La notizia è arrivata il 25 marzo e a Bologna ha avuto subito il peso delle cose che non passano inosservate. Claudio Santini è morto a 89 anni, dopo una malattia e un periodo di ricovero seguito dal rientro a casa. Per tanti colleghi non era soltanto un nome storico: era un punto di riferimento, una figura che ha attraversato decenni di professione fino a diventare parte della memoria stessa del giornalismo bolognese.
Dire “decano dei giornalisti bolognesi” nel suo caso non è una formula vuota. Racconta davvero la statura che aveva assunto nel tempo. Romagnolo di nascita e bolognese d’adozione, Santini aveva legato il suo nome soprattutto al Resto del Carlino, dove aveva iniziato alla fine degli anni Cinquanta, prima nella redazione di Ravenna, poi nella cronaca di Bologna, quindi come inviato. Una traiettoria che dice molto anche da sola: redazione, strada, cronaca, esperienza, autorevolezza conquistata senza scorciatoie.
Una vita dentro la cronaca giudiziaria
Il suo terreno naturale era la cronaca giudiziaria, quella che pretende precisione, freddezza, rispetto delle carte e capacità di tenere insieme fatti e contesto. Claudio Santini ha seguito molte delle principali vicende processuali italiane tra il 1968 e il 1990, con un’attenzione particolare agli anni del terrorismo. È uno di quei dettagli che aiutano a capire perché il suo nome abbia continuato a pesare così tanto nel panorama emiliano-romagnolo.
Non era il giornalista da frase ad effetto. La sua impronta stava piuttosto nella solidità del mestiere, nel rigore, nella credibilità costruita in anni di lavoro vero. Chi ha raccontato tribunali, inchieste e passaggi delicati della storia italiana sa bene che in quei contesti non basta saper scrivere: bisogna saper capire, ascoltare, verificare, aspettare. Santini apparteneva a quella scuola lì.
Ed è probabilmente questo uno degli aspetti che oggi tornano con più forza nel ricordo di tanti colleghi. La sua figura richiama una stagione del giornalismo in cui la firma si costruiva giorno dopo giorno, sul campo, spesso lontano dai riflettori. Una stagione diversa, certo, ma che continua a parlare anche al presente.
Il legame con Bologna e con il Resto del Carlino
Bologna, per Claudio Santini, non è stata soltanto una città di lavoro. È diventata il luogo in cui la sua identità professionale ha preso forma piena. Dopo l’avvio a Ravenna, è stata infatti la cronaca bolognese a trasformarlo in uno dei nomi più riconosciuti del settore.
Il Resto del Carlino è stato il giornale della sua crescita e della sua maturità. In quel contesto ha attraversato anni complessi, seguendo vicende che hanno segnato non solo la città, ma il Paese intero. Chi legge oggi la sua storia non trova soltanto il profilo di un cronista esperto, ma quello di un giornalista che ha vissuto il mestiere in una delle sue forme più impegnative: quella che obbliga a stare dentro i fatti senza mai perdere la misura.
È anche per questo che la sua scomparsa non viene percepita come la perdita di un semplice ex collega. Per Bologna rappresenta la fine di una presenza storica, di una voce autorevole, di un pezzo di cultura giornalistica che ha accompagnato intere generazioni.
L’impegno nell’Ordine dei Giornalisti
Accanto al lavoro in redazione, Claudio Santini ha avuto anche un ruolo molto importante sul piano istituzionale. È stato presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna dal 1995 al 2004, e successivamente ha fatto parte del Consiglio nazionale dell’Ordine, dell’esecutivo nazionale e della commissione Cultura.
Sono incarichi che raccontano bene il riconoscimento maturato nel tempo. Non si tratta solo di ruoli formali, ma di responsabilità che arrivano quando una figura viene considerata affidabile, competente e capace di rappresentare una categoria. Nel suo caso, questo riconoscimento è stato ampio e duraturo.
