Cortina, tragedia sulla neve: Michele Cavallero muore a 65 anni dopo 8 giorni di coma. Chi era e cos’ è successo

Daniela Devecchi

Cortina, tragedia sulla neve: Michele Cavallero muore a 65 anni dopo 8 giorni di coma. Chi era e cos' è successo

Cortina, neve buona, una di quelle domeniche in cui sali in quota convinto di regalarti solo qualche ora di leggerezza. Per Michele Cavallero, 65 anni, imprenditore molto conosciuto a Treviso, quella giornata di inizio marzo doveva essere esattamente così: sci, Dolomiti e quella montagna che considerava ormai casa. Invece è diventata l’ultima.

Mentre stava sciando, il primo marzo, è stato colpito da un malore improvviso sulle piste. I soccorsi sono arrivati subito, la corsa all’ospedale di Belluno, il ricovero in terapia intensiva. Otto giorni di coma, di speranze e di attese. Poi, nel pomeriggio del 9 marzo, la notizia che a Treviso e a Cortina nessuno avrebbe voluto sentire: Michele Cavallero è morto

Tra Treviso e Cortina, due vite in una

Per capire perché la sua scomparsa ha colpito così tanto bisogna guardare alle sue due città. A Treviso era l’uomo degli immobili. Proprietario di case e negozi in centro, punto di riferimento in tante trattative, nome che circolava spesso quando si parlava di palazzi, affitti, attività. Non era il classico imprenditore da passerella, ma uno di quelli che contano davvero nei meccanismi di una città, pur restando spesso lontano dai riflettori.

Negli ultimi anni, però, una parte consistente della sua vita si era spostata più in alto, tra i monti. Cortina d’Ampezzo non era solo un indirizzo dove andare d’inverno: era diventata una vera seconda casa. Qui aveva coltivato fino in fondo la sua passione per lo sci, fino a diventare anche maestro, uno di quelli che sulle piste non si limitano a divertirsi, ma insegnano agli altri come stare sulla neve.

Chi lo conosce lo descrive come il classico uomo che a Treviso incroci in centro, tra un caffè e una riunione, e che a Cortina ritrovi con gli scarponi ai piedi e il casco in mano, con lo stesso sorriso. Due ambienti diversi, una sola persona che si muoveva con naturalezza in entrambi.

La domenica del malore sulle piste

Il primo marzo era una di quelle giornate che qualsiasi appassionato di sci aspetta per settimane. A Cortina le piste erano piene, la stagione ancora viva. Michele stava sciando come aveva fatto mille volte. Poi qualcosa si è spezzato.

All’improvviso il malore. Un infarto, secondo quanto ricostruito, lo ha colpito mentre era sulle piste. Si è accasciato sulla neve, chi era vicino ha subito lanciato l’allarme. In quota i soccorsi si muovono su motoslitte: i sanitari sono arrivati in pochi minuti, hanno tentato di stabilizzarlo e lo hanno preparato al trasferimento verso l’ospedale di Belluno.

Da lì in poi, la scena si sposta lontano dagli occhi di tutti. Reparto di terapia intensiva, monitor, macchinari, medici che cercano di fare il possibile. Cavallero viene sedato, le sue condizioni vengono definite subito gravissime. Passano i giorni, la situazione resta critica. Per chi gli vuole bene, sono otto giorni senza tempo, sospesi tra la speranza di una ripresa e la paura di un esito diverso.

Nel pomeriggio del 9 marzo il quadro precipita. Alle 16.50 i medici devono arrendersi: il cuore di Michele si ferma. La notizia esce prima in zona Belluno e Cortina, poi scende in pianura, a Treviso. In poche ore rimbalza tra telefoni, chat, gruppi WhatsApp: “Hai sentito di Michele?”.

L’imprenditore del centro che amava la montagna

A Treviso, il nome di Michele Cavallero è legato soprattutto al mattone. Per molti commercianti e residenti del centro storico era “quello dei negozi”, l’uomo che negli anni ha costruito e gestito un piccolo impero immobiliare tra case e attività a due passi dalle piazze principali.

Chi si occupa di affari racconta di un professionista che conosceva a memoria le vie, i cortili, le possibilità di sviluppo del centro. Trattative, contratti, ristrutturazioni, nuovi ingressi: il suo cognome gira spesso in queste conversazioni, anche se non finisce quasi mai nei titoli dei giornali economici.

La sua storia però non si ferma alla dimensione finanziaria. Il lato più umano è quello che negli ultimi giorni emerge dai racconti di chi lo ha frequentato in montagna. A Cortina Michele era l’uomo degli sci, quello che sapeva consigliare la pista giusta in base all’ora e alle condizioni della neve, che si fermava volentieri a parlare in rifugio, che aveva scelto di diventare maestro e di dedicare tempo ad accompagnare gli altri sulle discese che conosceva così bene.

C’è chi ricorda anche la frase che aveva scelto per la sua immagine online, legata proprio alla montagna e a quella sensazione di libertà che ti prende quando sei in quota. Un dettaglio, certo, ma che racconta bene quanto le Dolomiti fossero, per lui, più di uno sfondo da cartolina.

L’ultimo saluto in Basilica a Cortina

Per l’addio si è scelto il luogo che forse più di ogni altro racconta questo doppio legame. I funerali di Michele si terranno infatti a Cortina d’Ampezzo, nella Basilica dei Santi Filippo e Giacomo, simbolo della “Regina delle Dolomiti”. La celebrazione è fissata per venerdì 13 marzo alle 15.00.

È facile immaginare chi ci sarà: amici di vecchia data arrivati da Treviso, colleghi del mondo immobiliare, gente di montagna, maestri di sci, semplici appassionati che lo hanno conosciuto tra una pista e l’altra. Due comunità diverse che, per un pomeriggio, si ritroveranno nello stesso luogo per salutarlo.

Treviso, nel frattempo, piange a distanza. Negozianti, inquilini, professionisti che con lui hanno avuto a che fare negli anni si scambiano messaggi e ricordi. Qualcuno sottolinea come fosse uno dei volti che hanno contribuito a ridisegnare il centro città; altri si fermano più sul lato personale, su una battuta, su un incontro, su un gesto di gentilezza.

Cosa resta dopo una storia così

Quando muore una persona di 65 anni in modo così improvviso, soprattutto in un contesto che per lei era quasi naturale come la montagna, le domande si moltiplicano: si poteva fare qualcosa di più? È arrivato tutto troppo in fretta? Sono interrogativi che restano spesso senza risposta, e che appartengono soprattutto a chi è rimasto vicino fino alla fine.

Quello che resta, al di là dei perché, sono i segni concreti di una vita. A Treviso restano gli immobili, le relazioni costruite in anni di lavoro, le strade che portano anche la sua firma, pur senza targhe. A Cortina restano le piste che ha solcato infinite volte, gli allievi a cui ha insegnato a sciare, le persone che guarderanno certi pendii pensando automaticamente a lui.

In mezzo, come sempre, ci sono gli affetti più stretti, che si trovano a gestire dolore, pratiche, ricordi e un futuro da ricostruire. Mentre la cronaca registra date, orari, luoghi, loro fanno i conti con la parte più difficile: abituarsi all’idea che quel nome, da oggi, verrà pronunciato sempre al passato.