Non è il primo lutto giovane che colpisce la città siciliana. Stavolta il dolore si mescola a una domanda collettiva che non può più restare senza risposta: chi si prende cura di chi soffre in silenzio?
A Pachino, nel Siracusano, ci sono dolori che tornano. Questa volta ha un nome — Leandro, 36 anni, figlio di Letizia Lentinello — e ha lasciato un vuoto che in poche ore si è trasformato in qualcosa di più grande di un lutto privato. Un amico lo ha salutato con parole semplici e devastanti: “Grande amico mio, riposa in pace.” Un altro ha scritto: “Il mio unico amico come fratello.” Parole che dicono tutto senza spiegare niente, e forse è proprio questo il punto.
Un dolore che si ripete
Pachino conosce già questo tipo di notizie. Non è la prima volta che una morte giovane scuote la comunità , non è la prima volta che sui social si moltiplicano i messaggi di cordoglio mescolati alle domande — chi è morto? com’è successo? — e alle risposte incomplete. È diventato un copione doloroso, e proprio per questo ancora più difficile da accettare.
Stavolta però qualcosa è diverso. Accanto al cordoglio — le condoglianze alla famiglia, i riposa in pace, i silenzi di chi non trova le parole — è emersa una voce più alta, più arrabbiata, più necessaria. Qualcuno ha scritto: “Ma chi deve agire a Pachino? Non ci sono istituzioni, non c’è un centro di ascolto.” Qualcun altro ha risposto con i dati: alla Croce Rossa locale esiste un supporto psicologico per otto sedute, ma non è chiaro se accessibile a tutti o solo a chi ha un ISEE basso. Al reparto di igiene mentale di Pachino non c’è uno psicologo. Uno psicologo privato, come ha scritto una pedagogista del posto, “costa parecchio e spesso non si può andare perché scegli di mangiare.”
Lo stigma che uccide in silenzio
C’è una cosa che Cam News — la pagina locale che ha dato la notizia — ha scritto chiaramente, e vale la pena riportarla: esiste ancora uno stigma, soprattutto maschile, che porta a soffrire in silenzio e a non chiedere aiuto. Un uomo di 36 anni che soffre, in molti contesti, non lo dice. Non lo dice agli amici, non lo dice in famiglia, non lo dice a nessuno. Perché non si fa, perché è debolezza, perché si risolve da soli.
Non si risolve sempre da soli.
E in una città dove uno psicologo pubblico non c’è, dove le otto sedute della Croce Rossa sono l’unica rete disponibile per chi non può permettersi il privato, quella solitudine diventa ancora più pesante e ancora più pericolosa.
Quello che manca e quello che serve
La pedagogista Corradina Triberio lo ha detto con la precisione di chi conosce il territorio: “La salute mentale è messa sempre in secondo piano. Mens sana in corpore sano.” Una frase latina che tutti citano e che quasi nessuna amministrazione locale traduce in servizi concreti.
Quello che serve a Pachino — e non solo a Pachino — non è complicato da elencare: spazi di ascolto accessibili, psicologi pubblici nei presidi territoriali, reti di supporto che funzionino anche per chi non ha i soldi per pagare una seduta privata. Quello che manca è la volontà politica di considerare la salute mentale una priorità , non un lusso.
Leandro aveva 36 anni. Aveva una vita intera davanti. E una comunità che, almeno adesso, lo sta ascoltando — anche se in ritardo.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






