Evaristo Beccalossi, di cosa è morto? Emorragia cerebrale, 47 giorni di coma, ricovero a Brescia e morte a 69 anni

Daniela Devecchi

Evaristo Beccalossi, di cosa è morto? Emorragia cerebrale, 47 giorni di coma, ricovero a Brescia e morte a 69 anni

Evaristo Beccalossi è morto a 69 anni, nella notte tra il 5 e il 6 maggio 2026, a Brescia. Una notizia che ha colpito il calcio italiano come una fitta improvvisa, perché il “Becca” non era soltanto un ex calciatore: era un modo di intendere il pallone, un sinistro elegante, irregolare, istintivo. Uno di quei giocatori che non si spiegano fino in fondo, perché appartengono più alla memoria emotiva dei tifosi che agli archivi.

La domanda che tanti si sono posti subito è stata una: di cosa è morto Evaristo Beccalossi? La risposta, sulla base delle informazioni emerse, porta al grave problema di salute che lo aveva colpito nel gennaio 2025: un’emorragia cerebrale, seguita da un lungo coma e da mesi difficilissimi di cure e riabilitazione.

Di cosa è morto Evaristo Beccalossi

La morte di Beccalossi è legata alle conseguenze dell’emorragia cerebrale che lo aveva colpito all’inizio del 2025. Il malore era arrivato in modo improvviso, nella sua casa, quando un amico lo aveva trovato in uno stato di forte confusione. Da lì il trasporto in ospedale, gli accertamenti e la diagnosi che aveva fatto tremare tutti: emorragia cerebrale.

Pochi giorni dopo, la situazione era precipitata. Beccalossi era entrato in coma e ci era rimasto per 47 giorni. Quasi sette settimane sospese, con la famiglia accanto e il mondo del calcio in attesa di notizie. Poi il risveglio, raccontato come una piccola vittoria, fragile ma enorme.

Non era però finita. Dopo il coma era iniziato un percorso lungo, faticoso, fatto di cure, controlli, riabilitazione e speranze. Il suo quadro clinico era rimasto molto delicato, e il decesso è arrivato oltre un anno dopo quel primo drammatico episodio.

Il ricovero alla Poliambulanza e gli ultimi giorni

Evaristo Beccalossi è morto alla Fondazione Poliambulanza di Brescia, la città che lo aveva visto nascere il 12 maggio 1956 e che lo ha accompagnato anche nell’ultimo tratto della sua vita. Avrebbe compiuto 70 anni pochi giorni dopo, il 12 maggio 2026.

C’è qualcosa di profondamente amaro in questa coincidenza. Beccalossi se n’è andato a un passo da un compleanno importante, dopo mesi in cui la sua salute era diventata una battaglia silenziosa. Non una di quelle battaglie da raccontare con retorica facile, ma una lotta quotidiana, consumata lontano dal rumore degli stadi.

La famiglia, già nel 2025, aveva fatto sapere che dopo 131 giorni di ricovero era arrivata la dimissione dall’ospedale. Sembrava un passaggio carico di speranza. Il peggio, almeno in apparenza, pareva alle spalle. Ma certe ferite, soprattutto quando riguardano il cervello, lasciano segni profondi e imprevedibili.

Il coma durato 47 giorni

Il dettaglio dei 47 giorni di coma è uno di quelli che restituiscono la misura del dramma vissuto da Beccalossi e dai suoi cari. Per quasi due mesi, l’ex campione dell’Inter era rimasto sospeso tra paura e attesa.

Poi il risveglio. Un momento che aveva commosso tifosi, amici, ex compagni e appassionati. Chi lo aveva visto giocare ricordava quel ragazzo dal talento anarchico, capace di inventare calcio dove altri vedevano solo una linea di passaggio. Chi lo conosceva da vicino, invece, sapeva che dietro il personaggio c’era un uomo legato alla sua terra, alla sua gente, al suo modo schietto di stare al mondo.

Ma il risveglio non aveva cancellato la gravità di quanto accaduto. Dopo un’emorragia cerebrale così seria, il ritorno alla normalità può essere lentissimo, incerto, pieno di ostacoli. E nel caso di Beccalossi, quel percorso si è concluso purtroppo con la morte.

Chi era davvero Evaristo Beccalossi

Per i tifosi dell’Inter, Beccalossi era semplicemente il Becca. Per molti altri era Driblossi, soprannome nato dalla sua capacità di saltare l’uomo con una naturalezza quasi insolente. Non era un calciatore ordinato, prevedibile, scolastico. Era l’opposto: un fantasista puro, di quelli che oggi sembrano quasi spariti.

