Le concessioni balneari restano uno dei dossier più aggrovigliati di questa primavera. La novità vera, a pochi giorni dall’apertura della stagione, non è una svolta risolutiva ma l’ennesimo passaggio che rischia di lasciare Comuni e operatori in mezzo al guado: il decreto-legge 11 marzo 2026 ha imposto al Ministero delle Infrastrutture di portare in Conferenza Unificata, entro trenta giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, uno schema di bando-tipo per uniformare le future gare. Poiché il decreto è entrato in vigore il 12 marzo 2026, il termine cade sostanzialmente l’11 aprile.
Detta senza giri di parole: il tempo stringe, ma il quadro resta ancora incompleto. Il decreto che introduce il bando-tipo è formalmente in vigore, però al 31 marzo 2026 il relativo disegno di legge di conversione risultava ancora in corso di esame in commissione al Senato. Nel frattempo, il 26 marzo la Regione Emilia-Romagna ha dichiarato che il bando-tipo nazionale non era ancora arrivato e che mancava ancora anche il decreto sugli indennizzi previsto dalla normativa statale.
Cosa c’è di certo oggi
La prima cosa certa è che le concessioni oggi in essere non scadono domani mattina. La legge 166 del 2024, che ha convertito il decreto-legge 131/2024, stabilisce che le concessioni continuano ad avere efficacia fino al 30 settembre 2027. Se poi ci sono ragioni oggettive che impediscono di chiudere in tempo la procedura selettiva, l’ente concedente può differire la scadenza, con atto motivato, ma non oltre il 31 marzo 2028. La stessa legge dice anche un’altra cosa che spesso viene dimenticata: in prima applicazione, l’ente concedente deve comunque avviare la procedura di affidamento entro il 30 giugno 2027.
Questa è la base. Ed è importante chiarirla subito, perché online continua a girare una confusione tossica: c’è chi parla come se tutto fosse già fermo al 2027 e chi, al contrario, scrive come se i bandi fossero dietro l’angolo ovunque. La verità è più scomoda: la cornice legale c’è, ma l’attuazione pratica continua a inciampare tra decreti mancanti, contenziosi e interpretazioni divergenti.
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Il nodo del bando-tipo nazionale
Il punto caldo di queste ore è proprio il bando-tipo. L’articolo 8 del decreto-legge 32/2026 non lascia spazio a grandi interpretazioni: il MIT deve sottoporre alla Conferenza Unificata uno schema uniforme per l’avvio delle procedure di affidamento. L’idea, almeno sulla carta, è semplice: evitare che ogni Comune si muova da solo, con regole diverse, criteri diversi e inevitabile valanga di ricorsi.
Il problema è che il bando-tipo arriva tardi dentro una vicenda già logorata da anni di rinvii. E soprattutto arriva mentre diverse amministrazioni costiere continuano a muoversi in un clima di incertezza. La stessa Emilia-Romagna, il 26 marzo, ha protestato apertamente contro l’idea di bandi “calati dall’alto”, sottolineando che da Roma non era ancora arrivato né il confronto con le Regioni né il testo atteso. Non è un dettaglio politico da poco: significa che, anche se il modello nazionale dovesse comparire, lo scontro sulla sua impostazione è già partito.
Perché gli indennizzi sono diventati il punto più esplosivo
Se c’è una parola che oggi pesa più di tutte, è indennizzo. La legge prevede che, quando subentra un nuovo concessionario, quello uscente abbia diritto a un indennizzo pari al valore degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati. A questo si aggiunge una equa remunerazione sugli investimenti degli ultimi cinque anni, sulla base di criteri che avrebbero dovuto essere fissati con decreto ministeriale. Il problema è che questo decreto, stando alle fonti consultate, continua a non essere definito in via operativa.
Ed è qui che si concentra lo scontro più duro. L’Antitrust, nella segnalazione del 5 febbraio 2026, ha scritto in modo molto netto che l’indennizzo può creare una disparità di trattamento tra uscenti e nuovi entranti, perché i nuovi operatori devono mettere in conto un costo che i concessionari già presenti non sopportano allo stesso modo. Nello stesso documento, l’Autorità osserva che questo meccanismo può trasformarsi in un potenziale disincentivo alla partecipazione alle gare e arrivare perfino a produrre un ingiustificato vantaggio per il concessionario uscente.
