Attila Simon, violinista ungherese da anni a San Miniato, è morto a 52 anni. Ha suonato con Sting, Barry White, Bocelli, Battiato, Nile Rodgers, i Pooh e nei grandi tributi a Morricone

Daniela Devecchi

Attila Simon, violinista ungherese da anni a San Miniato, è morto a 52 anni. Ha suonato con Sting, Barry White, Bocelli, Battiato, Nile Rodgers, i Pooh e nei grandi tributi a Morricone

La musica, a volte, sa essere spietata. Può regalare giri di mondo, palchi pieni, applausi interminabili. E poi, all’improvviso, si spegne in silenzio. È quello che è successo con Attila Simon, violinista ungherese di 52 anni, da tempo trapiantato in Toscana, a San Miniato, capace di passare con naturalezza dai teatri più prestigiosi alle aule di una scuola di danza di provincia, con lo stesso rispetto e la stessa intensità.

Se ne è andato dopo una malattia, senza clamore, ma lasciando un vuoto enorme nel mondo della musica e in una comunità che lo aveva adottato come uno di casa.

Dalle strade di Budapest alle colline di San Miniato

Attila nasce a Budapest, in quell’Ungheria dove il violino è quasi un’estensione del corpo, dove le melodie popolari e la grande tradizione classica si intrecciano in modo naturale. Si forma lì, in un ambiente in cui lo strumento non è solo tecnica, ma carattere, modo di stare al mondo.

Poi arriva l’Italia, e con l’Italia la Toscana. Non un semplice trasferimento, ma una vera scelta di vita: San Miniato diventa il suo centro di gravità, il posto dove rientrare dopo le tournée, dove lasciare la valigia e riprendere fiato. In breve tempo si costruisce la reputazione di musicista straordinario ma anche di uomo semplice, disponibile, con quella gentilezza un po’ ruvida di chi ha visto tanti palchi e non ha più bisogno di dimostrarlo.

La zona tra San Miniato ed Empoli impara a conoscerlo: non solo come “il violinista che gira il mondo”, ma come il vicino, il padre, il marito, l’insegnante che entra ed esce da scuola con lo stesso passo di tutti gli altri.

Il violinista dei grandi palchi: Sting, Barry White, Bocelli, Battiato e non solo

Se si guarda al suo curriculum, viene quasi da chiedersi come un artista così potesse passare relativamente inosservato al grande pubblico. Eppure le sue corde hanno accompagnato nomi giganteschi della musica internazionale.

Nel corso degli anni Attila Simon ha suonato con Sting, ha condiviso il palco con Barry White, ha lavorato accanto ad Andrea Bocelli, ha incrociato il mondo visionario di Franco Battiato, si è misurato con il funk e il pop di Nile Rodgers e ha partecipato a progetti con i Pooh. Collaborazioni che per molti sarebbero il traguardo di una vita e che per lui diventano semplicemente parte di un percorso, tappa dopo tappa.

Ma c’è un capitolo che lo rende riconoscibile anche a chi bazzica le stagioni sinfoniche italiane: la lunga stagione dei concerti dedicati a Ennio Morricone. In questi spettacoli Attila è spesso indicato come “violinista del Cirque du Soleil” o come violino solista: bastano le prime note perché il pubblico capisca che quel suono non è di ordinaria amministrazione.

Con l’Ensemble Symphony Orchestra gira l’Italia e l’Europa portando in scena programmi come “Alla scoperta di Morricone”: colonne sonore che tutti hanno in testa, arrangiate per grande orchestra, voce, attore e, al centro, quel violino capace di far venire la pelle d’oca anche a chi è entrato in teatro per curiosità più che per fede musicale.

Chi lo ha visto suonare dal vivo ricorda il modo in cui si “incollava” allo strumento: il corpo piegato in avanti, gli occhi spesso chiusi, l’arco che non sembrava mai forzare il suono, ma accompagnarlo. Un virtuosismo mai esibito per compiacere, sempre al servizio del brano.

Cirque du Soleil e il confine sottile tra musica colta e spettacolo

Non tutti i violinisti possono dire di aver lavorato anche con il Cirque du Soleil. Attila ci riesce, da perfetto equilibrista tra mondi diversi: classica, pop, spettacolo. È uno di quei musicisti che non si spaventano davanti ai confini, che non pensano che un’orchestra sinfonica “valga” più di un palco pop o viceversa. Sa che la musica vive degli incontri, non delle etichette.

Per questo il suo nome compare tanto nei programmi dei teatri quanto sulle locandine di eventi crossover, nei festival, nei tributi, nelle grandi produzioni dove c’è bisogno di qualcuno che, al momento giusto, con un solo assolo, faccia alzare la testa a migliaia di spettatori.

