L’isopensione è una di quelle parole che sembrano fatte apposta per confondere. Suona tecnica, lontana, quasi da circolare INPS. E invece riguarda una cosa molto concreta: uscire prima dal lavoro, anche diversi anni prima della pensione vera e propria, grazie a uno scivolo pagato dall’azienda.
Il punto, però, è delicato. Perché oggi questo strumento può accompagnare alcuni lavoratori fino a 7 anni prima della pensione, ma dal 2027 tutto potrebbe cambiare. Senza una nuova proroga, infatti, il periodo massimo rischia di tornare a 4 anni. Non proprio un dettaglio, soprattutto per chi si trova dentro piani aziendali di esodo, riorganizzazioni o riduzione del personale.
Cos’è l’isopensione: lo scivolo per uscire prima dal lavoro
L’isopensione è una prestazione di accompagnamento alla pensione. In pratica, permette ad alcuni lavoratori vicini alla pensione di lasciare il lavoro in anticipo, ricevendo nel frattempo un assegno mensile fino alla maturazione del diritto alla pensione ordinaria.
Attenzione, però: non è una pensione anticipata pagata dallo Stato. La differenza è fondamentale. L’assegno viene materialmente erogato dall’INPS, ma il costo è a carico dell’azienda.
Il datore di lavoro, infatti, si assume l’impegno di pagare sia l’assegno mensile sia la contribuzione correlata, cioè i contributi necessari per accompagnare il lavoratore fino alla pensione definitiva.
Detta semplice: il lavoratore esce prima, l’INPS gli paga l’assegno, ma l’azienda mette i soldi.
Chi può andare in isopensione
L’isopensione non è aperta a tutti. Non basta voler lasciare il lavoro prima. Serve un accordo preciso e servono determinate condizioni.
La misura riguarda i lavoratori dipendenti, anche dirigenti, coinvolti in processi aziendali come crisi, ristrutturazioni, riorganizzazioni, riduzioni o trasformazioni dell’attività.
Di solito entra in gioco nelle aziende medio-grandi, perché il datore di lavoro deve avere mediamente più di 15 dipendenti. Serve poi un accordo con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.
Quindi no, non è uno strumento che il singolo lavoratore può chiedere da solo, come se fosse una normale domanda di pensione. È legato a un percorso aziendale, a un piano di esodo e a un impegno economico molto pesante da parte dell’impresa.
Perché oggi si parla di uscita fino a 7 anni prima
Negli ultimi anni l’isopensione è diventata particolarmente interessante perché lo scivolo massimo è stato portato fino a 7 anni. Questo significa che un lavoratore, se rientra nei requisiti e se l’azienda attiva il percorso, può uscire fino a sette anni prima della pensione.
Non è poco. Per molte imprese è uno strumento utile per gestire il ricambio del personale senza licenziamenti traumatici. Per molti lavoratori, invece, può rappresentare una via d’uscita morbida dopo una lunga carriera.
Il problema è che questa estensione a 7 anni non è strutturale per sempre. Vale fino al 2026. Ed è qui che nasce la vera notizia: dal 2027, se non arriva un nuovo intervento, l’isopensione torna al limite ordinario di 4 anni.
Cosa cambia dal 2027
Il passaggio dal 2026 al 2027 è il nodo che preoccupa lavoratori, aziende e consulenti del lavoro.
Se la proroga non verrà confermata, dal prossimo anno lo scivolo non potrà più coprire un periodo massimo di 7 anni, ma tornerà a 4 anni. Questo restringerebbe molto la platea dei lavoratori coinvolgibili nei piani di uscita.
Facciamo un esempio semplice. Un lavoratore a cui mancano 6 anni alla pensione oggi, con l’isopensione a 7 anni, potrebbe teoricamente rientrare nello scivolo. Dal 2027, se il limite tornasse a 4 anni, resterebbe fuori.
Ecco perché la questione non è solo tecnica. Per alcune persone potrebbe voler dire poter uscire prima dal lavoro. Per altre, invece, restare ancora anni in azienda o dover attendere un diverso strumento pensionistico.
Il Governo valuta la proroga, ma non è ancora definitiva
Sul tavolo c’è l’ipotesi di prorogare l’isopensione a 7 anni anche oltre il 2026. Il Governo ha fatto sapere che la questione è in valutazione, soprattutto perché molte aziende programmano piani di uscita con largo anticipo e hanno bisogno di regole certe.
Ma al momento bisogna essere prudenti: la proroga non può essere considerata già approvata. Una cosa è l’ipotesi politica, un’altra è la norma definitiva.
Ed è proprio qui che nasce la confusione. In queste settimane si è parlato molto di possibile proroga fino al 2029, ma la misura non risulta ancora stabilizzata in modo definitivo. Per ora, quindi, il dato sicuro resta questo: isopensione fino a 7 anni per il 2026; dal 2027, senza nuova norma, ritorno a 4 anni.
Quanto prende chi va in isopensione
L’importo dell’isopensione viene calcolato sulla base della pensione maturata dal lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
Questo significa che l’assegno può essere diverso dalla pensione definitiva che scatterà più avanti. Durante il periodo di accompagnamento, infatti, l’azienda continua a versare i contributi correlati, che serviranno poi per arrivare alla pensione vera e propria.
