La storia della cosiddetta “famiglia nel bosco” non è più solo una vicenda di cronaca locale. È diventata un terreno di scontro tra tribunali, politica, garanti per l’infanzia e opinione pubblica. Al centro di tutto ci sono tre bambini e una parola pesante, che rimbalza ovunque: “rischio adottabilità”.
Ma che cosa vuol dire davvero, oggi, per questi figli?
Chi sono i bambini e cosa è successo finora
I protagonisti silenziosi di questa vicenda sono tre minori: una bambina di circa otto anni e due gemelli di sei anni, figli di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, coppia di origine anglo-australiana che aveva scelto una vita appartata tra i boschi della zona di Palmoli, in Abruzzo.
Il primo grande strappo arriva nel novembre 2025, quando il Tribunale per i minorenni dell’Aquila sospende la responsabilità genitoriale della coppia, dispone l’allontanamento dei bambini dal contesto familiare e il loro collocamento in struttura, inizialmente insieme alla madre in una casa-famiglia.
Da quel momento la quotidianità dei tre figli cambia completamente: niente più bosco, niente più vita rurale con entrambi i genitori, ma educatori, assistenti sociali, incontri regolati e la sensazione di essere entrati in un mondo dove ogni passo è deciso da altri.
La nuova ordinanza che separa i figli dalla madre
La situazione esplode definitivamente a inizio marzo 2026. Con una nuova ordinanza, il Tribunale per i minorenni decide il trasferimento dei tre bambini in un’altra struttura e stabilisce che la madre, Catherine Birmingham, non possa più vivere con loro, ma soltanto incontrarli secondo modalità ristrette e sorvegliate.
Nelle motivazioni la “persistente presenza della madre” viene definita pregiudizievole per l’equilibrio emotivo e per il percorso educativo dei minori. Entra in gioco anche il tema del diritto allo studio: il Tribunale richiama la necessità che i bambini seguano con regolarità la scuola e un progetto educativo più strutturato, dopo il lungo periodo vissuto fuori dai circuiti ordinari.
È proprio questo passaggio, la separazione netta dalla madre dopo l’allontanamento dal padre e dalla vita nel bosco, a far scattare l’allarme. Per alcuni si tratta di una misura di protezione, per altri di un colpo di grazia sul piano affettivo e psicologico.
Da dove nasce l’espressione “rischio adottabilità”
La formula che domina il dibattito, “rischio adottabilità”, non arriva dai giudici ma da chi difende la famiglia. A usarla è lo psichiatra Tonino Cantelmi, perito di parte dei genitori, che dopo l’ultima ordinanza parla pubblicamente di una decisione sbagliata e pericolosa per il futuro dei bambini.
Secondo la sua lettura, la combinazione tra sospensione prolungata della responsabilità genitoriale, permanenza dei minori in una struttura lontano da entrambi i genitori e allontanamento della madre potrebbe, nel tempo, aprire la strada a una dichiarazione di stato di abbandono e quindi a un’eventuale adozione.
Qui però serve un paletto netto, anche per correttezza informativa.
Alla data del 9 marzo 2026 i tre bambini della famiglia nel bosco NON risultano dichiarati adottabili dal Tribunale.
L’espressione “rischio adottabilità” fotografa dunque uno scenario temuto e contestato dalla famiglia e dal loro perito, non una decisione già presa né una formula che, oggi, sia presente in una sentenza definitiva.
Cosa dice la legge: quando un minore diventa davvero adottabile
Per capire quanto pesino le parole bisogna guardare alla cornice normativa. La legge 184/1983 stabilisce che il minore ha diritto a crescere ed essere educato nella propria famiglia e che la semplice indigenza economica dei genitori non può essere, da sola, motivo sufficiente per l’allontanamento definitivo o per la dichiarazione di abbandono.
Per arrivare all’adozione è necessaria una dichiarazione formale di stato di abbandono, cioè l’accertamento che i genitori, in modo grave e continuativo, non siano in grado o non vogliano prendersi cura del figlio. Solo in presenza di questo presupposto si apre davvero la strada all’adottabilità.
Nel caso della famiglia nel bosco, le informazioni finora emerse parlano di sospensione della responsabilità genitoriale, di collocamento in struttura e dell’ultimo provvedimento che separa i minori dalla madre. Non risulta invece una dichiarazione di stato di abbandono già pronunciata. È su questo confine delicato, tra misure di protezione, valutazioni psicosociali e diritti dei genitori, che nasce il timore di uno scivolamento futuro verso l’adottabilità se la situazione dovesse cristallizzarsi troppo a lungo.
L’intervento del Garante: il tema del trauma nei bambini
Contro l’ultima decisione del Tribunale si è schierata anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. La Garante ha chiesto la sospensione del provvedimento che separa i bambini dalla madre, ricordando che i minori hanno già vissuto un trauma significativo con l’allontanamento dal padre e dalla vita nel bosco e che una seconda separazione rischia di aggravare la loro sofferenza.
Nelle prese di posizione ufficiali viene richiamata anche una relazione della Asl competente, che sottolinea la necessità di tutelare, per quanto possibile, la continuità dei legami affettivi con la figura materna. In questa prospettiva, la scelta di spostare i bambini in un’altra struttura senza la madre viene letta come un elemento di ulteriore destabilizzazione, in potenziale contrasto con il principio della preminente tutela dell’interesse del minore.
