Negli ultimi mesi sembrava tutto scolpito nella pietra: Fratelli d’Italia davanti a tutti, opposizioni distanti e governo forte anche nei numeri, non solo in Parlamento. Gli ultimi sondaggi, però, raccontano un film un po’ diverso. Nessun crollo, niente ribaltoni, ma una serie di piccoli spostamenti che, messi insieme, iniziano a pesare.
Fratelli d’Italia resta nettamente il primo partito, ma scivola sotto la soglia psicologica del 30%, attestandosi intorno al 29 e qualcosa. Il Partito Democratico, dal canto suo, continua una risalita lenta ma costante e si piazza stabilmente sopra il 21%. Il Movimento 5 Stelle torna a crescere e si assesta attorno al 12%. La fotografia, insomma, è questa: Meloni resta avanti, ma alle sue spalle l’opposizione non è più immobile.
Nel centrodestra, la dinamica è più nervosa. Forza Italia perde qualche decimale e si ferma poco sopra l’8%, la Lega recupera qualcosina e si riporta verso il 7%. Nel complesso la coalizione di governo resta maggioritaria nel Paese, ma la sensazione del “treno in corsa” si è un po’ sgonfiata. Oggi è più una macchina che tiene la strada, ma deve stare attenta alle buche.
Dall’altra parte, l’asse Pd–M5S non esplode ma respira. I democratici confermano la posizione di secondo polo, i pentastellati smettono di scendere e tornano a vedere un segno più davanti ai loro numeri. Non siamo in un clima da “sorpasso possibile”, però il distacco con Fratelli d’Italia non aumenta più: resta largo, ma non si allarga.
Il dato forse più significativo non riguarda nessun partito in particolare, ma tutti insieme: cresce ancora la quota di chi non sa o non dice chi voterebbe. Siamo su cifre intorno a un italiano su tre. È un pezzo enorme di elettorato che oggi sta alla finestra, si sente distante o semplicemente stanco. Ed è un serbatoio che, in teoria, potrebbe cambiare tutto, se qualcuno riuscisse davvero a intercettarlo.
Il referendum sulla giustizia: cosa c’è in gioco
Dentro questo quadro si inserisce un appuntamento che vale molto più di un sondaggio: il referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia. Si tratta di un referendum costituzionale confermativo. In parole povere, gli elettori devono dire se vogliono confermare o bocciare una riforma approvata dal Parlamento.
Il cuore della riforma sta in tre pilastri: separazione netta delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, riscrittura degli organi di autogoverno della magistratura e creazione di una nuova alta corte disciplinare dedicata ai magistrati. Non è un ritocco marginale: è una delle bandiere storiche del centrodestra, e il governo Meloni l’ha caricata di significato politico.
Chi vota Sì sostiene la riforma, chi vota No la blocca. Non c’è quorum: conta solo chi va a votare. E qui arrivano le note dolenti per l’esecutivo, perché gli ultimi sondaggi pubblicati prima del blackout indicavano un vantaggio del No. Non un abisso, ma un testa a testa in cui il fronte contrario alla riforma è davanti di qualche punto.
Questo vuol dire che la battaglia è apertissima. Il governo ha tutto l’interesse a trasformare il referendum in una sorta di “fiducia popolare” sulla propria linea, ma il rischio è l’esatto opposto: che un eventuale successo del No venga letto come un segnale di logoramento, proprio mentre i sondaggi sui partiti mostrano le prime rughe del consenso.
La doppia partita di Meloni
Per Giorgia Meloni, quindi, il momento è delicato. Da un lato può ancora rivendicare una leadership solida: FdI è primo partito, il centrodestra è ancora la prima coalizione, l’opposizione non ha una proposta unitaria credibile né sul piano programmatico né su quello delle alleanze. Dall’altro, però, la scia lunga del “momento magico” post-elezioni si sta esaurendo.
Il calo sotto il 30% ha soprattutto un valore simbolico: segna la fine dell’effetto novità, di quei mesi in cui ogni sondaggio sembrava solo confermare una crescita infinita. Ora si entra nella fase della gestione, con tutti i costi politici delle scelte fatte su tasse, migranti, lavoro, sanità, scuola.
Il referendum sulla giustizia rischia di sovrapporsi perfettamente a questo cambio di fase. Se vincesse il Sì, il governo potrebbe presentarlo come la prova che il Paese si fida ancora del suo progetto, anche quando riguarda un tema delicatissimo come il rapporto tra politica e magistratura. Se invece prevalesse il No, sarebbe difficile non leggere il risultato come uno schiaffo politico, al di là dei tecnicismi.
Che cosa dicono i numeri, al netto del rumore
Tolti gli slogan e le tifoserie, il quadro che emerge è tutto sommato chiaro:
- Fratelli d’Italia non crolla, ma non cresce più.
- Pd e M5S non esplodono, ma rosicchiano terreno.
- Il centrodestra resta maggioranza relativa, ma senza quella sensazione di invincibilità di un anno fa.
- Il referendum, alla vigilia del silenzio demoscopico, vede il No in vantaggio e il Paese spaccato quasi a metà.
- Gli indecisi – sia sul voto ai partiti sia sul referendum – sono tanti, forse i veri arbitri della partita.
Detto in modo ancora più semplice: i sondaggi ci raccontano un’Italia che non ha ancora deciso di cambiare cavallo, ma che ha smesso di correre entusiasta dietro a quello che c’è.
Domande in chiusura (quelle che si farà anche il lettore)
FdI è in crisi?
No, sarebbe eccessivo dirlo. È ancora primo partito con un margine netto. Ma è uscita dalla fase della spinta continua: oggi deve difendere il risultato, non può più dare per scontato che la curva salga da sola.
L’opposizione sta vincendo?
Neppure. Pd e M5S crescono, ma non abbastanza da insidiare davvero la somma dei partiti di governo. Quello che si vede è più che altro una fine della caduta libera.
Il referendum può cambiare i rapporti di forza?
Da solo no, ma può segnare il clima politico. Un Sì largo darebbe al governo una spinta in più. Un No, soprattutto se netto, farebbe rumore e aprirebbe una fase nuova, almeno nella percezione pubblica.
Gli indecisi che faranno?
Questo è il vero punto cieco: una parte resterà a casa, una parte voterà in modo intermittente (magari solo al referendum, o solo alle politiche future). Chi riuscirà a dare una ragione concreta a quella massa silenziosa avrà in mano la chiave delle prossime elezioni, molto più dei grafici colorati dei sondaggi di questa settimana.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






