Nazzareno “U Tartaru” Fiorillo, storico boss del locale di Piscopio, è morto dopo anni tra carcere e ospedale. La sua storia nella ’ndrangheta vibonese e la fine del suo potere

Daniela Devecchi

Nazzareno “U Tartaru” Fiorillo, storico boss del locale di Piscopio, è morto dopo anni tra carcere e ospedale. La sua storia nella ’ndrangheta vibonese e la fine del suo potere

Nazzareno “U Tartaru” Fiorillo, chi era il boss di Piscopio morto dopo il calvario tra carcere e ospedale

Per anni il suo nome ha fatto tremare una frazione intera. Nazzareno Fiorillo, per tutti “U Tartaru”, era il volto più riconoscibile del locale di Piscopio, uno dei clan più chiacchierati del Vibonese. Oggi di lui si parla in un altro modo: non più come boss, ma come detenuto morto dopo un lungo calvario tra carcere e ospedale, consumato lontano dalla strada e dalle “riunioni” che avevano segnato la sua parabola criminale.

La notizia della morte arriva mentre la sua figura è ancora ben presente nelle sentenze e nei racconti giudiziari degli ultimi anni. Un pezzo importante della storia recente della ’ndrangheta vibonese si chiude qui, tra un letto d’ospedale e una cartella clinica, dopo anni di processi, condanne e polemiche sulle sue condizioni di salute.
Il “Tartaru” ha un ruolo ben preciso: quello di boss condannato per associazione mafiosa, legato mani e piedi alla storia del clan dei Piscopisani.

Le origini e il potere a Piscopio

Nato a metà degli anni Sessanta, Nazzareno Fiorillo cresce a Piscopio, frazione di Vibo Valentia che negli anni diventa sinonimo di una ’ndrangheta giovane, aggressiva, capace di alzare la testa anche davanti ai pesi massimi della provincia.

Le inchieste lo descrivono come contabile, capo, referente riconosciuto del locale: uno di quelli che tiene insieme soldi, affari e rapporti con altri gruppi. Non il classico uomo d’azione da strada, ma il punto di riferimento a cui gli altri si rivolgono quando c’è da decidere e da spartire.

Nel tempo il suo nome finisce sempre più spesso nelle informative e nelle bocche dei collaboratori di giustizia. È lui il “Tartaru” di cui parlano, l’uomo di Piscopio che partecipa alle riunioni, tratta con altri esponenti, tiene le fila di un clan che vuole contare sul serio nel mosaico vibonese.

Il locale di Piscopio e la sfida ai Mancuso

Per capire il peso di Fiorillo, bisogna guardare al contesto. Nel Vibonese, quando si parla di ’ndrangheta, il primo nome che viene in mente è quello dei Mancuso. Accanto al loro dominio, però, negli anni si muove un altro pezzo di storia: quella dei Piscopisani, che provano a ritagliarsi uno spazio autonomo.

In questa parabola, Nazzareno “U Tartaru” è uno dei protagonisti. Le ricostruzioni lo collocano al centro del progetto di un locale che non vuole più fare solo da “satellite”, ma che cerca una sua linea, una sua forza, i suoi affari.

Estorsioni, droga, controllo del territorio, rapporti con altri clan: la trama è quella classica, ma con una particolarità. I Piscopisani, a un certo punto, vengono raccontati come quelli che sognano di “scansare” i Mancuso, di non limitarsi a eseguire, ma di sedersi al tavolo da pari.

Il sogno, però, dura poco. Arrivano le inchieste, arrivano gli arresti, arrivano le prime condanne. E il nome di Fiorillo passa da simbolo di potere a simbolo di un progetto criminale che il sistema giudiziario ha deciso di smontare pezzo per pezzo.

Arresti, processi e condanne

Il colpo grosso arriva con l’operazione “Rimpiazzo”, che ricostruisce struttura, affari e gerarchie del locale di Piscopio. In quell’indagine il nome di Nazzareno Fiorillo è ovunque.

Gli investigatori lo indicano come capo del locale, come figura centrale nella gestione dei rapporti esterni e degli equilibri interni. I processi confermano questa lettura: condanne pesanti in primo grado, poi in appello, fino alla Cassazione, che rende definitive le pene e spegne le ultime speranze di ribaltare il quadro.

