Chi è Don Roberto Malgesini e perché fu ucciso? Quando è prevista la beatificazione? Vita e martirio del prete dei più deboli

Giorgia Tedesco

Come descrivere Don Roberto Malgesini? Chissà se esiste una definizione che gli possa rendere giustizia. Oggi torniamo a parlare di quell’anima, della vita che portò con il suo servizio: quella stessa vita, spezzata in modo tragico, è al centro di un percorso che potrebbe condurlo agli altari.

Una vita semplice, spesa per gli altri: Don Roberto Malgesini

E’ l’estate del ’69, quando, Don Roberto Malgesini nasce a Morbegno, in Valtellina. Prima di intraprendere il cammino sacerdotale lavora come impiegato in banca, ma è nell’impegno parrocchiale che matura la sua vocazione. Entra in seminario nei primi anni Novanta e viene ordinato sacerdote, poi, nella diocesi di Como.

Dopo alcune esperienze come vicario parrocchiale, la svolta arriva con l’inizio del suo servizio presso la chiesa di San Rocco a Como. Qui sceglie una strada chiara e radicale: stare accanto agli ultimi. Senza dimora, migranti, persone sole o segnate da fragilità diventano il centro della sua missione quotidiana.

Ogni mattina, all’alba, don Roberto caricava la sua auto con bevande calde, biscotti e viveri per il cosiddetto “giro colazione”. Non era solo assistenza materiale: era soprattutto ascolto, presenza, relazione. Un modo concreto di vivere il Vangelo, senza proclami.

La morte: un gesto che ha sconvolto una città

La mattina del 15 settembre 2020, proprio mentre si preparava per una delle sue consuete uscite, don Roberto viene aggredito e ucciso a coltellate davanti alla sua parrocchia, in piazza San Rocco a Como. Ad assalirlo è un uomo senza fissa dimora che lui stesso conosceva e aiutava da tempo. Un gesto improvviso e violento che scuote profondamente la comunità locale e l’intero Paese. Don Roberto aveva 51 anni.

La sua morte assume fin da subito un significato che va oltre la cronaca: quello di una testimonianza estrema di carità. Morire mentre si sta andando incontro ai poveri, mentre si compie un gesto di servizio, diventa per molti il segno di una vita coerente fino all’ultimo istante.

Il ricordo e la fama di santità

Nei giorni successivi alla tragedia, la figura di don Roberto emerge con forza anche a livello nazionale. Viene definito “prete degli ultimi”, “testimone di carità”, un uomo che non ha mai cercato visibilità ma che ha lasciato un segno profondo.

Negli anni successivi, il luogo della sua morte diventa meta di preghiera e riflessione. Il suo esempio continua a interrogare credenti e non credenti, alimentando quella che nella tradizione della Chiesa viene chiamata “fama di santità”.

La recente apertura del processo di beatificazione

Oggi, finalmente, è un giorno di gioia per i cattolici. Dopo cinque anni è arrivato un passo decisivo, quello che molti aspettavano, il cardinale Cantoni ha spiegato che il Dicastero delle Cause dei Santi ha dato il “nihil obstat”, cioè il via libera ufficiale all’apertura del processo di beatificazione. Ora inizia la fase diocesana: verranno raccolte tutte le prove, i documenti e i racconti su Don Roberto. E con esse le virtù e le circostanze della sua morte. In particolare, si valuterà se la sua uccisione possa essere riconosciuta come martirio, cioè come morte subita “in odium fidei” (per odio verso la fede).

Un’eredità ancora viva

La storia di don Roberto Malgesini non è solo quella di una vita spezzata, ma di una testimonianza che continua. La sua figura resta un richiamo concreto a un cristianesimo fatto di gesti semplici, quotidiani, spesso invisibili. Non cercava eroismi, ma ha finito per incarnarne uno: quello della fedeltà silenziosa. E proprio da quella fedeltà, oggi, nasce un cammino che potrebbe portarlo a essere riconosciuto ufficialmente come beato. Un percorso che, al di là dell’esito, ha già lasciato un segno profondo: ricordare che la santità può passare anche da una tazza di tè caldo offerta all’alba, nel cuore di una città.