Uccisa mentre raccontava la guerra: chi era Amal Khalil, la reporter morta sotto le bombe nel sud del Libano

Giorgia Tedesco

È morta sul campo, mentre faceva ciò che aveva scelto come missione, raccontare la guerra: Amal Khalil, giornalista libanese del quotidiano Al-Akhbar, è stata uccisa il 22 aprile 2026 durante un attacco aereo nel sud del Libano. Diventando oggi uno dei simboli più recenti del prezzo pagato dai reporter nei teatri di conflitto.

Amal Khalil: una vita legata al sud del Libano e al giornalismo di guerra

Originaria del sud del Paese, Amal Khalil aveva costruito la sua carriera interamente sul campo. Da anni lavorava per Al-Akhbar, uno dei principali quotidiani libanesi fondato nel 2006 e noto per il suo orientamento politico indipendente e progressista. E, spesso, duramente critico verso le guerre e le ingerenze internazionali

Secondo le ricostruzioni disponibili, Khalil seguiva stabilmente la situazione nel sud del Libano da ormai vent’anni, diventando una voce esperta nel racconto delle tensioni lungo il confine con Israele. Il suo lavoro si concentrava su bombardamenti e operazioni militari: desidera documentare le vere condizioni di vita della popolazione civile. Amal non raccontava solo la guerra, ma soprattutto la quotidianità di chi la subisce.

Il giorno della morte: cronaca di un attacco

Il 22 aprile 2026 Amal Khalil si trovava nel villaggio di al-Tiri, nel sud del Libano, insieme alla fotografa Zeinab Faraj. Entrambe avrebbero dovuto documentare gli effetti di un precedente bombardamento.

Secondo le ricostruzioni un primo attacco aereo israeliano ha colpito un veicolo nelle vicinanze, causando vittime, nel frattempo le due giornaliste hanno cercato rifugio in una casa e, poco dopo, un secondo attacco ha colpito proprio l’edificio in cui si erano riparate Faraj è rimasta gravemente ferita ma è stata soccorsa. Per Amal Khalil, invece, non c’è stato nulla da fare.

I soccorsi ostacolati e il recupero del corpo

Uno degli elementi più controversi della vicenda, però, riguarda i tentativi di soccorso. Secondo autorità libanesi e organizzazioni internazionali i soccorritori sono stati inizialmente respinti da nuovi attacchi. O colpi d’arma da fuoco. Quindi, l’accesso all’area è stato ritardato per diverso tempo e il corpo della giornalista è stato recuperato solo molte ore dopo, sotto le macerie.

Questi elementi hanno portato a forti accuse da parte del governo libanese e di organizzazioni per la libertà di stampa. La situazione è grave, si parla di possibili violazioni del diritto internazionale.

Le reazioni: “ha pagato con la vita il suo lavoro”

La morte di Amal Khalil ha suscitato indignazione internazionale. Il suo stesso giornale, Al-Akhbar, ha confermato la notizia sottolineando come fosse impegnata in prima linea nel racconto del conflitto.

Il Press Club libanese ha dichiarato che la giornalista è morta “mentre svolgeva il suo lavoro, pagando con la vita per una causa in cui credeva”.

Organizzazioni come il Committee to Protect Journalists hanno espresso “profonda indignazione”, sottolineando come i reporter siano sempre più esposti a rischi estremi nei teatri di guerra .

La posizione israeliana

L’esercito israeliano ha respinto le accuse di aver preso di mira deliberatamente giornalisti, sostenendo che gli attacchi erano diretti contro obiettivi ritenuti collegati a Hezbollah, l’area interessata era considerata una zona militare sensibile e l’episodio è oggetto di revisione interna. Ma, in realtà, La morte di Amal Khalil si inserisce in un contesto già drammatico. Ci sono state oltre 2.000 vittime in Libano dall’inizio dell’offensiva e almeno nove giornalisti sono stati uccisi solo quest’anno.

Il profilo di una reporter sul campo: Amal Khalil

Amal Khalil non era una giornalista da redazione. Era una reporter che lavorava direttamente nei luoghi colpiti e seguiva gli eventi in tempo reale raccontando storie di comunità spesso invisibili. Il suo impegno, iniziato anni prima nei villaggi del sud del Libano, si è concluso nello stesso luogo dove aveva scelto di raccontare la realtà: tra le macerie di una guerra che non ha risparmiato neanche chi la documentava.