La sua cifra è proprio questa: portare la profondità del violino classico anche dove, magari, nessuno se l’aspetta. E farlo con naturalezza, senza mai trasformare il palco in un piedistallo.

La famiglia, la danza e la scuola Simon Dance

La vita di Attila non è fatta solo di viaggi e palchi lontani. C’è una dimensione, forse la più importante, che sta tutta tra Empoli e San Miniato. Qui condivide il percorso con la moglie, la danzatrice Simona Cerbioni, artista a sua volta con un curriculum che attraversa teatri e produzioni importanti.

Insieme fondano e dirigono la scuola di danza “Simon Dance”, un luogo che negli anni diventa una seconda casa per tanti ragazzi e ragazze della zona. Dietro quella porta non ci sono solo sbarre, specchi e tappeti: c’è un pezzo di mondo costruito su disciplina, passione, ascolto. Il violino di Attila non è soltanto ospite in sala, è parte del respiro della scuola, un ponte naturale tra movimento e suono.

In quell’universo cresce anche il figlio Aron, vent’anni, indicato da più parti come una promessa della danza. È facile immaginare le serate di famiglia: il padre con il violino, la madre a lavorare su una coreografia, il figlio che prova passi e combinazioni. Un intreccio quasi cinematografico di musica e corpo, diventato per loro semplicemente vita quotidiana.

Il saluto degli amici musicisti

La notizia della morte di Attila Simon si è diffusa in fretta tra musicisti, ballerini, tecnici, operatori di teatro. L’Ensemble Symphony Orchestra lo ha salutato con parole che raccontano meglio di qualunque articolo chi fosse: non solo un collega, ma un amico, un compagno di viaggio.

Nei messaggi che rimbalzano tra social e chat interne si legge di prove infinite finite in risate, di tour faticosi, di serate in cui la stanchezza spariva appena si accendevano le luci in sala. Qualcuno scrive che sul palco Attila riusciva a tenere insieme virtuosismo e umiltà. Altri ricordano i momenti dietro le quinte, il modo di incoraggiare i più giovani, la capacità di sdrammatizzare.

Colpisce un dettaglio che ritorna spesso: il fatto che, nonostante le collaborazioni con Sting, Barry White, Bocelli, Battiato, Nile Rodgers, i Pooh, non si fosse mai atteggiato a star. Raccontava gli aneddoti dei concerti in giro per il mondo come se parlasse della partita di calcetto del giovedì sera, con una leggerezza che rendeva tutto più umano e vicino.

Cosa resta della sua musica

Quando un musicista se ne va, resta sempre la domanda più difficile: che cosa rimane, oltre al dolore? Nel caso di Attila Simon la risposta sta un po’ ovunque. Sta nelle registrazioni, certo, nelle foto di scena, nei programmi di sala. Ma sta soprattutto nelle persone.

Resta in chi lo ha visto suonare, magari una sola volta, e si è chiesto da dove arrivasse quel suono così pieno. Resta nei ragazzi passati dalla Simon Dance, che magari oggi lavorano in tutt’altri ambiti ma portano addosso il ricordo di quelle lezioni in cui la musica e la danza sembravano la cosa più importante del mondo. Resta nella comunità di San Miniato ed Empoli, che perde non solo un artista, ma un vicino di casa che aveva scelto di mettere radici proprio lì.

E resta, inevitabilmente, nella sua famiglia: in Simona, in Aron, in chi lo ha accompagnato fuori dal clamore dei palchi, nei giorni di malattia come in quelli di festa.

Domande frequenti

Chi era Attila Simon?
Era un violinista ungherese, nato a Budapest e da anni residente a San Miniato, in Toscana. Aveva 52 anni e una carriera internazionale che lo aveva portato a suonare con grandi nomi della musica e in importanti produzioni sinfoniche.

Con chi ha collaborato nel corso della sua carriera?
Ha lavorato, tra gli altri, con Sting, Barry White, Andrea Bocelli, Franco Battiato, Nile Rodgers e i Pooh. È stato spesso presentato come violinista del Cirque du Soleil ed è stato violino solista nei grandi concerti dedicati a Ennio Morricone con l’Ensemble Symphony Orchestra.

Che rapporto aveva con la Toscana?
Viveva a San Miniato ed era considerato empolese d’adozione. Qui, insieme alla moglie Simona Cerbioni, aveva fondato la scuola di danza “Simon Dance”, diventando un punto di riferimento per tanti giovani del territorio.

Di che cosa è morto?
Le cronache parlano di una malattia che non gli ha lasciato scampo, senza scendere nei dettagli. Non sono stati resi pubblici particolari clinici sulla patologia.

Lascia figli?
Sì, lascia il figlio Aron, vent’anni, che ha seguito la strada della danza e viene descritto come una giovane promessa in questo mondo.