Accise mobili sulla benzina: come funziona il meccanismo che permette allo Stato di tagliare le tasse sui carburanti quando i prezzi salgono, e perché oggi è tornato al centro del dibattito

Daniela Devecchi

Accise mobili sulla benzina: come funziona il meccanismo che permette allo Stato di tagliare le tasse sui carburanti quando i prezzi salgono, e perché oggi è tornato al centro del dibattito


Negli ultimi giorni chi fa il pieno se n’è accorto senza bisogno di leggere i giornali: i prezzi di benzina e gasolio sono tornati a correre, con cartelli vicino o sopra 2 euro al litro in molte zone e punte ancora più alte in autostrada. Sullo sfondo c’è la crisi internazionale, il petrolio che supera i 100 dollari al barile, l’ennesima fiammata legata alle tensioni in Medio Oriente.

In mezzo a tutto questo è ricomparsa una parola che sembrava relegata ai tecnicismi di qualche esperto: accise mobili. Qualcuno le invoca come soluzione, qualcuno parla di promessa mancata, altri ancora ricordano che “esistono dal 2008”. Ma che cosa sono davvero, come funzionano e che cosa potrebbe cambiare per chi va a fare benzina?

Che cos’è, in pratica, l’accisa mobile

Proviamo a dirlo senza giri di parole. L’accisa mobile è un meccanismo che permette allo Stato di abbassare temporaneamente le accise sui carburanti quando i prezzi schizzano in alto, usando come “coperta” le maggiori entrate IVA che arrivano proprio da quei rincari.

Immagina questo schema: il prezzo del petrolio sale, le compagnie adeguano i listini, il prezzo alla pompa aumenta. Su quel prezzo più alto si applica sempre il 22% di IVA. Risultato: lo Stato incassa più IVA, senza aver toccato le aliquote.

L’idea dell’accisa mobile è: invece di tenersi tutta questa IVA in più, lo Stato può restituirne una parte ai cittadini e alle imprese abbassando le accise per litro di benzina e gasolio. Il prezzo finale scende di qualche centesimo, non torna ai livelli di prima, ma almeno la botta viene un po’ attutita.

Attenzione però: non scatta da sola. Non è un interruttore automatico. Serve sempre un decreto del ministro dell’Economia, che decide se e quanto intervenire, sulla base di quanto il prezzo del petrolio si è discostato dalle previsioni contenute nei documenti di finanza pubblica.

Come nasce l’idea: dal governo Prodi alla crisi del gas russo

Per capire da dove arriva tutto questo bisogna tornare indietro di quasi vent’anni. L’accisa mobile viene introdotta con la Finanziaria 2008, governo Prodi: nei famosi commi 290–294 dell’articolo 1 si scrive per la prima volta che, quando il prezzo del petrolio supera certe soglie rispetto alle previsioni ufficiali, il governo può ridurre le accise sui carburanti finanziando il taglio con le maggiori entrate IVA.

All’epoca il meccanismo viene usato pochissimo: giusto un piccolo intervento, di pochi centesimi al litro, per un periodo molto breve nel 2008. Poi scompare quasi del tutto dal dibattito pubblico.

Bisogna arrivare al 2022, in piena crisi energetica dopo l’invasione russa dell’Ucraina, per vedere di nuovo lo Stato intervenire in modo massiccio sulle accise: il governo Draghi taglia di circa 25 centesimi al litro, che diventano più di 30 con l’effetto dell’IVA, e rinnova il taglio per mesi. Tecnicamente si tratta di un decreto “secco” sulle accise, ma la logica è quella: usare entrate straordinarie (anche dalla tassa sugli extraprofitti energetici) per alleggerire il pieno.

Cos’ ha cambiato il governo Meloni

Arriviamo così al passaggio più delicato. A fine 2022 lo sconto Draghi viene progressivamente ridotto e poi lasciato scadere. I prezzi alla pompa risalgono e la polemica esplode, anche perché in campagna elettorale Fratelli d’Italia aveva promesso proprio una “sterilizzazione delle tasse sui carburanti” nei momenti di crisi.

Nel gennaio 2023 arriva il cosiddetto “Decreto carburanti”. Dentro c’è l’obbligo per i distributori di esporre il prezzo medio regionale o nazionale, ma c’è anche un passaggio molto tecnico: la riscrittura dei commi 290 e 291 della legge del 2007. In pratica viene aggiornata la norma sull’accisa mobile:

  • si lega l’eventuale taglio delle accise alla media dei prezzi del bimestre precedente rispetto ai valori indicati nell’ultimo DEF;
  • si tiene conto anche di eventuali discese del prezzo, per evitare una corsa a tagli e rialzi continui;
  • resta fermo il principio di base: si interviene con decreto del MEF, non in modo automatico.

Nel frattempo, con un decreto legislativo del 2025, il governo avvia un riordino generale delle accise sui carburanti. Obiettivo dichiarato: allineare le aliquote su benzina e gasolio, considerate troppo diverse. Dal 1° gennaio 2026, benzina e diesel hanno la stessa accisa: 672,90 euro ogni mille litri.

