Paolo Nizzola morto all’improvviso a 72 anni: addio al volto storico di Telelombardia e Telereporter, poche ore prima era sul palco del Jazz di Bollate

Daniela Devecchi

Paolo Nizzola morto all’improvviso a 72 anni: addio al volto storico di Telelombardia e Telereporter, poche ore prima era sul palco del Jazz di Bollate

La notizia ha colpito in pieno il giornalismo lombardo e la sua Bollate. Paolo Nizzola è morto nella notte del 21 aprile 2026, a 72 anni, nella sua città. Le prime ricostruzioni parlano di un malore arrivato poche ore dopo una serata pubblica che lui stesso aveva presentato, come faceva abitualmente, nell’ambito del Bollate Jazz Meeting.

C’è un dettaglio che rende tutto ancora più duro da accettare. La sera prima Nizzola era davanti al pubblico, con quella naturalezza da uomo di mestiere che non aveva mai perso. Poi, nella notte, il crollo improvviso in casa. Il decesso sarebbe avvenuto attorno alle 3 del mattino e a stroncarlo sarebbe stata un’emorragia cerebrale. I soccorsi sono stati immediati, ma non c’è stato nulla da fare.

Chi era Paolo Nizzola

Paolo Nizzola era nato a Bollate il 25 agosto 1953. Il suo nome, per chi ha seguito l’informazione locale e regionale degli ultimi decenni, non aveva bisogno di troppe presentazioni. Era uno di quei giornalisti che hanno attraversato stagioni molto diverse del mestiere senza mai perdere il contatto con il territorio, con la cronaca e con le persone. Non una comparsa di passaggio, ma una presenza costante.

La sua carriera era cominciata nella seconda metà degli anni Settanta, con le collaborazioni al settimanale Luce, al quotidiano Avvenire e a Radio Cooperativa 106 di Rho. Nel 1980 era entrato stabilmente nel mondo radiofonico, poi erano arrivati Radio Nord Italia e il salto in televisione con Telelombardia nel 1987. Lì cresce fino a diventare caposervizio nel 1990 e caporedattore nel 1991. Dal 1993 al 2014 guida poi l’informazione del circuito nazionale Odeon-Telereporter, diventando un volto familiare per migliaia di telespettatori lombardi.

Una vita passata a raccontare la Lombardia

Il tratto che colpisce di più, guardando il suo percorso, è la continuità. Paolo Nizzola non apparteneva a quella categoria di professionisti che cambiano pelle inseguendo le mode. Il suo giornalismo era costruito sul lavoro quotidiano, sulla presenza, sulla memoria dei fatti.

Nel suo libro “Ho fatto solo il giornalista, pubblicato nel 2017, ripercorreva quarant’anni di professione fra carta stampata, radio e tv, raccontando incontri, cronaca, passaggi storici e trasformazioni profonde del mestiere. In quelle pagine c’era anche una riflessione molto chiara: gli strumenti cambiano, il linguaggio evolve, ma verificare le notizie resta il cuore vero di questo lavoro.

Non era soltanto un uomo di redazione. Aveva seguito da vicino episodi e stagioni che hanno segnato la cronaca lombarda e italiana, dalle vicende più dure degli anni di piombo fino ai grandi cambiamenti politici e giudiziari che hanno attraversato il Paese. Chi lo ha ascoltato nelle presentazioni pubbliche del suo libro ricorda proprio questo: la capacità di tenere insieme il racconto del territorio e uno sguardo più largo, senza perdere concretezza.

Il legame fortissimo con Bollate e con il jazz

C’è però un altro pezzo decisivo della sua storia, e forse oggi è quello che commuove di più: il legame con Bollate. Paolo Nizzola non era semplicemente “di Bollate”. Era uno dei personaggi più conosciuti della città, una figura che negli anni aveva continuato a esserci, a partecipare, a moderare incontri, a presentare serate, a dare una mano quando serviva.

Anche dopo il pensionamento non si era mai davvero fermato. Collaborava ancora con la realtà culturale e giornalistica locale ed era rimasto un riferimento per tanti. La sua presenza non era quella nostalgica di chi guarda il passato, ma quella viva di chi sceglie di restare parte del presente.

Il jazz, poi, era una parte vera della sua identità. Non un interesse laterale, non una passione da tempo libero. Il Bollate Jazz Meeting lo vedeva protagonista da anni, accanto a Giordano Minora. Era una manifestazione che sentiva sua, che seguiva da vicino e che contribuiva a raccontare con entusiasmo e competenza. È difficile non restare colpiti da questa coincidenza: fino all’ultimo, Paolo Nizzola era esattamente dove voleva essere, in mezzo alla cultura, alla musica, alle persone.

Un profilo umano che andava oltre il ruolo

Chi in queste ore lo ricorda insiste molto su un aspetto: oltre alla carriera, c’era il carattere. Viene descritto come un uomo affabile, pronto al dialogo, con la battuta sempre lì, mai fuori posto. Uno di quelli che sapevano stare in pubblico senza appesantire la scena, ma anche senza passare inosservati.

Ed è forse questo che rende la sua scomparsa così sentita: non se ne va soltanto un professionista noto, ma una presenza riconoscibile, familiare, molto amata nel suo ambiente.

Anche le piccole note biografiche aiutano a capire chi fosse davvero. Nei suoi profili pubblici si raccontava come tifoso del Milan, appassionato di ciclismo e naturalmente innamorato del jazz. Dettagli, certo, ma dettagli che lo rendono immediatamente umano, vicino, reale. E in un momento come questo contano tantissimo.

Il premio alla carriera e un addio che pesa ancora di più

Solo pochi mesi fa, nel novembre 2025, Paolo Nizzola aveva ricevuto a Milano un premio alla carriera per la sua lunga attività nel mondo delle radio libere. Era un riconoscimento che aveva il sapore delle cose giuste, arrivate al momento giusto: un modo per restituire valore a un pezzo importante della storia dell’informazione locale, di cui lui era stato testimone e protagonista.

Riletto oggi, quel premio sembra quasi un ultimo abbraccio pubblico a una carriera costruita con costanza, mestiere e credibilità.

La morte di Paolo Nizzola lascia quindi un vuoto che va oltre la semplice notizia di cronaca. Colpisce il giornalismo lombardo, certo. Ma colpisce anche una comunità che in lui vedeva un volto noto, una voce autorevole, una presenza discreta ma solidissima. E colpisce perché arriva all’improvviso, nel modo più crudele, quando lui era ancora pienamente dentro la vita pubblica della sua città.

Per questo oggi, più che il curriculum, resta l’impressione di una perdita vera. Di quelle che si sentono subito. E che non passano in fretta.