Per chi lo ha conosciuto, la notizia è arrivata come uno strappo improvviso: padre Costantino Lamparelli è morto il 10 marzo 2026, a 81 anni. Un frate francescano di quelli che non fanno rumore, che si muovono tra coro, confessionale e sacrestia con la stessa naturalezza con cui altri attraversano un ufficio.
Dietro il nome, c’è una vita intera spesa tra Terlizzi, Firenze e Osimo, sempre con il saio addosso e lo stile di chi preferisce la sostanza alle autocelebrazioni.
Le origini: un frate nato a Terlizzi
Padre Costantino nasce a Terlizzi, in provincia di Bari, il 12 aprile 1944. È lì che affonda le radici la sua storia umana prima ancora che religiosa. In una Puglia che esce dalla guerra e prova a rimettersi in piedi, lui sceglie presto una strada diversa da quella di molti coetanei: entra nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali.
Il percorso vocazionale segue i tempi lunghi di allora. La professione temporanea arriva nel 1965, quella solenne nel 1971. Nel mezzo ci sono anni di studio, di noviziato, di vita comunitaria vissuta nella concretezza quotidiana: preghiera, lavoro, obbedienza, fraternità.
Il 1° gennaio 1974 viene ordinato sacerdote. Comincia da lì il suo ministero, con il Vangelo da annunciare e la spiritualità francescana da tradurre in gesti semplici.
Anni fiorentini: il servizio a Santa Croce
Per una lunga stagione della sua vita religiosa, il “suo” convento è quello di Santa Croce a Firenze, uno dei luoghi simbolo del francescanesimo italiano.
Chi lo ha incrociato in quegli anni lo ricorda come il frate che accoglieva con garbo i fedeli, che si muoveva tra la basilica e il chiostro con passo leggero, che sapeva prendersi il tempo per una parola in più con chi ne aveva bisogno. Non amava mettersi al centro della scena: preferiva la discrezione, il lavoro dietro le quinte, il servizio quotidiano.
Il legame con la sua città d’origine non si è mai interrotto. A Terlizzi lo ricordavano come “il nostro frate a Firenze”, una sorta di ponte affettivo tra il paese pugliese e quel pezzo di Toscana così carico di storia e di arte.
Osimo e San Giuseppe da Copertino: l’ultima tappa
Negli ultimi anni, il nome di padre Costantino è legato soprattutto a Osimo e alla basilica di San Giuseppe da Copertino. È lì che vive la parte finale del suo ministero, all’interno di una comunità francescana che ruota attorno alla figura del “santo dei voli”.
Nella diocesi di Ancona-Osimo il suo volto è familiare: il frate anziano, mite, presente. Nel Giovedì Santo 2024 viene ricordato ufficialmente per i 50 anni di sacerdozio, una tappa importante celebrata insieme agli altri sacerdoti “giubilari”. Mezzo secolo di Messa quotidiana, confessioni, incontri, omelie brevi e dirette.
Chi lo ha frequentato parla di una spiritualità sobria, concreta, senza fronzoli. Non amava le grandi parole, preferiva la mitezza dei piccoli gesti: un ascolto paziente, una benedizione, un incoraggiamento sussurrato più che gridato dall’altare.
La morte e l’ultimo saluto
Il 10 marzo 2026, con 81 anni alle spalle, padre Costantino “torna alla casa del Padre”, come scrivono i confratelli nel necrologio. La frase che scelgono per lui è semplice e forte: ha vissuto la sua vocazione nella semplicità, nella fraternità e nel silenzio, testimoniando il Vangelo e lo spirito di san Francesco con quella stessa mitezza che chiunque gli si avvicinasse poteva percepire.
Le esequie vengono celebrate l’11 marzo nella basilica di San Giuseppe da Copertino, il luogo che è stato la sua casa negli ultimi anni. Attorno al feretro si stringono la comunità dei frati, i familiari arrivati da Terlizzi e da altri angoli d’Italia, i fedeli che ne hanno condiviso messe feriali, confessioni, momenti di preghiera.
La tumulazione è fissata per il 13 marzo, sempre a Osimo. Un modo per dire che quella città marchigiana, insieme a Terlizzi e Firenze, fa ormai parte a pieno titolo della geografia affettiva del frate.
Un profilo basso e una vita piena
Di padre Costantino non resteranno libri, grandi interviste, frasi consegnate ai social. Resterà, piuttosto, il ricordo di un frate di profilo basso che ha scelto di vivere il sacerdozio come servizio quotidiano più che come palcoscenico.
I confratelli lo sintetizzano con tre parole: semplicità, fraternità, silenzio. Semplicità nel modo di parlare e di muoversi. Fraternità nel rapporto con gli altri frati e con i laici che incontrava. Silenzio non come chiusura, ma come spazio per ascoltare: Dio, la coscienza, le storie degli altri.
È il tipo di figura che spesso resta ai margini delle cronache, ma che tiene in piedi, giorno dopo giorno, la vita reale di parrocchie, conventi, santuari. Senza rumore, senza effetti speciali.
Cosa lascia padre Costantino
Per la sua famiglia d’origine, padre Costantino resta il parente che ha scelto la strada del convento, il frate di casa da nominare con orgoglio e con un pizzico di nostalgia.
Per i frati di Osimo, lascia una stanza vuota in convento, un posto libero a tavola, un tassello in meno nella catena delle generazioni che si sono passate il testimone.
Per i fedeli, resta l’immagine di un sacerdote anziano che non ha mai smesso di esserci: nella Messa del mattino, nella confessione cercata in un momento difficile, in una parola gentile scambiata fuori dalla chiesa.
In un’epoca in cui spesso si parla solo di chi urla più forte, la storia di padre Costantino Lamparelli è quella di un uomo che ha scelto il contrario: lasciare un segno passando quasi in punta di piedi. E proprio per questo, alla notizia della sua morte, tanti hanno avvertito quel piccolo grande vuoto che solo le presenze silenziose sanno lasciare.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






