Morto a 37 anni Zeph Ellis, il rapper e producer londinese noto come Dot Rotten: chi era, le origini grime di South London, il successo di “Overload” e la rinascita dietro le quinte come produttore

Daniela Devecchi

Morto a 37 anni Zeph Ellis, il rapper e producer londinese noto come Dot Rotten: chi era, le origini grime di South London, il successo di “Overload” e la rinascita dietro le quinte come produttore

La notizia è una di quelle che fanno il giro delle chat in pochi minuti: è morto a 37 anni Zeph Ellis, il rapper e producer londinese che molti hanno conosciuto come Dot Rotten e, prima ancora, come Young Dot.

La famiglia ha confermato il decesso, senza entrare nei dettagli. La causa della morte non è stata resa pubblica. Diversi report indicano che sarebbe morto in Gambia, ma senza particolari sulle circostanze. Quello che invece è chiarissimo è l’effetto che la notizia ha avuto sulla scena: per il mondo grime è come se si fosse spento uno dei fari che illuminavano il passaggio tra la vecchia e la nuova generazione.

Dalle strade di South London ai primi beat da Young Dot

Dietro i nomi d’arte c’era Joseph Ellis-Stevenson, nato a Londra il 19 ottobre 1988, cresciuto nel sud della città, tra quelle zone dove il grime non è un genere musicale ma un pezzo di geografia.

Da ragazzino si costruisce la sua bolla di suono come fanno in tanti: attrezzatura minima, zero budget, tanta ostinazione. Si racconta spesso che abbia iniziato a produrre usando un vecchio Atari, trasformato in macchina per beat. È lì che nasce Young Dot, primo alias con cui si fa vedere e sentire nelle cerchie grime.

I primi progetti girano tra mixtape, CD masterizzati, file passati di mano in mano. Già in quella fase, però, chi lo ascolta capisce che c’è qualcosa in più. Non è solo un MC che sputa barre su qualunque base capiti, è uno che costruisce i suoni, che immagina le tracce a 360 gradi. La distinzione tra rapper e producer, per lui, semplicemente non esiste.

La trasformazione in Dot Rotten e i Rotten Riddims

Intorno al 2008 cambia pelle: Young Dot diventa Dot Rotten. È un cambio di nome ma anche di passo.

Arrivano i progetti che oggi molti considerano già “classici” underground: i mixtape, certo, ma soprattutto i “Rotten Riddims”, una serie di strumentali che cominciano a girare ovunque. MC di mezza Londra rappano sui suoi beat, radio e DJ specializzati li usano per set, freestyle, show.

Dot Rotten è uno di quei nomi che tutti, all’interno della scena, conoscono. Per alcuni è soprattutto il producer, per altri è l’MC, per altri ancora è quel ragazzo che nei clash non ha paura di nessuno e che si mette contro chiunque, anche i pezzi grossi.

In quegli anni i confronti a distanza con altri artisti – dalle frecciate a colleghi storici ai botta e risposta con nomi come P Money o Wiley – tengono banco online e nelle trasmissioni specializzate. Dietro le provocazioni, però, restano le tracce: dark, inventive, spesso avanti rispetto al suono di quel momento.

L’ingresso nel mainstream: Mercury, Ed Sheeran e “Overload”

Arriva il momento in cui il talento non si può più contenere dentro i soliti giri. Dot Rotten firma con una major, entra nel roster di Mercury, si affaccia al grande pubblico.

È il periodo d’oro, quello in cui i riflettori si accendono tutti insieme. Lo si vede comparire nelle collaborazioni “pesanti”, come il progetto di Ed Sheeran con i rapper UK. Partecipa a singoli beneficenza, a iniziative collettive, finisce nelle liste che contano: BBC “Sound of 2012”, il gruppo di nomi su cui la radio pubblica inglese punta per l’anno a venire.

I singoli iniziano a salire in classifica. “Keep It on a Low”, “Are You Not Entertained?”, e soprattutto “Overload”. Quest’ultimo è il pezzo che segna il punto più alto della sua esposizione pop. Campiona “Children” di Robert Miles, ha un ritornello che resta in testa e, allo stesso tempo, un testo in cui lui parla di depressione, pensieri neri, fatica mentale. Non il tipico singolo “pulito” da classifica, insomma.

Eppure funziona: entra in Top 20 UK, passa in radio, riceve riconoscimenti e spinge il suo nome fuori dal recinto del solo grime. Sembra l’inizio di una lunga fase da artista di punta in major.

“Voices in My Head” e la rottura con il sistema

Il passo successivo dovrebbe essere l’album che consacra tutto. Esce “Voices in My Head”, il disco su cui Dot Rotten e la label giocano il grosso delle carte. Il problema è che quella partita non decolla. Il supporto promozionale è altalenante, le aspettative del mercato non si incastrano con un artista che non ha nessuna voglia di diventare l’ennesimo volto plastificato.

Il risultato è un lavoro che molti fan apprezzano, ma che non ha lo spazio che meriterebbe. L’album scivola via nelle classifiche, e con lui il rapporto tra Dot Rotten e il mondo major. Sono anni in cui lui non le manda a dire, parla di mancanza di visione, di promesse non mantenute, di un sistema che “ti usa finché servi”.

