È morto il cardinale Camillo Ruini, storico presidente della CEI e figura centrale nei rapporti tra Chiesa, politica italiana e Vaticano

Daniela Devecchi

È morto il cardinale Camillo Ruini, storico presidente della CEI e figura centrale nei rapporti tra Chiesa, politica italiana e Vaticano

Il cardinale Camillo Ruini era una delle figure più influenti, discusse e riconoscibili della Chiesa italiana degli ultimi decenni. E’ morto all’età di 95 anni, la notizia è stata diffusa da pochi minuti. Per molti fedeli è stato il volto di una stagione precisa del cattolicesimo italiano: quella in cui la Conferenza Episcopale Italiana non rimaneva sullo sfondo, ma entrava con forza nel dibattito pubblico, parlava di famiglia, scuola, bioetica, politica, vita, morte, diritti civili.

Per altri, invece, Ruini è stato il simbolo di una Chiesa molto presente nella vita istituzionale del Paese, capace di orientare scelte, campagne, equilibri parlamentari. Amato, contestato, ascoltato, temuto. Mai davvero marginale.

Con lui se ne va uno dei grandi protagonisti del rapporto tra Vaticano e Italia, un uomo che ha attraversato il pontificato di Giovanni Paolo II, gli anni di Benedetto XVI e il lungo cambiamento della società italiana dopo la fine della Democrazia Cristiana.

Dalle origini emiliane alla formazione teologica

Camillo Ruini era nato a Sassuolo, in provincia di Modena, il 19 febbraio 1931. Le sue radici erano emiliane, ma la sua storia ecclesiastica lo avrebbe portato presto a Roma, nel cuore della Chiesa universale.

Studiò filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana, come alunno dell’Almo Collegio Capranica, uno dei luoghi storici della formazione del clero romano. Fu ordinato sacerdote l’8 dicembre 1954. Da giovane prete si distinse per una preparazione intellettuale solida, quasi severa, fatta di studio, dottrina, disciplina e una forte attenzione alla cultura.

Prima di diventare uno dei cardinali più noti d’Italia, Ruini fu insegnante. Si occupò di filosofia, teologia dogmatica, formazione dei seminaristi. Non era un comunicatore improvvisato: dietro il suo modo fermo di parlare c’era una lunga costruzione teorica. Anche chi non condivideva le sue posizioni gli riconosceva una cosa: Ruini conosceva il peso delle parole.

L’ascesa nella Chiesa italiana

La svolta arrivò negli anni Ottanta. Nel 1983 fu nominato vescovo ausiliare di Reggio Emilia e Guastalla. Tre anni dopo, nel 1986, divenne segretario generale della CEI, incarico che lo mise già al centro degli equilibri ecclesiali italiani.

Il passaggio decisivo, però, fu il 1991. Giovanni Paolo II lo volle prima pro-vicario generale per la diocesi di Roma, poi presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Nello stesso anno Ruini fu creato cardinale. Aveva 60 anni: per quel ruolo, non era affatto anziano.

Da quel momento iniziò una stagione lunghissima. Ruini guidò la CEI dal 1991 al 2007, sedici anni che avrebbero segnato in profondità non solo la Chiesa italiana, ma anche il rapporto tra fede cattolica, politica e società civile.

Il cardinale vicino a Giovanni Paolo II

Il legame con Giovanni Paolo II fu uno degli elementi centrali della sua carriera. Ruini interpretò in Italia una linea molto chiara: la fede cattolica non doveva essere confinata alla sfera privata, ma doveva avere voce nella cultura, nella scuola, nelle leggi, nei grandi temi della vita pubblica.

Non è un caso che il suo nome sia rimasto legato al cosiddetto “progetto culturale” della Chiesa italiana. L’idea era ambiziosa: rimettere il cristianesimo al centro del dibattito culturale nazionale, non come nostalgia del passato, ma come proposta capace di parlare all’uomo contemporaneo.

Era una visione forte, e infatti non lasciò indifferenti. Ruini non amava le mezze frasi. Aveva uno stile asciutto, razionale, spesso perentorio. Quando interveniva, la politica ascoltava. E spesso reagiva.

Il “ruinismo”, quando la CEI diventò protagonista della politica italiana

C’è una parola che più di altre racconta la sua eredità pubblica: ruinismo.

Con questo termine si indicò quella stagione in cui la CEI, sotto la sua guida, assunse un ruolo molto più visibile nel confronto politico italiano. Erano gli anni successivi al crollo della Democrazia Cristiana. Il mondo cattolico non aveva più un unico partito di riferimento. E allora? Chi avrebbe orientato i cattolici impegnati nella vita pubblica?

Ruini provò inizialmente a favorire un nuovo centro politico di ispirazione cattolica, ma la storia prese un’altra strada. Alla fine, la CEI diventò di fatto un punto di riferimento diretto per molti cattolici italiani, soprattutto sui temi etici.

Il cardinale intervenne su famiglia, scuola, fecondazione assistita, eutanasia, unioni civili, ruolo dei cattolici in politica. Per i suoi sostenitori era una voce necessaria, capace di difendere principi non negoziabili. Per i critici, invece, rappresentava un’ingerenza ecclesiastica nella vita democratica dello Stato.

