Decreto Rimpatri, via libera definitivo: 615 euro a chi assiste i migranti nel rientro volontario, cosa cambia davvero e perché la norma fa discutere

Daniela Devecchi

Decreto Rimpatri, via libera definitivo: 615 euro a chi assiste i migranti nel rientro volontario, cosa cambia davvero e perché la norma fa discutere

Il decreto Rimpatri ha ottenuto il via libera definitivo della Camera e ora entra nel cuore del dibattito politico italiano. Il provvedimento, nato per correggere una delle norme più contestate del decreto Sicurezza, riguarda i rimpatri volontari assistiti e introduce un compenso di circa 615 euro per chi aiuta il cittadino straniero a presentare la richiesta di rientro nel Paese d’origine.

Una cifra che ha acceso subito lo scontro. Perché? Perché nella prima versione si parlava di un compenso destinato agli avvocati, con il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense. Dopo le proteste del mondo forense e le critiche delle opposizioni, il governo ha cambiato strada: non più solo avvocati, non più CNF, ma un “rappresentante munito di mandato”.

La sostanza, però, resta politicamente pesante: lo Stato riconosce un compenso a chi accompagna il migrante nel percorso amministrativo per il rientro volontario. Ed è proprio qui che si apre la partita.

Decreto Rimpatri: cosa prevede

Il decreto-legge 24 aprile 2026, n. 55 contiene disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti. Non si parla, quindi, di espulsioni forzate o di rimpatri coatti, ma di un percorso diverso: il cittadino straniero decide di tornare nel proprio Paese d’origine attraverso un programma organizzato e seguito dalle autorità competenti.

Il meccanismo prevede assistenza nella fase di richiesta, nella gestione della pratica e nel percorso di rientro. L’obiettivo dichiarato è rendere più ordinato e concreto il sistema dei rimpatri, favorendo le partenze volontarie di chi non può o non vuole più restare in Italia.

Il punto centrale è il compenso. Il decreto stabilisce che chi assiste lo straniero nella domanda possa ricevere una somma pari al contributo previsto per le prime esigenze del programma di rimpatrio volontario assistito. La cifra indicata nel dibattito pubblico è di circa 615 euro.

I 615 euro: a chi vanno

La versione definitiva non dice più che il compenso spetta agli avvocati. Questo è un passaggio fondamentale, perché proprio quella formulazione aveva provocato forti proteste.

Ora il testo parla di rappresentante munito di mandato. In parole semplici, una persona autorizzata formalmente dal cittadino straniero ad assisterlo nella presentazione della richiesta e nel procedimento amministrativo.

Non è un dettaglio tecnico. Cambia il perimetro della norma. Il governo ha eliminato il riferimento diretto al Consiglio nazionale forense e ha tolto l’esclusiva alla categoria degli avvocati, lasciando però aperta una domanda importante: chi potrà davvero svolgere questo ruolo?

La risposta dovrà arrivare con un decreto del Ministero dell’Interno, chiamato a definire criteri e modalità operative. Senza quel passaggio, la norma resta incompleta nella sua applicazione pratica.

Rimpatri volontari: come funzionano

Il rimpatrio volontario assistito è un programma pensato per accompagnare il cittadino straniero nel ritorno nel Paese d’origine. Non è una misura punitiva, né una semplice espulsione. È un percorso amministrativo che può includere supporto logistico, organizzativo e, in alcuni casi, anche un aiuto per la reintegrazione.

La differenza rispetto al rimpatrio forzato è netta. Nel rimpatrio volontario la persona aderisce al programma e accetta di lasciare il territorio italiano seguendo una procedura definita. Nel rimpatrio forzato, invece, l’allontanamento viene eseguito dalle autorità.

Il decreto punta proprio su questa prima strada, considerata dal governo uno strumento più gestibile e meno complesso rispetto alle procedure coercitive. Ma la scelta di riconoscere un compenso a chi assiste il migrante ha trasformato una misura amministrativa in un tema politico molto acceso.

Il nodo degli avvocati

La prima formulazione della norma aveva fatto scattare l’allarme tra gli avvocati. L’idea che il difensore potesse ricevere un compenso legato al rimpatrio del proprio assistito era stata letta da molti come una forzatura.

Il problema era evidente: il ruolo dell’avvocato è tutelare i diritti della persona, non accompagnarla verso una soluzione che potrebbe coincidere con l’uscita dal territorio nazionale. Proprio per questo il Consiglio nazionale forense aveva preso le distanze dalla norma, giudicando improprio il coinvolgimento diretto della categoria.

Con il nuovo decreto, il governo ha corretto il tiro. Via il riferimento al CNF, via l’indicazione esclusiva degli avvocati. Resta però il tema della garanzia: chi assiste il migrante dovrà essere davvero una figura neutrale, competente e trasparente. Altrimenti il rischio è che una procedura volontaria finisca per diventare opaca.

Quando viene pagato il compenso

Altro punto delicato: il compenso non è più legato all’effettiva partenza del migrante. Nella versione corretta, il pagamento viene riconosciuto alla conclusione del procedimento amministrativo.

Questo significa che la somma non dipende materialmente dal fatto che il rimpatrio venga poi eseguito con la partenza effettiva. È una modifica importante, perché attenua il rischio di creare un interesse diretto nel “convincere” la persona a partire.

La distinzione può sembrare sottile, ma in realtà pesa molto. Se il compenso fosse stato collegato al rientro effettivo, il rappresentante avrebbe potuto apparire come una figura interessata all’esito finale. Collegarlo alla conclusione della procedura rende la norma meno esposta a questa critica, anche se non cancella tutte le perplessità.

