Ulises Camejo Ramirez, 31 anni, muore in moto sulla via Emilia: Borghi piange il ragazzo venuto da Cuba. Funerali in spagnolo, video per i genitori a Cuba, “opere di bene”, paese sotto choc

Daniela Devecchi

Ulises Camejo Ramirez, 31 anni, muore in moto sulla via Emilia: Borghi piange il ragazzo venuto da Cuba. Funerali in spagnolo, video per i genitori a Cuba, "opere di bene", paese sotto choc

A volte le storie cominciano lontanissimo e finiscono in un punto qualunque della nostra provincia, magari su una strada che facciamo ogni giorno. La storia di Ulises Camejo Ramirez è così: nasce a Cuba, attraversa l’oceano, approda in collina in Romagna e si spezza in una notte d’inizio marzo sulla via Emilia, a Rimini, a trent’anni scarsi più uno.

Aveva 31 anni, un accento che portava addosso il mare dei Caraibi, e una nuova vita costruita passo dopo passo a Borghi, in provincia di Forlì-Cesena. Qui si era trasferito nel 2019, in una casa di via Cornacchiara, insieme alla moglie. Genitori e gran parte della famiglia erano rimasti dall’altra parte del mondo, tra Cuba e altri Paesi dell’America Latina. La Romagna era diventata casa, ma con lo sguardo sempre diviso in due: una parte sulle colline, l’altra oltre l’oceano.

Chi era Ulises per Borghi

A Borghi lo conoscevano in tanti. Non perché fosse un personaggio pubblico, ma perché in paesi così ci si incrocia, ci si riconosce, ci si saluta per nome anche se non ci si è mai presentati davvero. Ulises era “quel ragazzo cubano” che da qualche anno vedevi al bar, in piazza, sulla strada di casa.

Era arrivato in Romagna da poco più di sei anni, abbastanza per imparare a conoscere le abitudini di qui, non abbastanza per smettere di sentire la nostalgia di là. La cronaca racconta che era sposato, che aveva creato il suo piccolo nucleo familiare in collina, mentre i genitori restavano a Cuba e fratelli e parenti si sparpagliavano tra diversi Paesi latinoamericani.

Sul lavoro, sui dettagli della sua giornata tipo, le fonti tacciono. E un po’ è giusto così: non tutte le biografie devono essere schedate nei minimi particolari. Quello che emerge netto è il profilo di un ragazzo di trentun anni che in Romagna ci stava provando davvero, con la sua casa, la sua cerchia di amici, la sua voglia di tenere insieme le radici e il presente.

La notte sulla via Emilia

La tragedia arriva alle due del mattino di domenica 1 marzo, su quella che è forse la strada più famosa d’Italia: la via Emilia. Siamo a San Martino in Riparotta, nel comune di Rimini. È notte fonda, il traffico è quasi sparito, solo qualche auto e qualche moto che tagliano la città addormentata.

Ulises è in sella alla sua Kawasaki. Viaggia in direzione casa, o forse sta tornando da un turno, da una serata con gli amici. Quello che sappiamo è che a un certo punto, in quel buio interrotto solo dai fari, un tasso gli attraversa la strada davanti.

Chi guida di notte su strade di pianura lo sa: gli animali all’improvviso sono una paura latente. In un secondo ti ritrovi a dover scegliere cosa fare. Ulises frena. Il gesto istintivo per evitare il tasso, per non travolgerlo. Ma l’equilibrio in moto è delicatissimo: la frenata, l’asfalto, la sorpresa, la velocità. In pochi istanti perde il controllo, la moto si scompone e lui cade a terra.

Le ricostruzioni raccontano che, dopo la caduta, “sembra sia stato investito da un’auto” che sopraggiungeva dietro di lui. Il condizionale è d’obbligo perché gli atti tecnici stanno nei fascicoli, ma la sostanza non cambia: Ulises viene colpito, e l’impatto è devastante. Per lui non c’è nulla da fare. La morte viene definita istantanea.

È una di quelle scene che la mente fa fatica ad accettare: un animale che attraversa, una frenata, l’asfalto, un’auto che arriva. Pochi secondi e una vita che si chiude.

Autopsia e indagine: cosa sappiamo davvero

Dopo l’incidente, la Procura di Rimini dispone l’autopsia. È un passaggio quasi automatico in casi come questo, ma dietro c’è sempre la necessità di capire meglio cosa sia successo esattamente: l’urto, le lesioni, la dinamica.

Solo dopo l’esame viene dato il nulla osta per le esequie. Non emergono, per ora, notizie su indagati, contestazioni particolari, scontri pubblici sulla sicurezza della strada. L’incidente viene trattato come un evento drammatico ma chiaro: nella notte, un ragazzo su una moto che prova a evitare un animale selvatico, cade e perde la vita.

È una di quelle circostanze che lasciano una sensazione di impotenza. Nessun inseguimento, nessuna folle corsa, nessuna rissa. Solo la fragilità di chi viaggia su due ruote e si trova davanti qualcosa che non dovrebbe essere lì, ma che, in campagna e lungo certe tratte, capita sempre più spesso di incontrare.

