C’è una storia degli anni Ottanta che non ha mai smesso di far discutere. Una ballerina polacca bellissima, un imprenditore parmigiano ucciso con due colpi alla testa, una polizza da un miliardo di lire, sette anni di latitanza tra Vienna e Praga, tredici anni di carcere, e una donna che ancora oggi — libera, a Vienna, che importa vini italiani — continua a ripetere le stesse parole: «Io sono innocente».
Katharina Miroslawa. Una storia che Franca Leosini ha raccontato prima a Storie Maledette e poi a Che fine ha fatto Baby Jane? — e che non ha ancora trovato una risposta definitiva che soddisfi tutti.
Da Varsavia a Parma: la vita nei night club
Katharina Miroslawa nasce in Polonia e arriva in Italia a 25 anni, insieme al marito Witold Kielbasinski — anche lui ballerino — e al figlio piccolo Niki. Si stabiliscono a Parma. Lei è bellissima, carismatica, e nei locali notturni della città emiliana diventa presto una presenza conosciutissima. Spogliarellista e ballerina, popolare tra la Parma bene che frequenta certi ambienti.
È lì che entra in scena Carlo Mazza, imprenditore di 50 anni, proprietario di una fabbrica di acciaio, sposato, due figli adolescenti. La corteggia a lungo. Lei alla fine cede. Nasce una relazione fatta — come raccontano le cronache dell’epoca — di regali, viaggi, gioielli. Mazza le intesta anche una polizza assicurativa sulla vita da un miliardo di lire.
Il marito Witold sa della relazione. In un momento di rabbia, dice Katharina, le aveva confidato: «Se vai avanti così ti ammazzo entrambi». Lei non ci aveva dato peso.
La notte tra l’8 e il 9 febbraio 1986
Il 9 febbraio 1986, Carlo Mazza viene trovato morto nella sua Renault parcheggiata sotto casa a Parma. In un primo momento gli investigatori pensano a un malore. Ci vogliono ventiquattro ore per scoprire che quei piccoli forellini sulla testa dell’imprenditore sono i fori di entrata di proiettili calibro 6.35. Due colpi. Uno alla nuca, uno alla tempia.
I sospetti si concentrano immediatamente su Katharina: il movente sembra evidente — la polizza da un miliardo. Ma lei e il marito hanno un alibi: la sera del delitto, lei era a Monaco, lui ad Amburgo, entrambi in Germania.
In primo grado, nel 1987, vengono entrambi assolti per insufficienza di prove.
L’errore fatale: riscuotere la polizza
Dopo l’assoluzione, Katharina commette quello che molti definiscono il suo errore più grande. Riscuote la polizza. L’assicurazione le aveva addirittura proposto uno sconto — versarle 600 milioni invece di un miliardo, in cambio della rinuncia a ulteriori indagini. Katharina rifiuta: accettare sarebbe stato come ammettere di avere qualcosa da nascondere.
Ma la mossa attira di nuovo l’attenzione degli inquirenti. E nel frattempo emerge un elemento decisivo: il fratello di Katharina, Zbigniew Drozdzik, il 7 febbraio 1986 — due giorni prima del delitto — aveva noleggiato un’auto insieme a un amico di origini greche, Dimosthenes Dimopoulos. Il contachilometri al momento della restituzione segnava circa 2.200 km: la distanza esatta per andare da Amburgo a Parma e tornare.
Il calvario processuale
Quello che segue è uno degli iter giudiziari più tormentati della cronaca nera italiana degli anni Ottanta e Novanta. Condanne, assoluzioni, ricorsi in Cassazione, rinvii in appello, nuove condanne.
Il 30 giugno 1992 arriva la sentenza bis in appello: Katharina condannata a 21 anni e mezzo come mandante morale, il fratello a 21 anni e mezzo, il marito Witold a 24 anni come esecutore materiale. Il 24 febbraio 1993 la Cassazione conferma tutto. Dimopoulos viene invece assolto con formula piena.
Quando viene letta la sentenza definitiva, Katharina non è in aula. È già fuggita.
Sette anni di latitanza: Vienna, Praga, un nuovo amore
Per sette anni Katharina sparisce. Si rifugia prima a Vienna, poi a Praga, vivendo sotto falsa identità. A Vienna trova un nuovo compagno e diventa madre per la seconda volta. Costruisce una nuova vita, quasi da zero, come se il passato potesse restare dall’altra parte di un confine.