Eppure, al di là dei giudizi, un dato resta: Ruini fu uno degli uomini più influenti dell’Italia tra gli anni Novanta e i primi Duemila.

Lo scontro sui temi etici: legge 40, Welby e DICO

Uno dei momenti più forti della sua stagione pubblica fu il referendum del 2005 sulla legge 40, la normativa sulla procreazione medicalmente assistita. Ruini sostenne apertamente la linea dell’astensione, contribuendo al mancato raggiungimento del quorum. Fu una vittoria politica e culturale per il fronte cattolico, ma anche uno spartiacque: da quel momento il suo ruolo nel dibattito pubblico apparve ancora più evidente.

Nel 2006 arrivò poi il caso di Piergiorgio Welby, l’attivista affetto da distrofia muscolare che chiese l’interruzione del trattamento sanitario che lo teneva in vita. Il Vicariato di Roma, guidato da Ruini, negò i funerali religiosi. La decisione provocò polemiche durissime e rimase una delle pagine più controverse della sua vicenda ecclesiale.

Poi ci furono i DICO, il progetto del governo Prodi per riconoscere giuridicamente le coppie conviventi. Anche su quel terreno Ruini fu tra i protagonisti della ferma opposizione del mondo cattolico. La legge non arrivò mai in porto e lo scontro lasciò ferite profonde nel centrosinistra.

Non è curioso pensare quanto un cardinale, senza incarichi di governo, sia riuscito a incidere su alcuni passaggi chiave della politica italiana? Ruini non sedeva in Parlamento, ma spesso sembrava pesare quanto un leader di partito.

Vicario di Roma e uomo del Vaticano

Accanto alla guida della CEI, Ruini fu anche vicario generale del Papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2008. Un incarico delicatissimo, perché il vicario è colui che amministra concretamente la diocesi del Papa.

Fu anche arciprete della Basilica di San Giovanni in Laterano e Gran Cancelliere della Pontificia Università Lateranense. La sua figura, quindi, non apparteneva solo alla Chiesa italiana, ma era profondamente inserita anche nelle strutture romane e vaticane.

Dopo l’uscita dalla CEI e dal Vicariato, non scomparve del tutto. Continuò a essere ascoltato, intervistato, consultato. Nel 2010 fu chiamato a presiedere la commissione internazionale d’inchiesta su Medjugorje, altro tema delicatissimo nella vita della Chiesa contemporanea.

Una figura divisiva, ma impossibile da ignorare

Camillo Ruini è stato un cardinale divisivo. Sarebbe inutile addolcire la sua storia. Ha suscitato stima profonda e critiche feroci. È stato considerato da molti un difensore rigoroso della dottrina cattolica; da altri un simbolo di chi voleva riportare la Chiesa dentro le scelte legislative dello Stato.

Ma proprio questa tensione racconta il peso della sua figura. Ruini non fu un cardinale decorativo. Non rimase ai margini. Non si limitò alle omelie solenni o ai documenti interni. Entrò nel cuore delle fratture italiane: credenti e laici, cattolici e progressisti, famiglia tradizionale e nuovi diritti, vita biologica e autodeterminazione, Chiesa e Parlamento.

La sua morte chiude una pagina lunga, complessa, a tratti ruvida, della storia italiana recente.

L’eredità di Camillo Ruini

Che cosa resta oggi di Camillo Ruini?

Resta innanzitutto la memoria di un uomo di Chiesa che ha creduto nella presenza pubblica del cattolicesimo. Resta il segno di una CEI forte, centralizzata, capace di parlare con una sola voce. Resta il rapporto strettissimo con Giovanni Paolo II. Resta il dibattito, mai davvero chiuso, sul confine tra testimonianza religiosa e intervento politico.

Resta anche una domanda che riguarda ancora il presente: quanto deve pesare la voce della Chiesa nelle scelte civili di un Paese laico?

Ruini diede la sua risposta senza esitazioni. La diede per decenni, con fermezza, senza cercare troppo il consenso trasversale. Oggi quella risposta può piacere o no, ma appartiene ormai alla storia della Repubblica e della Chiesa italiana.

Con la morte del cardinale Camillo Ruini, l’Italia perde uno degli ultimi grandi protagonisti della stagione in cui il Vaticano, la CEI e la politica nazionale parlavano ogni giorno la stessa lingua del potere, del conflitto e della fede.

FAQ

Chi era il cardinale Camillo Ruini?
Camillo Ruini era un cardinale italiano.

Quanti anni aveva Camillo Ruini?
Aveva 95 anni. Era nato a Sassuolo, in provincia di Modena, il 19 febbraio 1931.

Perché Camillo Ruini è stato così importante nella Chiesa italiana?
Perché guidò la CEI per sedici anni, in una fase delicata della storia italiana, diventando una delle voci più influenti nei rapporti tra Chiesa, politica e società civile.

Che cosa significa “ruinismo”?
Il termine indica la stagione legata alla guida di Ruini alla CEI, caratterizzata da una presenza forte della Chiesa italiana nel dibattito pubblico, soprattutto sui temi etici e culturali.

Quali furono le battaglie più note di Camillo Ruini?
Tra le più ricordate ci sono la campagna per l’astensione al referendum del 2005 sulla fecondazione assistita, l’opposizione ai DICO e la posizione sul caso Piergiorgio Welby.