Tradotto in italiano normale: se l’indennizzo viene scritto male o usato come leva impropria, il rischio è che le gare restino formalmente aperte ma sostanzialmente sbilanciate a favore di chi è già dentro. Ed è per questo che la partita non è solo amministrativa. È una questione di concorrenza vera, di accesso al mercato e di tenuta giuridica dell’intero impianto.
L’Antitrust continua a spingere, i giudici non hanno chiuso la porta
Il fronte giudiziario, intanto, è tutt’altro che spento. Il 17 marzo 2026 l’ANSA ha riferito che il Consiglio di Stato ha accolto l’appello dell’Antitrust sul caso Cervia, facendo tornare davanti al Tar Emilia-Romagna il ricorso contro la proroga delle concessioni. La decisione non è entrata nel merito della questione principale, ma ha rimesso in corsa il contenzioso. In pratica, il messaggio è chiaro: la battaglia legale sulle proroghe e sui tempi delle gare è ancora apertissima.
E c’è di più. Nella sua segnalazione di febbraio, l’AGCM ha ribadito che le amministrazioni, quando si trovano davanti a norme nazionali ritenute in contrasto con i principi europei di concorrenza e trasparenza, dovrebbero disapplicarle e procedere con gare effettive. È uno dei passaggi più duri dell’intero documento e spiega bene perché il dossier balneari continui a vivere sospeso tra Roma, Bruxelles, i tribunali e i municipi costieri.
Cosa aspettarsi adesso
La situazione, oggi, è questa. Le concessioni in essere restano valide fino al 30 settembre 2027, con eventuale coda massima fino al 31 marzo 2028 nei casi previsti dalla legge. Però il governo ha già aperto la strada al bando-tipo nazionale, che dovrebbe arrivare in Conferenza Unificata entro il termine fissato dal decreto di marzo. Nel frattempo, il decreto sugli indennizzi viene ancora segnalato come mancante e il contenzioso continua a mordere.
Per questo chi oggi racconta le concessioni balneari come una partita già chiusa sta raccontando male la realtà. Non siamo alla fine dello scontro. Siamo, semmai, in uno dei momenti più delicati: quello in cui le regole dovrebbero finalmente diventare operative, ma i pezzi fondamentali del puzzle non combaciano ancora del tutto. E quando accade questo, il rischio è sempre lo stesso: nuova raffica di ricorsi, Comuni in attesa, operatori appesi e un’altra estate vissuta dentro l’incertezza.
Faq
Quando scadono oggi le concessioni balneari?
La disciplina vigente prevede che le concessioni in essere continuino ad avere efficacia fino al 30 settembre 2027, con possibile differimento motivato fino al 31 marzo 2028 nei casi espressamente previsti.
Cos’è il bando-tipo nazionale sulle concessioni balneari?
È lo schema uniforme che il MIT, secondo l’articolo 8 del decreto-legge 32/2026, deve sottoporre alla Conferenza Unificata per avviare in modo omogeneo le procedure di affidamento delle concessioni.
Perché si parla tanto di indennizzi?
Perché la legge riconosce al concessionario uscente un indennizzo per gli investimenti non ammortizzati e una equa remunerazione, ma proprio questo meccanismo è uno dei punti più contestati sul piano concorrenziale.
L’Antitrust cosa contesta?
Contesta sia il sistema delle proroghe sia il rischio che alcuni meccanismi, come l’indennizzo costruito in un certo modo, finiscano per favorire i concessionari uscenti e scoraggiare i nuovi entranti.
Le gare partiranno subito?
No, non c’è oggi una risposta unica valida per tutti i territori. La legge ha fissato scadenze e obblighi, ma il quadro operativo resta condizionato dal bando-tipo, dagli atti attuativi ancora attesi e dal contenzioso aperto.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