L’assegno viene pagato mensilmente e, di norma, viene riconosciuto per 13 mensilità. Alla fine del periodo di isopensione, però, il lavoratore deve ricordarsi una cosa importante: la pensione non parte automaticamente. Bisogna presentare la domanda nei tempi giusti.
Sembra un dettaglio burocratico, ma non lo è. Saltare una scadenza o muoversi tardi può creare problemi proprio nel momento più delicato, cioè nel passaggio dallo scivolo alla pensione definitiva.
Chi paga l’isopensione
Questo è forse l’aspetto più importante da chiarire: l’isopensione la paga l’azienda.
Il datore di lavoro deve garantire all’INPS le somme necessarie per coprire l’assegno del lavoratore e i contributi. Non solo. Deve anche prestare garanzie, perché l’impegno economico può durare anni ed essere molto elevato.
Per questo motivo non tutte le imprese possono permettersi uno strumento del genere. L’isopensione è utile, ma costosa. E più lungo è lo scivolo, più alto diventa il costo per l’azienda.
Ecco perché il passaggio da 7 anni a 4 anni cambierebbe molto anche per le imprese: significherebbe ridurre la durata massima dell’impegno, ma anche avere meno margine per gestire uscite anticipate e riorganizzazioni.
Il nodo dei contributivi puri
C’è poi un tema meno noto, ma molto importante: quello dei lavoratori interamente nel sistema contributivo, cioè chi ha iniziato a versare contributi dal 1996 in poi.
Per questi lavoratori, l’accesso alla pensione è legato anche a determinati importi soglia. In alcuni casi, quindi, può diventare più complicato certificare in anticipo il raggiungimento dei requisiti necessari.
Il problema non è da poco: se non c’è certezza sul diritto futuro alla pensione, diventa difficile autorizzare l’isopensione. Ed è proprio su questo punto che si stanno cercando criteri più chiari, per evitare che lavoratori e aziende restino bloccati in una zona grigia.
Perché molti lavoratori rischiano di perdere l’anticipo
Il rischio principale è semplice: se dal 2027 lo scivolo torna a 4 anni, tutti quelli che si trovano a più di quattro anni dalla pensione potrebbero non rientrare più nel meccanismo.
Non significa che perderanno una pensione già acquisita. Significa però che potrebbero perdere la possibilità di uscire prima attraverso questo strumento.
Per un lavoratore di 60 o 61 anni, magari dopo una vita in azienda, la differenza tra uno scivolo di 7 anni e uno di 4 anni può essere enorme. Può voler dire chiudere il rapporto di lavoro in modo accompagnato oppure dover aspettare ancora.
E per le aziende? Anche per loro cambia tutto. I piani di esodo non si costruiscono in pochi giorni. Servono accordi, verifiche, calcoli, garanzie economiche. Se le regole restano incerte, molte operazioni rischiano di rallentare.
Cosa bisogna controllare adesso
Chi è coinvolto in un piano aziendale o pensa di poter rientrare nell’isopensione dovrebbe verificare alcuni elementi precisi: quanti anni mancano alla pensione, quale tipo di pensione si raggiungerà, se l’azienda ha già avviato un accordo, quale sarebbe l’importo dell’assegno e se il profilo contributivo presenta particolari criticità.
La parola chiave, in questo momento, è prudenza. La proroga a 7 anni oltre il 2026 è una possibilità discussa, ma finché non viene confermata da una norma definitiva non può essere data per certa.
Per ora, quindi, il quadro è chiaro ma sospeso: l’isopensione resta uno scivolo potente, pagato dall’azienda, capace di accompagnare il lavoratore fino a 7 anni prima della pensione. Ma dal 2027, senza proroga, potrebbe restringersi di nuovo a 4 anni.
E per molti lavoratori vicini all’uscita, quei tre anni in meno potrebbero fare tutta la differenza.
FAQ
Che cos’è l’isopensione?
L’isopensione è uno scivolo pensionistico che permette ad alcuni lavoratori di uscire prima dal lavoro e ricevere un assegno fino alla pensione vera e propria. L’assegno è erogato dall’INPS, ma viene pagato dall’azienda.
Chi paga l’isopensione?
Il costo è a carico del datore di lavoro. L’azienda finanzia sia l’assegno mensile sia la contribuzione necessaria per accompagnare il lavoratore alla pensione.
Fino a quanti anni prima si può uscire con l’isopensione?
Nel 2026 lo scivolo può arrivare fino a 7 anni prima della pensione. Dal 2027, se non verrà approvata una nuova proroga, il limite potrebbe tornare a 4 anni.
L’isopensione è automatica?
No. Serve un accordo aziendale e sindacale, e il lavoratore deve maturare il diritto alla pensione entro il periodo previsto. Non è una misura che si può chiedere liberamente come una normale domanda di pensione.
La pensione parte automaticamente alla fine dell’isopensione?
No. Alla fine del periodo di accompagnamento il lavoratore deve presentare domanda di pensione nei tempi corretti. L’isopensione non si trasforma da sola in pensione definitiva.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






