C’è una frase che rimane impressa. Una di quelle che non si dimenticano facilmente. “Più tempo passa, più il tumore aggredisce il mio organo.” Le aveva dette lui stesso, Gerlando Gioffrè, storico e figura di riferimento di Pizzo Calabro, in un video-messaggio diventato virale nel novembre 2025. Un grido disperato, lucido, documentato. Un uomo che chiedeva solo di essere operato. Che chiedeva al sistema sanitario calabrese di fare il suo lavoro.
Oggi Gerlando Gioffrè non c’è più. E quella frase pesa come un macigno.
Chi era Gerlando Gioffrè
A Pizzo lo conoscevano tutti. Storico, ricercatore, figura culturale radicata nel tessuto della comunità vibonese. Prima ancora, costruttore e imprenditore — un uomo che aveva lavorato una vita, che aveva costruito qualcosa, che credeva nel valore delle istituzioni e nel rispetto della persona.
Quella fiducia, negli ultimi mesi della sua vita, era andata in frantumi. Pezzo per pezzo, reparto per reparto, settimana dopo settimana.
La malattia e l’odissea sanitaria
Gerlando Gioffrè era affetto da una neoplasia alla vescica. Una diagnosi seria, che richiedeva un intervento chirurgico. Non domani, non tra un mese. Adesso. O quasi.
Invece si è ritrovato in un limbo. L’ospedale di Tropea — il presidio di riferimento del territorio vibonese — non riusciva a garantirgli l’operazione. I motivi si accumulavano uno sull’altro con una normalità agghiacciante: la sala operatoria necessitava di aggiornamenti tecnici, mancavano gli anestesisti, uno dei due urologi in servizio si era dimesso. Un castello di disfunzioni che, messo insieme, si traduceva in una sola cosa: quell’uomo non veniva operato.
“È mai possibile — tuonava nel suo video — che siamo nel 2025 e ci troviamo ancora in queste condizioni?” Non era rabbia cieca. Era la domanda di chi conosce la storia, di chi sa come dovrebbe funzionare uno Stato civile, di chi si aspettava risposte e ne riceveva silenzi.
La caduta, la vertebra e il dolore quotidiano
Come se non bastasse, nel mezzo di questa battaglia sanitaria arriva anche una caduta. La frattura di una vertebra. Dolore fisico che si somma alla frustrazione, alla stanchezza, all’umiliazione di sentirsi abbandonato proprio quando si è più vulnerabili.
Gioffrè continuava a lottare. Continuava a parlare, a denunciare, a sperare che qualcuno dall’altra parte ascoltasse davvero. Aveva scritto al Prefetto. Aveva invocato l’intervento del Governatore Roberto Occhiuto. Aveva chiamato in causa i vertici della sanità regionale calabrese. Chiedeva una cosa sola: che qualcuno sbloccasse la situazione e lo lasciasse entrare in quella sala operatoria.
Tre cause vinte, soldi mai ricevuti
La beffa, nella beffa. Mentre combatteva per la vita, Gioffrè portava sulle spalle anche un’altra battaglia — quella economica. Aveva vinto tre cause contro l’Amministrazione locale. Soldi che gli spettavano di diritto, mai arrivati. Si era ritrovato, lui che aveva lavorato una vita, a dover “cercare l’elemosina” — parole sue, cariche di amarezza e di dignità ferita.
Un uomo che aveva dato. Che aveva costruito. Che aveva creduto. E che si trovava a fare i conti con un sistema che sembrava averlo dimenticato su tutti i fronti contemporaneamente.
Il video che scosse la Calabria
Novembre 2025. Il video-messaggio di Gerlando Gioffrè gira sui social, finisce sui giornali, arriva alle orecchie di chi di solito non ascolta. Per qualche giorno il suo nome diventa simbolo — l’ennesimo simbolo di un sistema sanitario che nel Sud Italia continua a lasciare indietro chi ha più bisogno.
Poi, come spesso accade, il clamore si spegne. Le urgenze cambiano, le notizie si accavallano, la memoria collettiva si accorcia. E Gerlando Gioffrè rimane lì, ad aspettare quella sala operatoria.
La domanda che nessuno vuole rispondere
Oggi Gerlando Gioffrè è morto. La notizia è arrivata in silenzio, senza la stessa eco del suo grido di novembre. Ed è proprio questo silenzio a fare più rumore.
Fu operato in tempo? La sanità calabrese riuscì finalmente a garantirgli quell’intervento che chiedeva da mesi? Oppure il tumore ha vinto perché il sistema ha perso troppo tempo?
Sono domande che meritano risposta. Non per lui, ormai. Ma per tutti quelli che in questo momento si trovano nella sua stessa situazione — in un reparto calabrese, a aspettare un anestesista che non c’è, una sala operatoria che non funziona, un’istituzione che non risponde.
Pizzo Calabro saluta il suo storico
Gerlando Gioffrè lascia una comunità che lo conosceva, lo rispettava, lo voleva bene. Lascia una storia personale che si intreccia con la storia collettiva di una regione che fatica a garantire i diritti più elementari ai suoi cittadini.
Lascia anche quella frase. Quella che non si dimentica. “Devo risolvere il mio problema perché è questione di vita o di morte.”
Lo era davvero. E non avrebbe dovuto esserlo.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