A quel punto, la strada davanti è doppia: continuare a inseguire il pop a tutti i costi, o tornare alle radici per rinscrivere tutto. Zeph sceglie la seconda.

Dal fronte al backstage: nasce il producer Zeph Ellis

Finita la parentesi con l’etichetta, Dot Rotten si riavvolge e si ribattezza Zeph Ellis. È sempre lui, ma con un altro fuoco.

Pubblica progetti indipendenti, sperimenta, ma soprattutto comincia a farsi spazio come producer dietro le quinte. Se prima il pubblico associava il suo nome al microfono, adesso sono i crediti di produzione a parlare.

Le sue basi cominciano ad apparire sui progetti di mezzo mondo UK: Kano, AJ Tracey, Nines, ma anche artisti vicini al rap più radiofonico, a suoni contaminati, a direzioni nuove. Una sua strumentale – nata come “XCXD BXMB” – viene usata per brani che diventeranno di culto, fino a entrare in compilation e set che raccontano un’epoca.

C’è poi il capitolo “I See You Shining” di Nines, pezzo che molti considerano un piccolo classico moderno, con Zeph tra le mani dietro al suono. E ancora, collaborazioni sparse con producer come Steel Banglez e rapper come Stefflon Don, Mist, MoStack, Yungen e tanti altri.

È una fase diversa: meno interviste, meno copertine, ma più controllo creativo. Zeph Ellis diventa il nome che gli addetti ai lavori pronunciano quando si parla di beat che spingono, di idee nuove, di quella capacità rara di far convivere strada e melodia.

Un talento complesso, tra luce e ombra

Ridurre Zeph Ellis / Dot Rotten alla sola etichetta di “pioniere del grime” sarebbe comodo, ma gli starebbe stretto. È stato un rapper tecnico, un cantante capace di scrivere ritornelli memorabili, un producer avanti anni luce per certe soluzioni sonore.

Allo stesso tempo, è stato anche un artista irrequieto. I clash con altri nomi della scena, le discussioni pubbliche, i lunghi botta e risposta online, i momenti in cui sembrava voler prendere le distanze dal sistema musica intero, fanno parte del pacchetto. Non c’è la leggenda pulita del genio sempre allineato col mondo: c’è un percorso fatto di salite, cadute, cambi di rotta.

Molti fan, riascoltando oggi brani come “Overload”, rileggono certe frasi alla luce delle sue fragilità. In quel pezzo, più che in tanti altri, lui metteva sul tavolo i temi della salute mentale, del sentirsi schiacciato dalle aspettative, del rapporto con la fama. Non era moda, non era posa: era un ragazzo che usava il microfono come diario, mentre intorno il meccanismo dell’industria andava a un’altra velocità.

I tributi della scena grime

Appena è uscita la notizia della morte, la timeline degli artisti UK si è riempita del suo nome. C’è chi ha postato i vecchi freestyle, chi ha ripescato i Rotten Riddims, chi ha scelto le foto del periodo in cui il grime esplodeva e Dot era ovunque.

Colleghe e colleghi che negli anni hanno condiviso palco, studio o discussioni con lui lo hanno definito un talento totale, uno di quelli da cui tutti hanno imparato qualcosa, anche quando i rapporti erano tesi. C’è chi lo chiama apertamente “GOAT”, uno dei migliori di sempre della scena, altri si limitano a un “thank you” sotto la copertina di un vecchio mixtape.

Fa impressione vedere che, nelle parole di molti, tornano le stesse due immagini: quella di Dot Rotten, l’MC che rompeva gli schemi, e quella di Zeph Ellis, il producer silenzioso che ha aiutato a costruire i successi di un’intera generazione di artisti venuti dopo.

Domande frequenti sulla morte di Zeph Ellis / Dot Rotten

Quanti anni aveva Zeph Ellis quando è morto?
Aveva 37 anni. Era nato a Londra il 19 ottobre 1988.

La famiglia ha reso nota la causa della morte?
No. La famiglia ha confermato il decesso, ma la causa non è stata resa pubblica. Al momento non ci sono indicazioni ufficiali su cosa abbia provocato la sua morte.

Dove è morto?
Diversi report indicano che sarebbe morto in Gambia, ma i dettagli sulle circostanze non sono stati divulgati in modo completo e diretto. Si sa soltanto che la conferma è arrivata dalla famiglia.

Perché era così importante per il grime?
Perché ha avuto un ruolo doppio. Come Dot Rotten è stato uno dei primi nomi a far dialogare l’underground grime con il grande pubblico, grazie a brani come “Overload”. Come Zeph Ellis ha firmato alcune delle produzioni più influenti dell’UK rap degli ultimi quindici anni, lavorando con artisti come Kano, AJ Tracey, Nines e molti altri.

Che differenza c’era tra Dot Rotten e Zeph Ellis?
Dot Rotten era il nome con cui si è imposto come MC e artista frontale, soprattutto nei primi anni e nel periodo Mercury. Zeph Ellis è l’identità con cui ha scelto di presentarsi soprattutto come producer e autore dietro le quinte, mantenendo la stessa creatività ma spostandola più sulla costruzione del suono che sulla presenza in prima linea.