Chi era Fabrizio Piscitelli detto Diabolik: dalla curva Nord della Lazio al narcotraffico, l’omicidio al Parco degli Acquedotti e il processo a Calderon

Serena Comito

Chi era Fabrizio Piscitelli detto Diabolik: dalla curva Nord della Lazio al narcotraffico, l'omicidio al Parco degli Acquedotti e il processo a Calderon

Il 7 agosto 2019, alle 19 di un mercoledì estivo, un uomo vestito da runner si avvicina a una panchina del Parco degli Acquedotti a Roma, zona Tuscolano. Si siede accanto a un uomo di 53 anni. Tira fuori una pistola calibro 9×21. Un solo colpo, alla testa. Poi si alza e sparisce. L’uomo sulla panchina è Fabrizio Piscitelli. Per tutti, da trent’anni, semplicemente Diabolik.

Un’esecuzione. Precisa, silenziosa, pianificata. Il tipo di morte che arriva solo a chi ha vissuto in un certo modo.

Chi era Fabrizio Piscitelli

Nato a Roma il 2 luglio 1966, figlio di un ispettore di polizia e di un’impiegata — una di quelle ironie della storia che sembrano scritte apposta. Cresce a Roma, nel clima politicamente incandescente degli anni Settanta e Ottanta. Giovane, è già vicino agli ambienti dell’estrema destra romana. Il 18 ottobre 1987 è la data che cambia tutto: alla curva Nord dello stadio Olimpico, durante Lazio-Padova, compare per la prima volta uno striscione. Nasce il gruppo ultras Irriducibili. E in quella curva, Fabrizio Piscitelli trova la sua casa — e la sua carriera.

All’inizio è uno tra tanti. Poi, a suon di botte e autorevolezza, diventa il capo indiscusso. «Il Re», lo chiamavano. E quel ruolo lo ha esercitato per trent’anni — nella curva, nella città, e ben oltre.

Gli Irriducibili e la curva come regno

Gli Irriducibili non erano una semplice tifoseria organizzata. Erano la frangia più estrema e violenta del tifo laziale — ultras politicizzati, vicini a Forza Nuova, protagonisti di episodi che hanno fatto il giro d’Italia e d’Europa. Nel 2000, in occasione di Lazio-Bari nell’anno dello scudetto, espongono in curva uno striscione in onore di Zeljko Raznatovic, criminale di guerra serbo accusato di genocidio, appena morto. Nel 2017 finiscono sui giornali per adesivi antisemiti che ritraevano Anna Frank con la maglia della Roma. Negli anni del suo regno, vietano alle donne di stare nelle prime dieci file della curva Nord, considerato «luogo sacro».

Ma la curva era anche — e soprattutto — un’enorme macchina economica. Piscitelli gestiva due società, Fans Edition e Mister Henrich, dedicate alla commercializzazione di gadget degli Irriducibili. Il capitale era intestato alla moglie Rita Corazza e alle figlie. Aveva anche il monopolio de facto del servizio di sicurezza allo stadio e il controllo delle scenografie. Dalla curva si muovevano decine di migliaia di euro.

La scalata alla Lazio e la guerra con Lotito

Non gli bastava la curva. Piscitelli voleva la Lazio. Nel 2004, quando Claudio Lotito acquistò la società, scattò una pressione sistematica per cedere le azioni a un fantomatico gruppo ungherese collegato all’ex leggenda biancoceleste Giorgio Chinaglia. Minacce, intimidazioni, il peso degli Irriducibili come strumento di pressione. Nel 2015 arrivò la condanna in primo grado: tre anni e due mesi per tentata estorsione aggravata ai danni di Lotito e dei suoi collaboratori. Una sentenza che racconta già molto su chi fosse davvero Diabolik.

Dal tifo alla droga: la batteria di Ponte Milvio

Il vero salto arriva con il narcotraffico. Nel 2013 la Guardia di Finanza lo cerca per un mese. Lo trovano in un appartamento alla periferia di Roma dove si nascondeva. L’accusa è pesante: essere a capo di un’organizzazione criminale che gestiva un traffico internazionale di droga tra Italia e Spagna, con contatti con la ‘ndrangheta, la camorra e gruppi albanesi. Nel covo trovano anche un arsenale.

La Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, nelle sue relazioni, descrive Piscitelli come «principale referente di un’organizzazione narcotrafficante» che «riforniva di stupefacenti tutte le principali piazze romane» e disponeva di una batteria di picchiatori — alcuni ex pugili — per il recupero dei crediti. Gestiva la cosiddetta batteria di Ponte Milvio, un gruppo criminale che avrebbe avuto rapporti con figure come Michele Senese e Massimo Carminati, il protagonista di Mafia Capitale. Il suo nome compare anche in quelle carte.