La famiglia lontana, la moglie qui

Il dolore, in questa storia, ha due epicentri diversi. Il primo è Borghi, dove la notizia corre veloce: il ragazzo cubano di via Cornacchiara è morto in un incidente sulla via Emilia. Gli amici, i vicini, i conoscenti si ritrovano a domandarsi come sia possibile che uno che vedevi il giorno prima non ci sia più. La moglie di Ulises si trova a gestire, in poche ore, la tempesta perfetta: lo shock, le telefonate, le pratiche, la lingua, i tempi della giustizia e della burocrazia.

L’altro epicentro è a Cuba, a migliaia di chilometri di distanza, dove vivono i genitori di Ulises. Per loro è tutto ancora più difficile: il fuso orario, la distanza, i problemi economici e burocratici per spostarsi. Sanno che il figlio è morto, ma non possono esserci, non possono tocchare la bara, non possono abbracciare i volti che gli stavano accanto qui. Intorno, in altri Paesi dell’America Latina, ci sono i fratelli e i parenti che in questi giorni fanno i conti con la stessa impotenza.

Quante volte abbiamo sentito storie di ragazzi arrivati in Italia a cercare una vita migliore? Qui c’è un pezzo in più: non solo il viaggio di andata, ma anche l’impossibilità fisica, al momento dell’addio, di riunire tutta la famiglia nello stesso luogo.

Un funerale in spagnolo, per far arrivare la voce fino a Cuba

Per questo il funerale di Ulises non poteva essere uno qualunque. Oggi, mercoledì 11 marzo, nella chiesa parrocchiale di Sant’Antonio di Padova a Stradone, minuscola frazione di Borghi, va in scena un rito pensato proprio per tenere insieme tutte queste geografie.

La Messa è alle 15, celebrata da don Gino Gessaroli, parroco di Stradone, insieme a un sacerdote spagnolo arrivato da Ravenna. Il rito viene celebrato in lingua spagnola, per permettere a chi è nato come Ulises in un contesto ispanofono di riconoscersi fino in fondo in quelle parole, in quei canti, in quelle preghiere.

Non basta. La celebrazione viene ripresa in video: l’idea è quella di inviare la registrazione ai genitori a Cuba e ai familiari sparsi tra i vari Paesi dell’America Latina, perché possano almeno vedere, se non essere fisicamente, in quel momento. Vedranno la chiesa, il feretro, gli amici, la moglie, i volti, la comunità che si stringe. Sarà una presenza mediata da uno schermo, certo, ma comunque una presenza.

Dopo la Messa, l’agenzia di onoranze funebri porta il feretro all’area crematoria di Cesena. Sul manifesto funebre compare la frase che nelle nostre città ormai è quasi un codice: “Non fiori ma opere di bene”, con l’invito a destinare le offerte alla famiglia di Ulises. Un modo concreto per dire: non possiamo riportarlo indietro, ma possiamo almeno provare ad alleggerire un po’ il peso materiale che resta a chi gli voleva bene.

Un paese piccolo di fronte a una storia grande

Per un comune come Borghi, una tragedia così non è una “notizia” e basta. È qualcosa che entra nelle conversazioni al supermercato, in parrocchia, davanti alle scuole. Qualcuno ricorda la prima volta che ha visto Ulises al bar. Qualcun altro ripensa al suo arrivo nel 2019, a quel ragazzo con gli occhi scuri che parlava un italiano un po’ spezzato ma sempre più sicuro, anno dopo anno.

C’è sempre, in questi casi, la tentazione di trasformare tutto in un dato: “un altro morto sulla via Emilia”, “un altro incidente in moto”. E invece qui c’è Cuba, c’è la Romagna, c’è la via Emilia alle due di notte, c’è un tasso, c’è una frenata, c’è una moglie, ci sono dei genitori che vedranno il funerale attraverso un video.

Dietro ogni riga di cronaca ci sono sempre nomi, volti, paesi, decine di persone che da oggi in poi non vivranno più le stesse giornate. Ulises Camejo Ramirez, per Borghi, non sarà più solo “il ragazzo cubano arrivato nel 2019”, ma il simbolo di una storia spezzata troppo presto, di una comunità che si è scoperta improvvisamente più fragile e, magari, un po’ più unita.

Domande frequenti

Quanti anni aveva Ulises Camejo Ramirez?
Aveva 31 anni. Era arrivato in Romagna nel 2019 e viveva a Borghi, in provincia di Forlì-Cesena.

Da dove veniva Ulises?
Era originario di Cuba. I genitori vivono ancora sull’isola, mentre fratelli e altri parenti sono sparsi in diversi Paesi dell’America Latina.

Come è avvenuto l’incidente?
Nella notte tra sabato e domenica, verso le 2, stava percorrendo in moto la via Emilia a San Martino in Riparotta, nel comune di Rimini. Un tasso ha attraversato la strada, lui ha frenato per evitarlo, ha perso il controllo della Kawasaki ed è caduto. Sembra che sia stato poi investito da un’auto che sopraggiungeva. È morto sul colpo.

Perché il funerale è in spagnolo?
Per permettere alla sua famiglia e ai suoi cari di riconoscersi nel rito. La Messa, nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Stradone, viene celebrata in spagnolo da un sacerdote madrelingua e registrata in video, così i genitori e i parenti in America Latina possono seguirla a distanza.

Ci sono raccolte fondi per la famiglia?
Sul manifesto funebre è indicato “non fiori ma opere di bene”, con l’invito a destinare eventuali offerte alla famiglia di Ulises, rimasta a fare i conti con il dolore e con le difficoltà pratiche dopo la sua morte.