, CIE o CNS, oppure tramite un account a singolo codice fiscale con autenticazione a due fattori. La cessione dell’account — pratica diffusa nel settore, dove spesso un profilo viene “affittato” a un altro lavoratore — è espressamente vietata e sanzionata: da 800 a 1.200 euro per chi cede, da 1.000 a 1.500 euro per chi usa account altrui. Nessuna piattaforma potrà rilasciare più di un account per codice fiscale o assegnare allo stesso lavoratore consegne temporalmente incompatibili.
Ogni mese le piattaforme dovranno consegnare ai rider un Libro Unico del Lavoro con l’elenco delle consegne effettuate, i compensi e le mance digitali ricevute.
Va detto però cosa non c’è nel testo definitivo rispetto alle bozze delle settimane precedenti. La presunzione di subordinazione automatica per i lavoratori con incarichi continuativi — la norma più attesa — è stata espunta. I lavoratori delle piattaforme restano in una zona grigia: le tutele aumentano, ma non si arriva al riconoscimento strutturale del lavoro dipendente.
TFR, welfare e previdenza complementare
Il decreto tocca anche il trattamento di fine rapporto. I lavoratori possono scegliere, entro il 30 giugno 2026, di destinare le quote TFR maturate nel primo semestre 2026 alla previdenza complementare. Un’operazione una tantum per chi vuole rafforzare il proprio fondo pensione sfruttando questa finestra temporale.
Per le aziende c’è invece un incentivo a chi adotta la nuova certificazione UNI/PdR 192:2026, che misura le politiche di conciliazione tra vita familiare e lavoro: maternità, paternità, flessibilità, welfare aziendale. Lo sgravio contributivo arriva fino all’1% dei contributi datoriali, con un tetto massimo di 50.000 euro annui per impresa, valido nel triennio 2026-2028.
Domande frequenti sul Decreto Lavoro 2026
Il Decreto Lavoro 2026 è già in vigore?
Sì, è entrato in vigore il 1° maggio 2026. Deve però essere convertito in legge dal Parlamento entro il 29 giugno 2026: in quella sede potrebbero arrivare modifiche.
Chi può beneficiare del Bonus Donne?
Le imprese che assumono a tempo indeterminato lavoratrici in condizioni di svantaggio occupazionale. L’esonero contributivo è del 100% per 24 mesi, fino a 650 euro mensili (800 euro nelle regioni ZES del Sud).
Cos’è il salario giusto previsto dal decreto?
Non è un salario minimo fissato per legge. È un meccanismo che lega l’accesso agli incentivi pubblici al rispetto dei livelli retributivi dei contratti collettivi nazionali più rappresentativi. Chi paga meno non accede agli sgravi.
Cosa cambia per i rider con il decreto?
Devono accedere alle app solo con identità digitale certificata (SPID, CIE, CNS). Vietata la cessione degli account. Le piattaforme devono conservare per cinque anni i dati lavorativi e garantire trasparenza algoritmica. Ogni mese devono consegnare il Libro Unico del Lavoro.
Il Bonus Stabilizzazione è già attivo?
No. È approvato ma subordinato all’autorizzazione della Commissione Europea sugli aiuti di Stato. Fino al via libera di Bruxelles non può essere applicato.
Cosa dice l’opposizione sul decreto?
Il Partito Democratico e altri gruppi di opposizione criticano l’impianto del “salario giusto”, ritenendo che non garantisca aumenti reali per i lavoratori più poveri e che escluda settori come la sanità privata e le Rsa.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






