Abuso d’ufficio, l’Europa ribalta tutto: l’Italia costretta a riaprire il dossier

Daniela Devecchi

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Abuso d’ufficio, l’Europa ribalta tutto: l’Italia costretta a riaprire il dossier

Il Parlamento europeo ha approvato la nuova direttiva anticorruzione, un testo che punta a costruire una cornice comune per i reati contro la pubblica amministrazione nei Paesi membri. Dentro questa nuova architettura rientrano corruzione pubblica e privata, traffico di influenze, appropriazione indebita, intralcio alla giustizia e altre condotte considerate lesive del corretto esercizio del potere pubblico.
La direttiva prevede che gli Stati puniscano penalmente anche alcune gravi violazioni di legge commesse intenzionalmente da pubblici ufficiali. La formula usata è più tecnica e meno esplosiva di quella entrata da anni nel lessico politico italiano, ma la sostanza è tale da riaprire la questione. Perché quelle condotte, nel nostro ordinamento, dopo l’abrogazione del 2024, sono diventate il cuore di un vuoto contestato da molti.

Perché non si può dire che “torna l’abuso d’ufficio”

È qui che serve precisione. Dire che il Parlamento europeo ha “reintrodotto l’abuso d’ufficio” è una sintesi troppo brutale. Il testo europeo non impone all’Italia di ripristinare il vecchio reato con lo stesso nome, la stessa struttura e la stessa formulazione. Non c’è un ritorno meccanico dell’ex articolo 323, né una marcia indietro automatica del legislatore italiano.

Quello che cambia è un’altra cosa, forse ancora più scomoda: l’Europa chiede che certe deviazioni gravi e intenzionali nell’esercizio della funzione pubblica non restino prive di tutela penale.

Il vuoto lasciato dall’abrogazione

Quando il governo decise di cancellare l’abuso d’ufficio, la motivazione ufficiale fu molto chiara: eliminare una fattispecie ritenuta troppo vaga, troppo elastica, capace di produrre un effetto paralizzante sulla pubblica amministrazione. La famosa “paura della firma” era diventata il cuore del ragionamento politico. Secondo questa impostazione, un numero troppo alto di amministratori e funzionari finiva per non decidere, o decidere con estremo timore, per il rischio di essere coinvolto in procedimenti penali.

Dall’altra parte, però, non sono mai mancate le critiche. Magistrati, giuristi e opposizioni hanno continuato a sostenere che la cancellazione del reato avesse aperto una zona grigia. Una zona in cui comportamenti arbitrari, favoritismi, torsioni del potere pubblico e violazioni intenzionali della legge rischiavano di non trovare più una risposta penale adeguata. Il voto europeo rimette esattamente questa ferita sotto i riflettori.

Perché per l’Italia la questione è più delicata che altrove

In altri Paesi il tema si inserisce dentro sistemi penali già strutturati in modo diverso. In Italia, invece, la vicenda ha un peso simbolico enorme, perché l’abuso d’ufficio è stato per anni uno dei reati più discussi del rapporto tra politica, pubblica amministrazione e magistratura. Non era soltanto una norma penale: era diventato un terreno ideologico, quasi identitario.

Per questo oggi la partita non è soltanto giuridica. È anche politica, e molto. Per la maggioranza, tornare a mettere mano a quel terreno significa rientrare in un campo che aveva scelto di abbandonare e rivendicato di aver chiuso. Per le opposizioni, al contrario, il voto europeo è la prova che quella cancellazione non poteva reggere a lungo senza entrare in collisione con una visione più ampia della tutela della legalità pubblica.

Il passaggio europeo cambia il livello dello scontro

C’è un dettaglio che pesa parecchio. Finché la discussione è rimasta tutta italiana, il governo ha potuto difendere l’abrogazione come una scelta di politica criminale interna. Anche quando la questione è arrivata davanti alla Corte costituzionale, il risultato non ha scalfito quella impostazione: l’eliminazione del reato non è stata considerata illegittima sul piano costituzionale.

Adesso, però, il terreno cambia. Non si parla più solo di una scelta nazionale o di una disputa tutta domestica tra garantismo e repressione. Entra in scena l’Unione europea, con una direttiva che chiede agli Stati membri di assicurare un livello minimo comune di tutela penale contro certe forme di abuso della funzione pubblica. E quando il problema sale a questo livello, il margine politico per ignorarlo si riduce.

La formula è diversa, ma il problema è lo stesso

Nel testo europeo non compare l’etichetta che in Italia ha incendiato la politica per anni. Si parla piuttosto di esercizio illecito di funzioni pubbliche. Ma sarebbe ingenuo pensare che questa scelta linguistica renda la questione meno dirompente. In fondo il problema resta identico: come si punisce un pubblico ufficiale che, in modo intenzionale e grave, usa male il proprio ruolo violando la legge?

È esattamente questa la domanda che il legislatore italiano aveva provato a rimuovere con l’abrogazione del 2024. E che ora torna, forse ancora più netta, perché arriva da fuori e non può essere liquidata come una semplice polemica interna.

Cosa può succedere adesso

Il percorso non sarà immediato. La direttiva europea deve completare il proprio iter e poi sarà recepita dagli Stati membri nei tempi previsti. Questo significa che non ci sarà domani mattina il ritorno del reato in Gazzetta Ufficiale, né una resurrezione improvvisa del vecchio abuso d’ufficio. Ma sarebbe un errore leggere i tempi tecnici come un rinvio innocuo.

Il tema è già esploso. E nei prossimi mesi la politica italiana sarà costretta a misurarsi con una domanda molto concreta: come tradurre quella richiesta europea in una norma nazionale? Le opzioni sono diverse. Si può immaginare una nuova fattispecie, più circoscritta e meno generica della precedente. Si può scegliere una formulazione più rigorosa, che limiti il perimetro ai casi più gravi e intenzionali. Si può anche provare a distribuire quelle condotte dentro altri reati già esistenti. Ma una cosa appare difficile da sostenere: che tutto possa restare com’è.

Il nodo politico che torna a galla

Ed è forse questo il punto più interessante. La partita sull’abuso d’ufficio non torna perché qualcuno, in Italia, abbia cambiato idea da un giorno all’altro. Torna perché l’Europa costringe a riaprire una domanda che il sistema politico aveva scelto di chiudere troppo in fretta. Può uno Stato rinunciare del tutto a una tutela penale contro gli abusi più gravi e intenzionali commessi da chi esercita una funzione pubblica? Da Strasburgo la risposta che arriva è molto chiara: no, non del tutto.

Il resto sarà battaglia politica, scontro tecnico, scrittura legislativa. Ma il principio è già sul tavolo. E non sarà semplice, per nessuno, far finta che non ci sia.

Una questione che non si chiude con uno slogan

Per anni l’abuso d’ufficio è stato trattato come una parola da tifoseria. Per alcuni era il simbolo di una giustizia invasiva, per altri l’ultimo argine contro l’arbitrio del potere pubblico. Il passaggio europeo costringe invece a tornare sul terreno più difficile: quello delle regole, delle fattispecie, dell’equilibrio tra tutela della legalità e garanzie per chi amministra.

È qui che si misurerà la serietà del confronto italiano. Non negli slogan, non nelle semplificazioni, non nelle formule gridate. Ma nella capacità di rispondere a una domanda che il voto del Parlamento europeo ha riportato con forza al centro: quali abusi della funzione pubblica uno Stato democratico può permettersi di non punire?