Beccalossi raggiunse la fama con la maglia dell’Inter, dove arrivò alla fine degli anni Settanta. In nerazzurro visse le stagioni più importanti della carriera. Col tempo, divenne di fatto uno dei simboli di una squadra capace di vincere lo scudetto 1979-1980 e la Coppa Italia 1981-1982.

Il suo calcio era fatto di intuizione, piede sinistro, pause improvvise, accelerazioni, giocate che accendevano San Siro. Non sempre facile da inquadrare, non sempre facile da allenare, forse. Ma proprio per questo amatissimo. Perché Beccalossi dava l’idea di giocare con l’istinto prima ancora che con il corpo.

E non è curioso? A distanza di decenni, tanti tifosi non ricordano soltanto i numeri, le presenze o i trofei. Ricordano un gesto, un dribbling, un filtrante, una palla accarezzata come se il campo fosse un palcoscenico.

Il legame con l’Inter e il ricordo dei tifosi

L’Inter lo ha salutato come uno di famiglia. Non poteva essere altrimenti. Beccalossi era rimasto nel cuore nerazzurro anche dopo la fine della carriera, non solo per ciò che aveva fatto in campo, ma per quello che rappresentava: fantasia, appartenenza, talento fuori dagli schemi.

Il calcio moderno tende a misurare tutto. Velocità, chilometri percorsi, expected goals, heatmap, percentuali. Beccalossi apparteneva a un’altra epoca, quella in cui un giocatore poteva essere ricordato per una sterzata, per un controllo, per un’idea improvvisa. E forse è proprio questo il motivo per cui la sua morte ha toccato così tante persone.

Per chi lo ha amato, il Becca non era soltanto un ex numero 10. Era un simbolo di libertà. Uno che poteva sbagliare, certo, ma anche inventare qualcosa che nessun altro aveva visto.

L’ultimo saluto a Brescia

I funerali di Evaristo Beccalossi sono stati fissati a Brescia, nella chiesa della Conversione di San Paolo, venerdì 8 maggio 2026 alle 13.45. La camera ardente è stata allestita alla Fondazione Poliambulanza, il luogo dove l’ex calciatore è morto dopo il lungo periodo segnato dai problemi di salute.

C’è anche un gesto finale che racconta molto: la famiglia ha acconsentito alla donazione delle cornee. Un dettaglio delicato, intimo, che aggiunge una luce silenziosa a una storia finita troppo presto.

Una morte che chiude una pagina del calcio italiano

La scomparsa di Evaristo Beccalossi non riguarda soltanto l’Inter o Brescia. Riguarda un pezzo di calcio italiano che se ne va. Quello dei fantasisti veri, dei giocatori imperfetti e geniali, degli uomini capaci di dividere e innamorare nello stesso pomeriggio.

Beccalossi era così: non lasciava indifferenti. Aveva un talento riconoscibile, una personalità calcistica forte, una memoria ancora viva tra chi lo aveva visto giocare e chi lo ha scoperto attraverso i racconti dei padri, dei nonni, degli amici più grandi.

È morto a 69 anni, dopo una lunga battaglia iniziata con un’emorragia cerebrale. Ma il ricordo che resta non è solo quello della malattia. Resta il ragazzo di Brescia con il sinistro educato, il fantasista dell’Inter, il numero 10 capace di trasformare una partita in un racconto.

E forse, per uno come lui, è il modo più giusto di essere ricordato: non per l’ultima notte in ospedale, ma per tutte le volte in cui ha fatto alzare la gente in piedi con un pallone tra i piedi.

Di cosa è morto Evaristo Beccalossi?
Evaristo Beccalossi è morto per le conseguenze del grave quadro clinico seguito all’emorragia cerebrale che lo aveva colpito nel gennaio 2025. Dopo il malore era entrato in coma ed era rimasto in condizioni delicate per molti mesi.

Quando è morto Evaristo Beccalossi?
Notte tra il 5 e il 6 maggio 2026.

Quanti anni aveva Evaristo Beccalossi?
Aveva 69 anni. Avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio 2026.

Quanto è durato il coma di Beccalossi?
Il coma è durato 47 giorni.

Dove si svolgono i funerali di Evaristo Beccalossi?
A Brescia, nella chiesa della Conversione di San Paolo.