La sua presenza nell’Ordine non è rimasta confinata al passato. Anche negli ultimi anni Claudio Santini ha continuato a essere associato ai temi della formazione, della deontologia e della disciplina professionale, confermando un legame forte con il mondo giornalistico ben oltre la carriera da cronista.
Il lavoro sulla formazione e sulla deontologia
C’è poi un altro aspetto che rende la sua figura particolarmente significativa: il rapporto con la formazione dei giovani giornalisti. Fino al 2018 è stato docente di Deontologia professionale al Master in Giornalismo dell’Università di Bologna, di cui viene indicato anche come uno dei fondatori.
Questo passaggio conta moltissimo. Perché significa che Claudio Santini non si è limitato a lasciare articoli, cronache e ruoli istituzionali, ma ha contribuito anche a trasmettere un’idea precisa del mestiere. Un’idea basata sulle regole, sul senso di responsabilità, sul peso delle parole e sulla necessità di distinguere sempre tra racconto e superficialità.
Chi insegna deontologia, in fondo, insegna il confine. Spiega dove finisce la fretta e dove deve iniziare la verifica. Ricorda che non tutto quello che si può scrivere andrebbe scritto nello stesso modo. Ed è difficile non vedere in questo una parte importante dell’eredità lasciata da Santini.
Una figura che ha accompagnato più generazioni
Il suo nome, negli ultimi anni, era rimasto presente anche nel dibattito interno alla professione, soprattutto sui temi etici e culturali. Non era soltanto una memoria storica da citare nelle occasioni solenni. Continuava a essere una figura ascoltata, riconosciuta, rispettata.
Questo spiega perché la sua morte abbia colpito in modo così netto l’ambiente giornalistico bolognese e regionale. Se ne va un uomo che ha tenuto insieme tre livelli diversi: il cronista, il rappresentante istituzionale, il formatore. Non è una combinazione che capita spesso, e forse è proprio questo a rendere la sua figura così completa.
In giornalismo esistono professionisti bravi a scrivere, altri capaci di guidare una categoria, altri ancora portati all’insegnamento. Claudio Santini, a quanto racconta il suo percorso, è riuscito a stare in tutti e tre questi spazi lasciando una traccia riconoscibile.
L’addio a un pezzo di storia del giornalismo bolognese
Ogni città ha i suoi nomi simbolici. Persone che, col passare degli anni, smettono di essere soltanto professionisti e diventano parte della sua identità. Claudio Santini, a Bologna, era uno di questi. La sua scomparsa chiude una stagione, ma riporta anche al centro una domanda che vale ancora oggi: che cosa resta davvero di un giornalista, oltre ai titoli e agli incarichi?
Nel suo caso resta soprattutto un modo di stare nel mestiere. Resta la serietà con cui ha attraversato la cronaca giudiziaria. Resta il ruolo avuto nella costruzione della cultura professionale dell’Emilia-Romagna. Resta l’impronta lasciata su colleghi e studenti.
È questo, forse, il segno più forte. Non soltanto l’elenco delle cose fatte, ma la sensazione che il suo nome continuerà a dire qualcosa anche dopo l’ultima notizia. E a Bologna, dove il giornalismo ha sempre avuto radici profonde, non è poco.
FAQ
Chi era Claudio Santini?
Claudio Santini era uno storico giornalista bolognese, considerato il decano dei cronisti della città.
Quanti anni aveva Claudio Santini?
Aveva 89 anni.
Quando è morto Claudio Santini?
È morto il 25 marzo 2026 a Bologna.
Per quale giornale aveva lavorato Claudio Santini?
Il suo nome è legato soprattutto al Resto del Carlino, dove iniziò la carriera alla fine degli anni Cinquanta.
Claudio Santini aveva avuto ruoli nell’Ordine dei Giornalisti?
Sì, è stato presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna dal 1995 al 2004 e ha avuto anche incarichi a livello nazionale.
Claudio Santini insegnava giornalismo?
Sì, è stato docente di Deontologia professionale al Master in Giornalismo dell’Università di Bologna fino al 2018.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