Viene tradita da un divano. Gli investigatori la rintracciarono seguendo la pista di un acquisto fatto con carta di credito — un divano ordinato e consegnato a domicilio al suo indirizzo austriaco. Il 3 febbraio 2000 viene arrestata a Vienna e trasferita immediatamente nel carcere femminile della Giudecca a Venezia.
In carcere, Katharina non si spegne. Partecipa a spettacoli teatrali, lavora nella sartoria, studia teologia. E — dettaglio che diventerà un piccolo caso — stringe una relazione epistolare con il giudice Antonio Di Pietro, il magistrato di Mani Pulite. Di Pietro subì per questo un provvedimento di censura dall’ordine per comportamento deontologicamente scorretto.
Grazie all’indulto, invece dei 21 anni previsti ne sconta 13. Nel 2013 esce dal carcere.
La confessione del marito: troppo tardi
Nel frattempo, qualcosa di fondamentale accade. Witold Kielbasinski, l’ex marito condannato come esecutore materiale, rilascia a Storie Maledette una dichiarazione esplosiva: «Gli sparai alla nuca e alla tempia, vicino all’orecchio. Ho agito per gelosia, non per denaro». Si assume tutta la responsabilità. Scagiona Katharina.
Ma non basta per riaprire il processo. Le sentenze sono definitive. Katharina ha già scontato la pena.
Katharina Miroslawa oggi
Libera dal 2013, vive a Vienna con il compagno Karl Gustav, manager nel settore informatico. Ha reinventato la sua vita: lavora nel campo dell’informatica aziendale e importa vini italiani. Due mondi che non avrebbe mai immaginato di abitare, quando ballava nei night club di Parma.
Non ha mai smesso di proclamarsi innocente — in interviste, in un libro, in ogni occasione pubblica. Ma a un certo punto ha scelto di smettere di combattere: «Ho rinunciato a cercare le prove della mia innocenza. Servirebbe troppo tempo e io non ne ho, voglio vivere, dopo aver perso tanti anni inutilmente tra ricerche, processi, galera».
Una frase che pesa come una sentenza. Più di quella dei giudici.
Franca Leosini, che l’ha incontrata prima in carcere nel 2001 per Storie Maledette e poi di nuovo libera per Che fine ha fatto Baby Jane?, ha detto di lei: «Katharina è diventata un po’ la leggenda di se stessa». E in quella definizione c’è forse tutto: il fascino, il mistero, l’ambiguità irrisolta di una storia che l’Italia ha seguito per vent’anni senza riuscire a chiuderla davvero.
FAQ
Chi è Katharina Miroslawa? È una donna di origini polacche, ex ballerina e spogliarellista nei night club di Parma negli anni Ottanta, condannata nel 1993 come mandante morale dell’omicidio del suo amante Carlo Mazza. Ha scontato 13 anni di carcere e oggi vive a Vienna.
Di cosa è stata accusata Katharina Miroslawa? Di essere la mandante morale dell’omicidio di Carlo Mazza, imprenditore parmigiano ucciso il 9 febbraio 1986 con due colpi di pistola. Il movente ipotizzato era una polizza assicurativa da un miliardo di lire intestata a lei dall’amante.
Katharina Miroslawa è colpevole o innocente? Si è sempre proclamata innocente. L’ex marito Witold Kielbasinski, condannato come esecutore materiale, ha in seguito dichiarato di aver agito da solo per gelosia, non per denaro. Le sentenze però sono definitive e il processo non è mai stato riaperto.
Quanti anni ha scontato in carcere Katharina Miroslawa? Condannata a 21 anni, ne ha scontati 13 grazie all’indulto. È uscita dal carcere nel 2013.
Dove vive oggi Katharina Miroslawa? Vive a Vienna con il compagno Karl Gustav. Lavora nel settore informatico e importa vini italiani.
Chi è Carlo Mazza? Era un imprenditore parmigiano di 50 anni, proprietario di una fabbrica di acciaio, trovato ucciso con due colpi alla testa nella sua auto il 9 febbraio 1986. Aveva una relazione con Katharina Miroslawa e le aveva intestato una polizza sulla vita da un miliardo di lire.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