I fondi stanziati

Il decreto prevede risorse precise: 281.055 euro per il 2026 e 561.495 euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028.

Sono cifre contenute, ma utili a capire la portata iniziale della misura. Non siamo davanti a un piano di massa, almeno nella fase di partenza. Il governo sembra voler costruire un canale amministrativo più definito, con costi già programmati e coperture individuate.

La copertura finanziaria arriva in parte dall’abrogazione della precedente disposizione contestata e in parte dalla riduzione di fondi speciali collegati al Ministero dell’Economia, usando l’accantonamento relativo al Ministero dell’Interno.

Il voto in Parlamento

Il percorso parlamentare si è chiuso il 16 giugno 2026 con il voto definitivo della Camera: 147 favorevoli, 93 contrari e 3 astenuti.

Prima, il decreto era passato al Senato il 3 giugno 2026, con 83 voti favorevoli e 49 contrari. La maggioranza ha difeso il provvedimento come uno strumento concreto per governare i flussi migratori e rendere più efficaci i rimpatri.

Le opposizioni, invece, hanno parlato di una norma nata male e corretta in corsa. Il punto politico è proprio questo: il decreto viene presentato dal governo come un passo avanti, ma per i critici resta soprattutto il tentativo di rimediare a una misura che aveva creato imbarazzo e confusione.

Lo scontro politico

La premier Giorgia Meloni ha rivendicato il provvedimento come un altro tassello della linea del governo sull’immigrazione: regole più certe, strumenti più concreti, maggiore capacità dello Stato di gestire i flussi.

Da Fratelli d’Italia è arrivata una lettura molto netta: il decreto viene presentato come la prova che il governo vuole fare sul serio sui rimpatri. La maggioranza insiste sul carattere pragmatico della misura, sottolineando la differenza tra slogan e strumenti amministrativi.

Il Partito Democratico e le altre opposizioni hanno invece attaccato il testo, sostenendo che il governo abbia dovuto correggere una norma sbagliata fin dall’inizio. L’accusa è chiara: trasformare un tema delicato come il rientro dei migranti in una misura frettolosa, poi aggiustata per evitare nuove tensioni istituzionali.

Il decreto attuativo

La partita, però, non è chiusa del tutto. Perché il decreto rimanda a un successivo provvedimento del Ministero dell’Interno, chiamato a stabilire i criteri per individuare i rappresentanti autorizzati.

Questo passaggio sarà decisivo. Dovrà chiarire chi potrà assistere il migrante, con quali requisiti, con quali controlli e con quali responsabilità.

Senza regole precise, il rischio è creare una zona grigia. Una figura pagata per seguire pratiche delicate deve avere competenze, trasparenza e limiti ben definiti. Il decreto attuativo servirà proprio a questo: trasformare il principio generale in una procedura concreta.

Rimpatri e Patto UE

Il decreto italiano si inserisce in una fase europea molto intensa sul tema migratorio. L’Unione Europea sta lavorando a nuove regole sui rimpatri, sulla gestione delle frontiere, sulle procedure accelerate e sulla collaborazione tra Stati.

Attenzione però a non confondere i piani. Il decreto Rimpatri italiano riguarda i rimpatri volontari assistiti. Altre norme, invece, toccano il Patto europeo su migrazione e asilo, le procedure di frontiera, i controlli nei Paesi terzi e i rimpatri forzati.

Sono temi collegati, certo, ma non identici. Nel caso del decreto 55/2026 il cuore della norma resta il rientro volontario, accompagnato da una figura incaricata di seguire il procedimento.

Cosa cambia ora

Per i cittadini stranieri che possono accedere al programma, il decreto dovrebbe rendere più strutturata la procedura di rientro volontario. Per lo Stato, l’obiettivo è aumentare l’utilizzo di uno strumento che finora ha avuto numeri limitati rispetto al totale dei rimpatri.

Nel 2025, i rimpatri volontari assistiti sono stati una quota ridotta rispetto al totale dei rimpatri disposti. È proprio su questo divario che il governo prova a intervenire.

La domanda politica resta aperta: questa misura renderà davvero più efficaci i rimpatri o resterà una correzione tecnica di una norma contestata? La risposta arriverà solo con l’applicazione concreta, quando saranno definiti i criteri per i rappresentanti e si capirà quante persone useranno davvero questo canale.

FAQ

Che cos’è il decreto Rimpatri?
È il decreto-legge 55/2026 sui rimpatri volontari assistiti, approvato definitivamente dalla Camera il 16 giugno 2026. Regola l’assistenza al cittadino straniero che sceglie di rientrare nel proprio Paese d’origine attraverso un programma dedicato.

I 615 euro vanno agli avvocati?
No, nella versione definitiva non si parla più solo di avvocati. Il compenso spetta al rappresentante munito di mandato che assiste il cittadino straniero nella richiesta e nel procedimento.

Il migrante riceve 615 euro?
La cifra riguarda il compenso riconosciuto al rappresentante che segue la pratica. Il programma di rimpatrio volontario assistito può prevedere anche forme di supporto per il rientro e la reintegrazione, ma la norma contestata riguarda il pagamento a chi assiste nella procedura.

Il compenso viene pagato solo se il migrante parte?
No. La versione finale collega il compenso alla conclusione del procedimento amministrativo, non all’effettiva partenza.

Cosa manca ancora per applicare la norma?
Serve il decreto attuativo del Ministero dell’Interno, che dovrà stabilire criteri e modalità per individuare i rappresentanti autorizzati ad assistere i cittadini stranieri nel percorso di rimpatrio volontario.