Per la città non se ne va solo un artigiano: se ne va uno di quei volti che, a forza di esserci sempre, diventano parte del paesaggio
Ad Avellino è morto Martino Pascale, lo storico barbiere di via Trinità, una figura conosciuta da generazioni nel centro cittadino. Le testate locali lo ricordano come un simbolo del centro antico, uno di quei personaggi che non avevano bisogno di presentazioni perché bastava dire “Martino il barbiere” e tutti capivano subito di chi si parlasse.
Non era soltanto un uomo di mestiere. Questo, ad Avellino, lo sapevano bene. Nella sua bottega non si entrava solo per una barba o per un taglio: si entrava per scambiare due parole, per ascoltare una battuta, per respirare un pezzo di città rimasto uguale mentre tutto attorno cambiava. Ottopagine lo ricorda infatti non solo per la professionalità, ma anche per la sua vena di barzellettiere e di poeta popolare.
Una bottega che era diventata un punto fermo
Ci sono negozi che lavorano bene. E poi ce ne sono altri che, col tempo, diventano una piccola istituzione. Il salone di Martino Pascale apparteneva chiaramente alla seconda categoria. Secondo il ritratto che Orticalab gli dedicò nel 2019, il suo locale al civico 11 di via Trinità era ormai considerato da molti quasi un presidio della memoria cittadina, un crocevia di facce, storie e caratteri diversissimi. Da lì passavano tutti: operai, professionisti, amministratori, amici di vecchia data e clienti arrivati poi a diventare quasi di famiglia.
È questo il punto che rende la sua scomparsa più forte di una semplice notizia locale. Quando viene a mancare una figura del genere, non chiude solo una storia personale. Si spegne anche un’abitudine collettiva, una presenza che per anni ha fatto parte della vita quotidiana di un quartiere e, in fondo, di un’intera città.
Dal 1969 sempre lì, con le forbici in mano
La storia della sua attività ha una data precisa. Il 10 marzo 1969, dopo due anni di apprendistato nella bottega di Gerardo Ieppariello in via Due Principati, Martino Pascale aprì il suo salone di barbiere in via Trinità. Da allora è rimasto lì, nello stesso posto, attraversando decenni di cambiamenti, mode diverse, amministrazioni, terremoti e trasformazioni urbane, ma continuando a fare il suo lavoro con la stessa riconoscibilità di sempre.
Quando nel 2019 raggiunse il traguardo dei 50 anni di attività, la città lo festeggiò come si fa con chi non è più soltanto un commerciante. Ormai era un volto storico. Uno di quelli che sembrano esserci sempre stati. E forse è proprio questo che oggi rende più duro l’addio: Avellino perde un pezzo visibile di sé, qualcosa che stava lì da talmente tanto tempo da sembrare quasi intoccabile.
Il “maestro di tutti i maestri”
C’è un dettaglio che racconta bene chi fosse Martino Pascale nel suo ambiente. Orticalab scrive che nel corso degli anni aveva formato 26 apprendisti, e che circa la metà di loro aveva poi continuato il mestiere del barbiere ad Avellino, in Irpinia e anche fuori. Non è un’informazione secondaria. Vuol dire che il suo lavoro non si è fermato dentro quattro mura: ha lasciato traccia anche nelle mani di altri.
Per questo in città gli era stato cucito addosso un soprannome importante: “il maestro di tutti i maestri”. Un titolo che, in contesti del genere, non nasce per caso. Nasce quando uno resta saldo, lavora sul serio, insegna e si guadagna negli anni un rispetto che non ha bisogno di essere urlato.
Non solo barbe e capelli
Le cronache di queste ore insistono tutte su un aspetto che colpisce. Martino Pascale non viene ricordato soltanto come artigiano, ma come uomo di spirito, di battuta, di umanità. Ottopagine parla di lui come di una figura capace di mescolare rasoio e rime, mestiere e leggerezza, tecnica e sorriso. È un’immagine che funziona perché restituisce bene il senso della sua presenza pubblica.
Del resto, chi ha passato la vita in una bottega sa benissimo che il lavoro non è fatto solo di gesti ripetuti. È fatto di relazioni. Di confidenze. Di silenzi. Di piccoli rituali che cambiano da cliente a cliente. La forza di Martino, da quello che emerge nei ritratti dedicati a lui, stava anche qui: nella capacità di fare del negozio un posto vivo, mai anonimo, mai freddo.
Il saluto di una città
Per ora, nelle fonti consultate, non risultano diffusi pubblicamente dettagli su età, cause della morte o funerali. Le notizie uscite in queste ore si concentrano soprattutto sul ricordo della persona e sul ruolo che ha avuto per Avellino. Ed è una scelta che, in fondo, dice già molto. In casi come questo, a parlare prima di tutto è la memoria collettiva.
Resta allora l’immagine più semplice, e forse anche la più giusta: quella di Martino Pascale nella sua bottega di via Trinità, con il camice addosso, le forbici in mano, una battuta pronta e il via vai continuo di clienti. Un’immagine di città vera, di quelle che resistono per anni. Oggi Avellino la guarda con un nodo in gola, perché sa di aver perso non soltanto un barbiere, ma un volto che era diventato famigliare a tutti.
FAQ
Chi era Martino Pascale?
Era lo storico barbiere di via Trinità ad Avellino, ricordato dalle testate locali come una figura simbolica del centro storico, apprezzata per il mestiere ma anche per il carattere brillante e popolare.
Dove si trovava la sua bottega?
Il suo salone si trovava al civico 11 di via Trinità, nel cuore di Avellino.
Da quando lavorava lì?
Martino Pascale aveva aperto la bottega il 10 marzo 1969, dopo un periodo di apprendistato nella barberia di Gerardo Ieppariello.
Perché era così conosciuto in città?
Perché in oltre mezzo secolo di attività era diventato un punto di riferimento umano e professionale, noto anche per le sue battute, le poesie popolari e il rapporto costruito con intere generazioni di clienti.
Aveva formato altri barbieri?
Sì. Secondo Orticalab, nel corso degli anni aveva seguito 26 apprendisti, molti dei quali hanno poi continuato il mestiere.
Sono stati diffusi dettagli su età, causa della morte o funerali?
Nelle fonti consultate finora non compaiono dettagli pubblici verificati su questi aspetti.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






