Si è spento a Palermo, la sua città, Mario D’Acquisto, figura storica della Democrazia Cristiana e per anni uno dei volti più riconoscibili del potere siciliano. Aveva 95 anni: era nato il 12 gennaio 1931 e se n’è andato il 9 marzo 2026, chiudendo di fatto una stagione politica che ormai sopravvive più nei libri e nelle carte processuali che nelle cronache di tutti i giorni.
Per una lunga fase è stato l’uomo di riferimento della corrente andreottiana in Sicilia, prima da presidente della Regione, poi da vicepresidente della Camera dei deputati. Chi lo conosceva diceva che, negli ultimi anni, fosse rimasto quasi l’ultimo grande nome ancora in vita di quel gruppo cresciuto all’ombra di Giulio Andreotti e Salvo Lima.
Le origini e l’ascesa nella Dc siciliana
Nato e cresciuto a Palermo, D’Acquisto segue il percorso classico della classe dirigente democristiana del dopoguerra. Si laurea in giurisprudenza, fa l’avvocato, si occupa anche di giornalismo, si muove nei circoli dove politica e professioni si incrociano.
La militanza nella Dc diventa presto qualcosa di più di una semplice appartenenza. A Palermo riesce a diventare segretario provinciale del partito, ruolo che negli anni Sessanta significa controllare una fetta importante di consenso e di nomine. È la fase in cui la Sicilia è laboratorio e terreno di scontro, ma anche grande serbatoio di voti per il partito scudocrociato.
Da lì l’ingresso all’Assemblea regionale siciliana è quasi naturale. D’Acquisto viene eletto deputato regionale per la prima volta nel 1963 e resterà a Sala d’Ercole per cinque legislature di fila. Si ritrova così al centro di quasi vent’anni di politica siciliana, tra governi che nascono e cadono, rimpasti, equilibri interni alla Dc e pressioni degli alleati.
Nel frattempo entra nei governi regionali con diversi incarichi da assessore. Passa dal Lavoro ai Lavori pubblici, fino al Bilancio. Ed è proprio da assessore al Bilancio che si prepara alla carica più impegnativa della sua carriera.
Gli anni a Palazzo d’Orleans dopo l’omicidio Mattarella
Il vero punto di rottura arriva nel 1980, in un clima che segna a fuoco la storia dell’Isola. Il 6 gennaio Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione, viene ucciso a colpi di pistola. È un delitto che spacca la politica siciliana e costringe i partiti a ridefinire in fretta gli equilibri.
Pochi mesi dopo, il 1° maggio 1980, Mario D’Acquisto viene eletto presidente della Regione Siciliana. Si ritrova a guidare Palazzo d’Orleans in uno dei momenti più bui: sono gli anni in cui la mafia spara praticamente ogni settimana, e lo fa colpendo magistrati, politici, uomini delle forze dell’ordine. Durante il suo mandato vengono assassinati, tra gli altri, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il procuratore Gaetano Costa, il segretario regionale del Pci Pio La Torre, il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa.
D’Acquisto resta in carica fino al 22 dicembre 1982. Governa una Regione che deve continuare a legiferare, programmare spesa, tenere insieme alleanze, mentre fuori dai palazzi si consuma una vera guerra. Il suo profilo resta quello dell’uomo d’ordine, legato alla Dc nazionale, vicino agli ambienti romani, collocato dentro la corrente che fa capo ad Andreotti e Lima, con tutto ciò che questa appartenenza comporta in termini di relazioni, amicizie e sospetti.
Quando lascia la presidenza, il quadro politico siciliano è già cambiato: la violenza mafiosa ha mostrato il suo volto più feroce, la magistratura antimafia ha iniziato a cucire insieme pezzi di storia che prima sembravano scollegati e le cronache non risparmiano domande sulla contiguità tra certi pezzi della politica e i poteri economici dell’Isola.
Il passaggio a Roma e la vicepresidenza della Camera
Chiusa l’esperienza alla Regione, D’Acquisto non esce di scena, anzi. Nel 1983 viene eletto alla Camera dei deputati nelle liste della Dc. Da lì in poi la sua base non è più solo Palermo, ma Montecitorio. Resterà deputato fino al 1994, attraversando gli ultimi anni della cosiddetta Prima Repubblica.
In Parlamento lavora soprattutto nelle commissioni Bilancio e Difesa, quelle che gestiscono dossier pesanti e delicati. Si porta dietro l’esperienza maturata sui conti della Regione Siciliana e la usa per ritagliarsi il ruolo del notabile esperto, quello che conosce le pratiche e le pieghe dei bilanci pubblici.