Questo significa che, quando si dovesse decidere di tagliare, lo sconto sarebbe identico su entrambi i carburanti.

Perché nel 2026 se ne parla così tanto

Il motivo è semplice: da fine febbraio 2026 il prezzo del petrolio è tornato a correre. Il Brent ha superato la soglia dei 100 dollari al barile, spinto dalle tensioni militari legate all’Iran e ai timori per i flussi nel Golfo Persico.

Effetto immediato: benzina e gasolio più cari ai distributori. Le rilevazioni dei prezzi medi parlano di self vicino o sopra 1,80 euro al litro, gasolio che in molti tratti tocca o supera i 2 euro, con cifre ancora più alte in autostrada e al servito. Le associazioni dei consumatori chiedono a gran voce un intervento, almeno di qualche centesimo, per evitare che famiglie e autotrasportatori si ritrovino con un’altra stangata piena dopo piena.

A questo punto entra in scena l’accisa mobile versione 2023. I conti degli analisti dicono che le condizioni “tecniche” perché il meccanismo possa essere attivato ci sono già: il prezzo del petrolio, nella media del bimestre, ha superato ampiamente le stime del DEF. Tradotto: le maggiori entrate IVA ci sarebbero, almeno in teoria.

Il nodo è politico. Da un lato il governo non vuole dare l’idea di correre subito ai ripari ogni volta che i prezzi si muovono; dall’altro deve fare i conti con un malumore crescente, soprattutto tra pendolari, piccoli imprenditori e categorie che usano l’auto e il furgone per lavoro.

In questi giorni Palazzo Chigi fa filtrare che la possibilità di ricorrere alle accise mobili è “sul tavolo”, che se i prezzi resteranno alti “in modo strutturale” il decreto MEF è una delle opzioni. Si parla di ipotesi di taglio intorno ai 4–5 centesimi al litro, che tradotti su un pieno da 60 litri significherebbero un risparmio di 2–3 euro. Sono scenari, non ancora decisioni.

Al 10 marzo 2026, però, il punto fermo è questo: la norma esiste ed è in vigore, ma il decreto che la attiva non è stato ancora firmato.

Quanto pesano davvero le accise sul pieno

C’è una domanda che torna sempre: “Ma se tagliano le accise, quanto scende davvero il prezzo?”.

Oggi, con le aliquote 2026, l’accisa su benzina e gasolio è – come si diceva – di 672,90 euro ogni mille litri, cioè circa 0,673 euro al litro. A questo si aggiunge l’IVA al 22%, che si calcola su tutto: prodotto, accise, margini. Nel complesso, imposte fisse e IVA pesano ben oltre la metà del prezzo finale di un litro. Diverse analisi indicano una quota fiscale attorno al 55–60%.

È anche il motivo per cui ogni centesimo di accisa in meno non si traduce in un crollo del prezzo, ma comunque si sente: un taglio di 10 centesimi su benzina e diesel, per esempio, fa scendere il totale di circa 12 centesimi, perché su quella quota si applica anche meno IVA.

Domande frequenti

L’accisa mobile si attiva da sola quando il petrolio sale?
No. Anche se le condizioni tecniche sono soddisfatte, serve sempre un decreto del ministro dell’Economia. Senza quel passaggio, lo strumento resta solo una possibilità prevista dalla legge.

È già in vigore un taglio delle accise nel marzo 2026?
Al 10 marzo 2026 non risulta ancora alcun decreto pubblicato che riduca le accise usando il meccanismo mobile. Se e quando arriverà, dovrà essere annunciato e poi comparire in Gazzetta Ufficiale.

Quanto potrebbe abbassarsi il prezzo della benzina con le accise mobili?
Dipende da quanto deciderebbe di tagliare il governo. Uno sconto di 5 centesimi sulle accise porta a una riduzione di poco superiore ai 6 cent al litro (per via dell’IVA), 10 cent di taglio si traducono in circa 12 cent in meno alla pompa. Non sono cifre rivoluzionarie, ma su tanti pieni mensili fanno comunque la differenza.

Perché benzina e gasolio hanno la stessa accisa adesso?
Perché un decreto di riordino del 2025 ha previsto l’allineamento delle aliquote nell’arco di alcuni anni. Dal 1° gennaio 2026 la tassazione specifica per litro è identica per i due carburanti: una scelta che punta a ridurre le distorsioni tra motori a benzina e diesel.

L’accisa mobile è una misura “a costo zero” per lo Stato?
Non proprio. È vero che usa entrate IVA in più per finanziare i tagli, quindi non crea nuovo debito. Ma significa comunque rinunciare a una parte del gettito complessivo che, altrimenti, resterebbe nelle casse pubbliche. È una scelta politica su come distribuire quei soldi: tenerli per coprire altre spese o usarli per alleggerire il pieno di chi si muove in auto.