Negli ultimi atti giudiziari viene descritto come 59enne, detto “U Tartaru”, vertice del locale di Piscopio. La sua posizione non è quella di un semplice affiliato: è quella di chi viene ritenuto responsabile di aver guidato e tenuto in piedi un pezzo di organizzazione mafiosa radicata sul territorio.

Mentre la giustizia stringe, le sue condizioni fisiche, invece, iniziano a cedere.

Il calvario tra carcere e ospedale

Da qualche anno, il nome di Nazzareno Fiorillo non circola più solo negli articoli di cronaca giudiziaria, ma anche nei servizi sullo stato delle carceri. Viene descritto come detenuto gravemente malato, paralizzato, costretto a vivere tra cella e letti di ospedale.

Video, appelli, servizi tv raccontano di un uomo ormai molto diverso dal boss che le sentenze fotografano negli anni d’oro del locale. Il corpo cede, la malattia avanza, e il suo caso diventa un esempio usato da chi denuncia le condizioni dei detenuti, anche quando si tratta di uomini condannati per mafia.

Il filo è sottile: da un lato c’è chi ricorda i reati, le vittime, il peso di un clan sul territorio; dall’altro chi sostiene che garantire cure dignitose non significa “cedere” alle mafie, ma rispettare lo Stato di diritto. In mezzo, la figura di Fiorillo, che scivola lentamente da immagine di potere a immagine di fragilità.

La cronaca di questi giorni racconta l’ultimo capitolo: la morte dopo un lungo calvario tra carcere e ospedale, il progressivo aggravarsi delle condizioni, la fine di una detenzione che da tempo si giocava più nelle corsie dei reparti detentivi che dietro il blindo di una cella.

La fine di un’epoca per i Piscopisani

Con la morte di Nazzareno “U Tartaru” Fiorillo, un pezzo dell’album di famiglia della ’ndrangheta vibonese si chiude definitivamente.

Il locale di Piscopio, negli ultimi anni, era stato già decapitato da arresti e condanne. Le nuove generazioni di vertici, spesso più giovani, avevano preso il posto dei vecchi capi, mentre i processi raccontavano in dettaglio affari, accordi, tradimenti.

La scomparsa del boss storico non cambia le pagine già scritte, ma aggiunge una riga in fondo: il capo che sognava un locale autonomo si spegne non in un agguato, non in una faida, ma in un letto d’ospedale, sorvegliato dallo Stato che per anni aveva combattuto.

Per chi vive a Piscopio e nel Vibonese, il suo nome continuerà a evocare episodi, paure, tempi in cui bastava pronunciarlo per capire di cosa si stesse parlando. Per le nuove generazioni, probabilmente, resterà soprattutto un volto nelle carte processuali e nei racconti dei più grandi.

Domande frequenti su Nazzareno “U Tartaru” Fiorillo

Chi era Nazzareno “U Tartaru” Fiorillo?
Era lo storico boss del locale di Piscopio, frazione di Vibo Valentia, considerato dalla magistratura il vertice di uno dei clan più importanti del Vibonese.

Perché viene chiamato “U Tartaru”?
U Tartaru” è il soprannome con cui viene indicato da anni nelle cronache e nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Come spesso accade nella ’ndrangheta, il nomignolo diventa quasi più noto del nome di battesimo.

Di cosa era accusato e per cosa è stato condannato?
È stato condannato per associazione mafiosa e altri reati legati all’attività del locale di Piscopio. Le sentenze hanno riconosciuto il suo ruolo di vertice nell’organizzazione, in particolare nell’ambito dell’operazione “Rimpiazzo”.

Com’è morto Nazzareno Fiorillo?
È morto dopo anni di malattia, segnati da un continuo andare e venire tra carcere e ospedale. Le cronache parlano di un progressivo aggravarsi delle sue condizioni di salute fino al decesso.

Va confuso con l’imprenditore Paolo Fiorillo morto in un incidente?
No. Paolo Nazzareno Fiorillo era un imprenditore agricolo di Piscopio, morto in un incidente stradale nel 2025. Nazzareno “U Tartaru” Fiorillo è invece il boss del locale di Piscopio, detenuto per mafia e deceduto nel 2026 dopo un lungo calvario tra carcere e ospedale. Sono due persone diverse, con storie completamente distinte.