Maradona, la rivelazione dello psicologo scuote il processo: “Era bipolare e narcisista”, gli ultimi giorni tra alcol, farmaci e dipendenze

Daniela Devecchi

Maradona, la rivelazione dello psicologo scuote il processo: “Era bipolare e narcisista”, gli ultimi giorni tra alcol, farmaci e dipendenze

Diego Armando Maradona non è mai stato soltanto un calciatore. Non per Napoli, non per l’Argentina, non per chi lo ha visto giocare e neppure per chi lo ha conosciuto solo attraverso video, racconti e leggende tramandate come reliquie. Maradona è stato un mito vivente, un uomo capace di diventare simbolo politico, popolare, religioso quasi. Ma dietro il Pibe de Oro, dietro il numero 10 che sembrava sfidare la gravità, c’era anche un uomo fragile.

Ed è proprio quella fragilità che torna al centro del processo sulla sua morte.

Le parole dello psicologo Carlos Díaz hanno riaperto una ferita enorme: secondo quanto dichiarato in aula, Maradona avrebbe avuto una dipendenza, un disturbo bipolare e un disturbo narcisistico di personalità. Una frase pesante, destinata a far discutere. Ma anche una frase che va trattata con attenzione, perché arriva dentro un procedimento giudiziario e non può essere trasformata in una sentenza clinica definitiva.

Le parole dello psicologo: cosa è stato detto su Maradona

Carlos Díaz seguì Diego Armando Maradona negli ultimi giorni della sua vita. Nel processo che cerca di chiarire le responsabilità legate alla morte del campione argentino, lo psicologo ha parlato di un quadro personale e clinico molto complesso.

Secondo la sua versione, Diego conviveva con dipendenze e con disturbi legati alla sfera mentale. In particolare, Díaz ha citato il disturbo bipolare e il disturbo narcisistico di personalità.

Detta così, sembra una bomba. E in parte lo è. Perché Maradona, ancora oggi, non è un personaggio qualunque. Ogni parola su di lui diventa titolo, discussione, polemica, memoria collettiva.

Ma c’è un punto fondamentale: parlare di salute mentale richiede prudenza. Soprattutto quando la persona di cui si parla non può più raccontare la propria versione.

Per questo è corretto scrivere che lo psicologo ha dichiarato che Maradona avrebbe sofferto di questi disturbi. Non è corretto, invece, usare quelle parole come se fossero una verità semplice, chiusa, indiscutibile.

Maradona era bipolare? La domanda che oggi tutti si fanno

La domanda è forte: Maradona era bipolare?

Nel linguaggio comune, spesso si usa la parola “bipolare” in modo leggero, quasi offensivo, per indicare una persona imprevedibile o contraddittoria. Ma il disturbo bipolare è tutt’altra cosa. È una condizione seria, che riguarda l’umore e può alternare fasi depressive a momenti di grande energia, agitazione, impulsività o euforia.

Nel caso di Maradona, la sua vita pubblica è sempre apparsa attraversata da eccessi: gioia, rabbia, gesti improvvisi, cadute, rinascite, dichiarazioni fortissime, silenzi, ricadute. Ma una diagnosi non si fa guardando un’intervista o una partita. Non si fa neppure rileggendo una carriera piena di contraddizioni.

Si fa in ambito medico, con valutazioni cliniche, documenti, storia del paziente. Ecco perché la frase dello psicologo va riportata, sì, ma senza trasformarla in un’etichetta definitiva.

Non è curioso, però, che proprio ora emerga con tanta forza il tema della salute mentale di Maradona? Per anni si è parlato delle sue dipendenze, del suo corpo maltrattato, della cocaina, dell’alcol, dei ricoveri. Molto meno del dolore che poteva esserci dietro.

Dipendenze, alcol e cocaina: la battaglia più lunga di Diego

Sulle dipendenze di Maradona c’è molto meno da interpretare. È una parte della sua storia nota da anni, raccontata anche dallo stesso Diego in varie fasi della sua vita.

La cocaina ha segnato profondamente il suo percorso. Non solo la carriera sportiva, ma anche la salute, i rapporti personali, l’immagine pubblica. Per molto tempo Maradona è stato raccontato come il genio che si distruggeva da solo, il campione che vinceva contro tutti e poi perdeva contro i propri demoni.

Una formula facile. Troppo facile.

La dipendenza non è una debolezza morale. Non è un vizio da liquidare con due parole. È una malattia, spesso intrecciata a dolore, solitudine, traumi, pressioni e fragilità personali. Nel caso di Maradona, tutto questo si è mescolato con una fama mostruosa, ingestibile, quasi disumana.

Pensiamoci: quanti uomini avrebbero retto una vita passata a essere chiamati “Dio”?

Maradona non poteva più essere semplicemente Diego. Era sempre qualcosa di più: il salvatore di Napoli, il vendicatore dell’Argentina, il ribelle, il povero diventato re, il nemico dei potenti, il simbolo di chi non aveva voce. Un peso enorme anche per il talento più grande.

Gli ultimi giorni dopo l’intervento

Nel novembre 2020 Maradona fu operato per un ematoma subdurale. Dopo l’intervento, la sua situazione appariva già delicata. Il fisico era provato, il quadro generale complesso, e si parlò anche di sintomi legati all’astinenza da alcol.

Poi arrivò la degenza domiciliare nella casa di Tigre, vicino Buenos Aires. Ed è proprio quella fase a essere finita al centro del processo.

La casa era adatta a un paziente come lui? C’erano strumenti sufficienti? Il monitoraggio era adeguato? Il personale sanitario fece tutto quello che doveva fare? Sono domande durissime, perché Maradona morì il 25 novembre 2020, a soli 60 anni.

