Youssef Assaf, chi era il soccorritore della Croce Rossa morto sotto le bombe mentre era in ambulanza

Daniela Devecchi

Youssef Assaf, chi era il soccorritore della Croce Rossa morto sotto le bombe mentre era in ambulanza

Nel sud del Libano, in questi giorni, c’è un nome che torna ovunque: Youssef Assaf.
Non era un generale, non era un politico, non comandava nessuno. Era un ragazzo con una divisa bianca e rossa, un’ambulanza, una radio sempre accesa. Un soccorritore della Croce Rossa libanese che ha perso la vita esattamente dove stava ogni giorno: sulla linea del fuoco, accanto ai feriti.

Un volontario tra sirene e macerie

Youssef Assaf lavorava come paramedico volontario nel sud del Libano, nella zona di Sour/Tiro, dove da mesi i bombardamenti sono parte del paesaggio sonoro.
Il suo “ufficio” erano le strade sfondate, i villaggi colpiti, i cortili pieni di polvere. Quando arrivava il messaggio di un raid, lui era uno di quelli che salivano in ambulanza senza fare troppi conti.

Chi lo conosceva lo racconta così: un ragazzo che non si tirava indietro, abituato a turni infiniti, al telefono che squilla a qualsiasi ora, al giubbotto buttato sulla sedia perché tanto sai che tra poco ti rimetterai in marcia. Per molti, era semplicemente “Youssef della Croce Rossa”, quello che ti passava accanto con la borsa dei presidi e un cenno veloce di saluto.

La notte di Majdal Zoun

La sua storia si ferma in una notte come tante, a Majdal Zoun, un villaggio del distretto di Sour. C’è stato un attacco, arrivano le prime notizie di case colpite, feriti, gente intrappolata.
Scatta il protocollo: si avvisa chi di dovere, si cerca di capire se la zona è minimamente sicura, poi le ambulanze partono. Youssef è a bordo di uno di quei mezzi.

Sono quegli istanti strani in cui tutti, nel raggio di chilometri, cercano un riparo, e tu invece cerchi la strada giusta per arrivare al punto dove è caduta la bomba. L’ambulanza avanza, con le luci e le sirene che dovrebbero dire a chiunque: “qui ci sono soccorritori, non combattenti”.

A un certo punto, però, tutto si interrompe. L’ambulanza viene colpita. L’esplosione investe il mezzo, lo sbriciola, lo ribalta. Dentro, Youssef rimane gravemente ferito.

Lo portano via di corsa, stavolta tocca agli altri soccorritori fare per lui ciò che lui ha fatto per tanti. Viene ricoverato, i medici provano a tenerlo aggrappato alla vita. Ma le ferite sono troppe, troppo profonde.
Poche ore dopo, la notizia: Youssef non ce l’ha fatta.

Il dolore della Croce Rossa libanese

Il messaggio con cui la Croce Rossa libanese annuncia la sua morte è breve, duro, quasi trattenuto. Dicono che Youssef è morto “mentre svolgeva il suo dovere umanitario al servizio delle persone e per salvare vite”.

Lo chiamano un “martire dell’umanità”. Non è una formula buttata lì: è il modo per ricordare che è caduto non per attaccare, ma per soccorrere. Non aveva armi, aveva garze, flebo, barelle.

In quelle stesse righe c’è anche un appello chiaro: i soccorritori, le ambulanze, gli ospedali non possono diventare bersagli. Dovrebbero essere le poche cose “intoccabili” anche in una guerra. E invece, ancora una volta, un’ambulanza è diventata un obiettivo come un altro, o quanto meno un danno collaterale da mettere in conto.

Nelle sedi della Croce Rossa, colleghi e volontari piangono Youssef e, nello stesso tempo, continuano a preparare i mezzi, a controllare le scorte, a rispondere alle chiamate. Il lutto corre insieme al senso del dovere: se si fermano loro, non resta più nessuno tra chi spara e chi scappa.

Un numero nelle statistiche, una sedia vuota in sede

Nei bollettini di guerra, la morte di Youssef finisce in una riga: un operatore sanitario in più tra le vittime.
Ma dietro quella riga ci sono cose molto concrete: una sedia vuota in sala radio, una tuta che nessuno indosserà più, un casco appeso all’ingresso della sede, il nickname nella chat del turno che da oggi non risponderà più.

Per la sua famiglia è la perdita di un figlio, di un fratello, di un marito o di un padre – a seconda della storia personale che si portava dietro. Per i colleghi è lo shock di vedere il proprio stesso rischio materializzarsi davanti agli occhi: al posto suo poteva esserci chiunque di loro.

In molti paesi in guerra, negli ultimi anni, i soccorritori sono diventati una specie di “frontiera umana”: non combattono, ma vanno dove la guerra morde di più. La morte di qualcuno come Youssef rende tutto questo ancora più evidente.

Le regole della guerra, sulla carta e nella realtà

La sua storia riapre un tema che in teoria dovrebbe essere scontato: le guerre hanno delle regole.
Sulla carta, è tutto scritto: personale sanitario e mezzi di soccorso devono essere protetti, non attaccati. Le ambulanze vanno rispettate, le squadre di emergenza devono poter lavorare senza paura di diventare un bersaglio.

Poi guardi quello che è successo a Majdal Zoun e capisci quanto spesso la distanza tra il diritto umanitario e la realtà sia enorme. Un’ambulanza che salta in aria, un paramedico che muore, colleghi che devono mettere in conto anche questo mentre infilano lo stetoscopio nella borsa.

Per chi lavora sul campo, il rischio è che ci si abitui. Che si pensi: “Va così, è la guerra”.
La morte di Youssef dovrebbe servire, almeno, a ricordare che non è “normale”. Che certi confini, se lasciati crollare, rendono ogni conflitto ancora più disumano.

Cosa resta di Youssef Assaf

Resta, prima di tutto, il ricordo concreto di quello che faceva: le corse in ambulanza, le notti insonni, il modo in cui prendeva in braccio un bambino spaventato o teneva la mano a un anziano ferito.
Resta l’esempio di qualcuno che, in un pezzo di mondo in cui è facile odiare, ha scelto un mestiere che serve a tenere in vita, non a toglierla.

Resta, per la Croce Rossa libanese, la responsabilità di onorarne il nome continuando a fare esattamente quello che faceva lui: andare dove gli altri non vogliono più andare.
E resta, per chi lo legge da lontano, la consapevolezza che dietro ogni “volontario ucciso” c’è una storia intera, fatta di affetti, paure, speranze. Non solo una voce in una statistica.

Domande frequenti

Chi era Youssef Assaf?
Era un soccorritore della Croce Rossa libanese, paramedico volontario in servizio nel sud del Libano, nella zona di Sour/Tiro. Lavorava sulle ambulanze, intervenendo nei villaggi colpiti dai bombardamenti.

Come è morto?
È stato gravemente ferito mentre era a bordo di un’ambulanza diretta a soccorrere le vittime di un attacco su Majdal Zoun. L’ambulanza è stata colpita durante la missione. Youssef è stato portato in ospedale, ma è morto a causa delle ferite.

Perché la sua morte ha fatto il giro del mondo?
Perché mette al centro il tema della protezione degli operatori sanitari in guerra: Youssef non era un combattente, ma un volontario che stava cercando di salvare vite quando è stato ucciso.

Come lo ha ricordato la Croce Rossa?
La Croce Rossa libanese lo ha definito un “martire dell’umanità” e ha ribadito che soccorritori, ambulanze e pazienti devono essere sempre rispettati e protetti, chiedendo che le regole del diritto umanitario vengano applicate e fatte rispettare.