Nel 1990 arriva il passo che certifica il suo peso: viene eletto vicepresidente della Camera. È un incarico che non si improvvisa e che di solito premia profili considerati affidabili dagli equilibri interni del Parlamento. Per lui è anche una consacrazione personale: l’uomo della corrente siciliana di Andreotti e Lima diventa uno dei volti istituzionali della Camera.
La stagione però dura poco. Con Tangentopoli, la caduta del muro di Berlino e il terremoto giudiziario che investe i partiti tradizionali, la Democrazia Cristiana si sgretola. Alla fine del 1993 D’Acquisto aderisce al Centro Cristiano Democratico, il tentativo di dare una nuova casa ai moderati ex democristiani. Nel 1994, però, decide di non ricandidarsi e abbandona la scena parlamentare, senza strappi plateali ma con un lento passo indietro.
Inchieste, ombre e assoluzioni
Accanto alla biografia istituzionale, c’è l’altra faccia della storia, quella che passa per i tribunali. Il nome di Mario D’Acquisto compare infatti in alcune delle inchieste più delicate sugli intrecci tra politica, affari e mafia in Sicilia.
A metà anni Ottanta viene tirato in ballo nelle indagini su Nino e Ignazio Salvo, i celebri esattori siciliani legati a Cosa Nostra. È il periodo in cui i magistrati cercano di capire fino a che punto la corrente andreottiana nell’Isola fosse vicina a quel sistema di potere. La posizione di D’Acquisto viene esplorata, discussa, analizzata, ma non finirà con una condanna.
All’inizio degli anni Novanta, nel pieno di Tangentopoli, il suo nome torna nei fascicoli legati agli appalti e alla corruzione. Anche qui, le ipotesi di reato si traducono in procedimenti, udienze, titoli sui giornali. Dopo anni di carte e udienze, nel 2000 arriva però il punto fermo: D’Acquisto viene assolto da tutte le accuse che lo riguardavano.
Questo doppio livello – l’essere stato associato, nel racconto pubblico, a un sistema di relazioni molto opache e allo stesso tempo uscirne dalle aule di giustizia senza colpe – accompagna il giudizio su di lui fino alla fine. C’è chi continua a leggerlo come un simbolo di quella stagione ambigua, chi sottolinea solo le assoluzioni, chi tiene insieme le due cose e ne fa un pezzo, nel bene e nel male, della storia della Sicilia repubblicana.
Gli ultimi anni
Con la fine dell’avventura parlamentare, Mario D’Acquisto non scompare del tutto, ma cambia ruolo. Nei primi anni Duemila viene chiamato alla guida di Italia Lavoro Sicilia, una società pubblica collegata alle politiche per l’occupazione. È un incarico più tecnico che politico, anche se in Sicilia, di fatto, certe nomine restano sempre profondamente politiche.
Resta in quel ruolo fino al 2009, poi si defila. Negli anni successivi le sue apparizioni diventano rare. Ogni tanto il suo nome ricompare in qualche intervista, in un convegno sulla storia della Dc, in una commemorazione degli anni Ottanta, quando la Regione Siciliana era un crocevia di interessi enormi e di conflitti altrettanto grandi.
Per il resto conduce una vita sempre più appartata, mentre attorno a lui se ne vanno, uno dopo l’altro, molti protagonisti di quella stagione: Andreotti, Lima, altri dirigenti siciliani della corrente. Alla fine rimane quasi il testimone di un mondo che non c’è più, con il suo bagaglio di potere, silenzi, decisioni prese nelle stanze dei partiti e nei corridoi delle istituzioni.
Il peso di una biografia
La morte di Mario D’Acquisto chiude una biografia che attraversa l’intera Prima Repubblica. Parte dalla Palermo degli anni Cinquanta e Sessanta, arriva ai palazzi di Palazzo d’Orleans e di Montecitorio, passa in mezzo agli anni più duri della guerra di mafia e finisce nel tempo sfilacciato della Seconda Repubblica, quando gli ex democristiani cercano nuove case politiche.
È stato presidente della Regione Siciliana in una fase in cui ogni decisione veniva letta anche attraverso la lente dei rapporti con i poteri forti dell’Isola. È stato vicepresidente della Camera, uno dei ruoli più visibili dell’istituzione parlamentare. È stato anche un nome al centro di inchieste pesanti, dalle quali è uscito con assoluzioni nette.
Ora che non c’è più, il giudizio su di lui lo daranno, come sempre, il tempo e la memoria collettiva. Resterà per molti il simbolo di una Sicilia che teneva insieme sviluppo e opacità, grandi opere e rapporti discussi, potere legittimo e zone grigie. Per altri, semplicemente, un uomo delle istituzioni che ha attraversato una stagione più grande di lui.
In ogni caso, con la sua scomparsa, un altro pezzo di quella Dc siciliana – tanto potente quanto controversa – esce definitivamente di scena.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