La sua morte venne ricondotta a un arresto cardiorespiratorio, in un quadro di insufficienza cardiaca e condizioni di salute già molto compromesse. Ma il processo ruota attorno a un punto preciso: Diego poteva essere curato meglio? Poteva essere protetto di più?

Farmaci e salute mentale: il dettaglio che cambia il racconto

Negli ultimi giorni Maradona assumeva farmaci prescritti. Alcuni erano legati alla gestione dell’umore, dell’ansia, delle dipendenze o di condizioni neurologiche. Questo dettaglio è importante, perché racconta un uomo seguito non solo per problemi fisici, ma anche per una condizione psicologica ed emotiva fragile.

Eppure, anche qui, serve misura.

Assumere farmaci psichiatrici non significa essere “pazzi”. Significa essere in cura. Significa che qualcuno ha individuato un problema da trattare. Significa tentare una strada per stare meglio, o almeno per tenere insieme pezzi di una salute ormai molto compromessa.

Nel caso di Maradona, però, tutto sembrava terribilmente complicato: dipendenze, cuore fragile, farmaci, alcol, recupero post-operatorio, umore instabile, un ambiente familiare e medico attraversato da tensioni.

Era ancora possibile salvare Diego? È la domanda che resta sospesa sopra tutto il processo.

La famiglia e il dolore mai chiuso

Le testimonianze dei familiari hanno aggiunto un altro livello alla vicenda. Le figlie e le persone vicine a Maradona hanno raccontato rabbia, dubbi, senso di abbandono. In aula è emersa l’immagine di un uomo che, secondo chi gli voleva bene, non sarebbe stato seguito con la cura necessaria.

Non è solo una questione giudiziaria. È anche una ferita affettiva.

Quando muore una persona fragile, soprattutto se era circondata da medici, assistenti e familiari, la domanda arriva sempre: si poteva fare di più?

Nel caso di Maradona, quella domanda pesa ancora di più perché lui non era un paziente qualunque. Era un uomo idolatrato da milioni di persone, ma forse non abbastanza protetto nel momento in cui aveva bisogno di essere trattato semplicemente come un malato.

Non come un’icona. Non come un patrimonio mondiale. Non come il Pibe de Oro. Solo come Diego.

Il mito e l’uomo: la verità più scomoda

La parte più dolorosa di questa storia è forse questa: Maradona è stato amato da tutti, ma forse non sempre è stato ascoltato davvero.

Lo abbiamo celebrato, giudicato, assolto, condannato, imitato, usato come simbolo. Abbiamo preteso che fosse eterno. Quando cadeva, lo guardavamo cadere. Quando tornava in piedi, lo trasformavamo di nuovo in leggenda.

Ma una persona non può vivere per sempre dentro una leggenda.

Le parole sul presunto disturbo bipolare e sul disturbo narcisistico fanno rumore perché ci costringono a rivedere Maradona non solo come campione, ma come uomo vulnerabile. Un uomo che ha combattuto con le dipendenze, con il corpo, con la fama, con il passato e forse anche con una sofferenza mentale molto più profonda di quanto sia stato raccontato per anni.

Cosa sappiamo davvero oggi

Oggi sappiamo che Maradona ha avuto una lunga storia di dipendenze. Sappiamo che ha combattuto contro la cocaina e l’alcol. Sappiamo che negli ultimi anni la sua salute era fragile. Sappiamo che dopo l’intervento del 2020 fu seguito in un contesto clinico delicato. Sappiamo che assumeva farmaci prescritti. E sappiamo che il processo sulla sua morte sta cercando di chiarire se l’assistenza ricevuta sia stata adeguata.

Sappiamo anche che lo psicologo Carlos Díaz ha dichiarato in aula che Diego avrebbe sofferto di dipendenza, disturbo bipolare e disturbo narcisistico di personalità.

Ma la parola chiave resta una: prudenza.

Perché la salute mentale non è un titolo da urlare. È una parte intima, seria, spesso dolorosa della vita di una persona. Anche quando quella persona si chiama Diego Armando Maradona.

E forse il punto è proprio questo: dietro il mito che tutti chiamavano immortale, c’era un uomo che non lo era affatto.

FAQ

Maradona era bipolare?

Nel processo sulla morte, lo psicologo Carlos Díaz ha dichiarato che Maradona avrebbe avuto un disturbo bipolare. La frase va però attribuita alla testimonianza resa in aula e non trattata come diagnosi pubblica definitiva.

Maradona soffriva di una malattia mentale?

Secondo quanto emerso nel processo, lo psicologo ha parlato di dipendenza, disturbo bipolare e disturbo narcisistico di personalità. Le dipendenze da cocaina e alcol erano invece note e documentate da anni.

Di cosa è morto Diego Armando Maradona?

Per un arresto cardiorespiratorio in un quadro di gravi problemi cardiaci e condizioni cliniche compromesse.

Perché si parla ancora degli ultimi giorni di Maradona?

Perché il processo sulla sua morte cerca di chiarire se l’assistenza medica ricevuta durante la degenza domiciliare sia stata adeguata o se ci siano state responsabilità da parte del team sanitario.

Che ruolo avevano alcol e farmaci negli ultimi giorni?

Negli ultimi giorni Maradona era reduce da un intervento e da una fase molto delicata, con problemi legati anche all’astinenza da alcol e all’assunzione di farmaci prescritti. Il rapporto tra cure, condizioni fisiche e assistenza è uno dei punti centrali della vicenda.