Si chiamava Silvia. All’anagrafe, Silvia Lubich. Il nome Chiara se lo scelse da sola il 7 dicembre 1943, in onore di santa Chiara d’Assisi, il giorno in cui decise di consacrare la vita a Dio. Fuori c’era la guerra. Trento veniva bombardata. E lei, ventitré anni, una borsa di libri e quasi nessun soldo, scelse quel momento per cominciare qualcosa che non sapeva ancora cosa sarebbe diventato.
Oggi il Movimento dei Focolari conta milioni di aderenti in più di ottanta paesi. Allora erano quattro ragazze in un appartamento.
Una famiglia che non aveva niente, tranne le idee
Suo padre Luigi era un antifascista convinto. Quando la crisi del ’29 lo costrinse a chiudere la piccola attività commerciale che aveva messo in piedi, gli offrirono una via d’uscita: iscriversi al Partito fascista. Rifiutò. Rimase disoccupato. La famiglia andava avanti con lavori saltuari e con i soldi che la piccola Chiara guadagnava facendo ripetizioni ai bambini del quartiere.
Sua madre Luigia era l’opposto — cattolica fervorosa, praticante, quella che portava i figli in chiesa e ci teneva. I due si erano conosciuti lavorando entrambi in una tipografia socialista trentina. Un dettaglio che dice già tutto sulla complessità di quella casa.
Chiara sognava l’Università Cattolica di Milano. Non aveva i soldi per trasferirsi, così si iscrisse a filosofia a Venezia, continuando a dare ripetizioni per pagarsi i libri. Poi arrivò la guerra e l’università saltò. Ma la passione per le idee non sparì mai.
Trento, le bombe e una frase che rimase
Durante i bombardamenti su Trento del 1944 Chiara e le prime ragazze che si erano avvicinate a lei giravano tra le macerie con cibo e medicinali. In quei mesi leggevano il Vangelo ad alta voce nei rifugi, tra uno scoppio e l’altro. Lo leggevano come se fosse scritto per loro, per quella città , per quel momento preciso.
C’è un episodio che Chiara raccontò più volte. Incontrò una donna che aveva perso quattro figli in un bombardamento. Stava camminando per strada come se non capisse più dove andare. Chiara disse, anni dopo, che fu lì che capì cosa avrebbe fatto della sua vita — abbracciare il dolore degli altri, non scapparne.
«Solo Dio non passa», disse a una delle sue amiche mentre guardavano crollare una casa. Tutto il resto poteva essere distrutto. Quella frase diventò il punto di partenza di tutto.
Come nacque il Movimento — quasi per caso
Non c’era un piano. Non c’era un progetto scritto su carta con obiettivi e tappe. C’era un gruppo di ragazze che cercavano di vivere il Vangelo sul serio, in modo concreto, giorno per giorno. La gente del quartiere le chiamava «le focolarine» — perché quella casa era sempre aperta, sempre calda, come un focolare domestico. Il nome rimase.
Nel 1948 arrivò Igino Giordani, giornalista, scrittore, deputato alla Costituente. Era sposato, con figli. Il fatto che un uomo di famiglia potesse fare parte del movimento a pieno titolo fu una svolta silenziosa ma importante — significava che quel carisma non era solo per chi aveva scelto la vita consacrata.
Negli anni Cinquanta i Focolari cominciarono a uscire dall’Italia. Prima in modo quasi clandestino nei paesi del blocco sovietico — c’era chi portava i testi di nascosto, chi costruiva piccole comunità invisibili. Poi sempre più apertamente. Nel 1964 nacque Loppiano, in Toscana — una cittadella vera e propria, costruita dai focolarini con le proprie mani, che oggi conta centinaia di residenti da tutto il mondo. Dal movimento uscirono anche la casa editrice Città Nuova e, nel 1991 in Brasile, il progetto dell’Economia di Comunione — un modello economico che oggi coinvolge oltre 750 aziende.
La donna che parlò ai buddhisti, ai musulmani e agli ebrei
Questo è forse il capitolo della vita di Chiara Lubich che sorprende di più. Una donna cattolica, consacrata, che negli anni Settanta comincia a tessere relazioni con le altre religioni del mondo — non per cortesia diplomatica, ma perché ci credeva davvero.
Nel 1977 ricevette a Londra il Premio Templeton per il progresso della religione. Stesso premio assegnato in quegli anni a Madre Teresa e a Frère Roger di Taizé. La motivazione parlava del suo contributo come «tra i più rilevanti nelle relazioni tra le Chiese e le religioni».
Nel 1981 fu a Tokyo, invitata dai leader del buddhismo giapponese. Nel 1997 salì sul palco della moschea di Harlem a New York davanti a tremila musulmani neri — invitata dall’Imam W.D. Mohammed. Quello stesso anno parlò in Tailandia a ottocento monaci e monache buddhiste. L’anno dopo incontrò la comunità ebraica di Buenos Aires e strinse un patto di fraternità .
Non era proselitismo. Era qualcosa di più difficile da spiegare — e forse per questo funzionava. «Non si può credere a un Padre senza comportarsi da fratelli di tutti gli altri uomini», disse in una delle sue conferenze più citate. Una frase semplice. Ma in quegli anni, pronunciata da una donna cattolica dentro una moschea di Harlem, aveva un peso specifico diverso.
Alla fine della sua vita aveva collezionato sedici lauree honoris causa, diciassette cittadinanze onorarie, il Premio UNESCO per l’Educazione alla Pace nel 1996 e il Premio per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa nel 1998.
Gli ultimi anni e la morte a Rocca di Papa
Nel novembre 2006 fu ricoverata al Policlinico Gemelli di Roma per un’infezione polmonare acuta. Aveva 86 anni. Benedetto XVI le inviò la sua benedizione. Poi le condizioni peggiorarono ancora — e al suo capezzale arrivò anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, di passaggio a Roma per un incontro col Papa. Una visita che nessuno si aspettava e che disse molto su chi fosse quella donna per la Chiesa universale.
Il 13 marzo 2008 chiese di tornare a casa — al Centro Mariapoli di Rocca di Papa, sede centrale del Movimento, sui Castelli Romani. Morì il giorno dopo, il 14 marzo 2008. Ottantotto anni.
La causa di beatificazione: a che punto siamo
Il 27 gennaio 2015 il vescovo di Frascati aprì ufficialmente la causa. Frascati era la diocesi in cui Chiara aveva vissuto la maggior parte della sua vita. Quasi cinque anni di lavoro — raccolta di documenti, testimonianze, scritti — e poi il 10 novembre 2019 la fase diocesana si chiuse nella Cattedrale di San Pietro a Frascati. In chiesa c’erano 75 scatole sigillate con tutta la documentazione raccolta. Furono consegnate alla Congregazione delle Cause dei Santi in Vaticano.
Da quel momento il processo è a Roma. Manca ancora il riconoscimento delle virtù eroiche — che la proclamerebbe Venerabile — e poi almeno un miracolo per la beatificazione vera e propria. I tempi non sono prevedibili. Ma il cammino è aperto.