Nel 2014 la Guardia di Finanza gli sequestra beni per oltre 2,3 milioni di euro, tra cui una villa a Grottaferrata. La dichiarazione dei redditi, notano gli inquirenti, era «decisamente troppo scarna» rispetto al tenore di vita della famiglia.

Il 7 agosto 2019: l’esecuzione

Quel mercoledì sera, Piscitelli era al parco con il suo autista cubano, che lo accompagnava da giorni in ogni spostamento. Seduto su una panchina di via Lemonia. Il killer arriva travestito da runner, lo affianca, spara. Un solo colpo alla nuca. Poi se ne va.

Le telecamere di sorveglianza riprendono tutto, ma il volto dell’uomo è coperto. Le indagini vengono affidate alla Squadra Mobile e alla DDA. Ci vorranno due anni e mezzo prima di avere un nome.

A dicembre 2021 viene fermato Raul Esteban Calderon — il cui vero nome, emerso durante il processo, è Gustavo Alejandro Musumeci, argentino, sicario professionista. Il 25 marzo 2025 viene condannato all’ergastolo. Il movente secondo l’accusa: un compenso di 100.000 euro in contanti più 4.000 euro al mese, pagati dai fratelli Leandro ed Enrico Bennato, rivali di Piscitelli nel controllo del narcotraffico romano. I mandanti sono ancora al vaglio della giustizia.

La chiave che ha incastrato Calderon è stata la testimonianza della sua ex compagna, Rina Bussone. Fu lei a sentirsi dire da Calderon: «Ho ammazzato Diabolik». Fu lei ad accorgersi che le sue pistole erano sparite dal nascondiglio in giardino. E fu lei a decidere di parlare.

Il funerale e la memoria divisa

I funerali si tennero al Santuario del Divino Amore a Castel di Leva. Una folla enorme — non solo laziali, ma ultras interisti, milanisti, veronesi. Saluti romani all’ingresso del feretro. Uno striscione recitava: «È uno che per come lo conosco io andrebbe solo e a piedi al funerale suo». Parole di rispetto, nel linguaggio di quella cultura.

Piscitelli è sepolto al cimitero Flaminio di Prima Porta. Sui muri di Roma, ancora oggi, campeggia la scritta “Diablo Vive”. Un murales alla sede degli Irriducibili in via Amulio al Tuscolano è stato rimosso due volte su richiesta del Comune. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della morte, manifesti neri compaiono in tutta la città.

La famiglia — la moglie Rita Corazza, le figlie Ginevra e Giorgia, la madre, la sorella Angela e il fratello Andrea — si è costituita parte civile nel processo. La sorella, dopo la condanna di Calderon, ha detto: «Mio fratello, nonostante la sua devianza, deve avere giustizia». Una frase che tiene insieme tutto: l’amore familiare, la consapevolezza, e l’irrisolvibile complessità di una figura che ancora oggi divide.

FAQ

Chi era Fabrizio Piscitelli detto Diabolik? Era il capo storico degli Irriducibili, la frangia ultras più estrema della Lazio. Nato a Roma nel 1966, nel corso degli anni è diventato anche uno dei protagonisti del narcotraffico romano, con contatti con ‘ndrangheta, camorra e gruppi albanesi. È stato ucciso il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti con un colpo di pistola alla testa.

Chi ha ucciso Diabolik? Secondo la sentenza del marzo 2025, l’esecutore materiale è Raul Esteban Calderon, al secolo Gustavo Alejandro Musumeci, sicario argentino condannato all’ergastolo. I presunti mandanti sarebbero i fratelli Leandro ed Enrico Bennato, rivali di Piscitelli nel narcotraffico romano. Le indagini sui mandanti sono ancora in corso.

Chi è la moglie di Fabrizio Piscitelli? Si chiama Rita Corazza. È rimasta al fianco della famiglia durante tutto il processo e si è costituita parte civile insieme alle figlie Ginevra e Giorgia, alla madre, alla sorella Angela e al fratello Andrea di Piscitelli.

Dove è sepolto Diabolik? Fabrizio Piscitelli è sepolto al cimitero Flaminio di Prima Porta, a Roma.

Cosa sono gli Irriducibili della Lazio? Sono la frangia più estrema della tifoseria biancoceleste, nata nel 1987. Sotto la guida di Piscitelli sono diventati uno dei gruppi ultras più noti e temuti d’Italia, caratterizzati da una forte connotazione politica di estrema destra.

Cosa c’entra Rina Bussone con l’omicidio di Diabolik? Rina Bussone era la compagna di Calderon. Fu lei a scoprire che le sue pistole erano sparite e a sentirsi confessare dall’ex compagno di aver ucciso Piscitelli. Le sue dichiarazioni sono state fondamentali per la condanna di Calderon. Stasera, 5 maggio 2026, è ospite di Belve Crime su Rai 2.