Da una parte, quindi, c’è chi ritiene la madre un ostacolo al riequilibrio dei bambini; dall’altra c’è chi considera la sua presenza un tassello irrinunciabile per non spezzare del tutto la loro rete affettiva.
Politica, ispezioni e scontro istituzionale
La vicenda è ormai uscita dalle aule giudiziarie. Sul caso è intervenuto il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha disposto l’invio di ispettori al Tribunale per i minorenni dell’Aquila per verificare l’iter dei provvedimenti e le relative motivazioni.
Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso una posizione critica, parlando di una scelta che rischia di infliggere ai bambini “un altro pesantissimo trauma” dopo quello già subito con il primo allontanamento.
Nel giro di poche settimane, ciò che era iniziato come una storia di vita alternativa in un bosco abruzzese è diventato un caso simbolo: si discute di affidi, case-famiglia, poteri dei tribunali minorili, ruolo dei servizi sociali e rapporti tra magistratura e governo. E intanto il destino di tre bambini resta sospeso tra piani diversi: giuridico, politico, mediatico.
Il ruolo del padre e gli scenari che si aprono
La figura del padre, Nathan Trevallion, resta in una zona grigia ma non marginale. La sua responsabilità genitoriale è sospesa, proprio come quella della madre, e questo gli impedisce di prendere decisioni autonome sul futuro dei figli. Allo stesso tempo, alcune valutazioni dei servizi sociali descritte dalle cronache sarebbero più favorevoli nei suoi confronti e lo indicano come potenzialmente in grado di garantire un ambiente di vita più strutturato.
Gli scenari di cui si parla vanno da un possibile percorso di ricongiungimento prevalentemente con il padre, se ritenuto compatibile con l’interesse dei minori, al mantenimento dell’assetto attuale con i bambini in comunità e contatti regolati con entrambi i genitori, fino a eventuali modifiche che potranno arrivare sulla base delle ispezioni ministeriali e delle osservazioni del Garante.
Per ora la fotografia è questa: i tre bambini vivono in una struttura protetta, la madre è stata allontanata dalla loro quotidianità, sul padre si stanno ancora facendo valutazioni e la parola “adozione” resta sullo sfondo come timore, non come decisione scritta nero su bianco.
Il peso delle parole: tra paura, diritto e realtà
In un caso tanto esposto mediaticamente il rischio è quello di sovrapporre piani diversi: il linguaggio tecnico del diritto minorile, il racconto giornalistico, la paura dei genitori, le opinioni dei consulenti.
Sul piano dell’informazione, alla data del 9 marzo 2026, la distinzione più corretta è questa:
I figli della famiglia nel bosco non sono stati dichiarati adottabili.
L’ultimo provvedimento che li separa dalla madre ha però spinto il perito di parte e altri soggetti a parlare di “rischio adottabilità”, come possibile esito futuro se la situazione dovesse protrarsi e se si arrivasse, in una fase successiva, a una valutazione di stato di abbandono.
È su questo crinale che si giocheranno i prossimi passi: l’esito delle ispezioni avviate dal Ministero, le eventuali nuove decisioni del tribunale, il ruolo concreto che verrà riconosciuto al padre, le indicazioni dei servizi e del Garante. Solo lì si capirà se la parola “adozione” continuerà a restare un’ombra evocata nel dibattito pubblico o se, un giorno, finirà davvero dentro gli atti che decideranno il futuro di questi tre bambini.
Domande frequenti sul caso “famiglia nel bosco” e il rischio adottabilità
I figli della famiglia nel bosco sono oggi adottabili?
No. Alla data del 9 marzo 2026 non risulta alcuna dichiarazione di adottabilità nei loro confronti. La parola “adozione” compare nel dibattito come possibilità temuta e descritta dai consulenti della famiglia, non come decisione del Tribunale.
Perché allora si parla così tanto di “rischio adottabilità”?
Perché, secondo la famiglia e i loro esperti, una situazione che prosegue a lungo con i bambini in comunità, la responsabilità genitoriale sospesa e rapporti molto limitati con i genitori potrebbe un domani essere letta come stato di abbandono, che è il presupposto per aprire la strada all’adozione. Al momento si tratta però di una preoccupazione prospettata, non di una realtà giuridica.
Dove vivono adesso i bambini?
I tre minori si trovano in una struttura protetta. In passato erano in casa-famiglia con la madre, ma l’ultima ordinanza ha disposto il loro trasferimento in un altro luogo e l’allontanamento della madre, con incontri stabiliti e sorvegliati.
La madre può vivere con loro?
No. Il provvedimento più recente considera la sua presenza non favorevole all’equilibrio emotivo dei bambini e stabilisce che non possa convivere con loro. I contatti sono possibili, ma in modo limitato e controllato.
Che possibilità ha il padre in questo momento?
Anche la sua responsabilità genitoriale è sospesa, ma alcune relazioni dei servizi sociali lo descrivono in modo più positivo. È uno degli elementi che potrebbero pesare in eventuali nuove decisioni di affido o collocamento, qualora il tribunale ritenesse che un rientro prevalente presso il padre sia compatibile con l’interesse dei minori.
Cosa potrebbe cambiare con le ispezioni e con l’intervento del Garante?
Le ispezioni ordinate dal Ministero della Giustizia e le posizioni espresse dal Garante per l’infanzia potrebbero portare a una revisione delle misure, alla loro conferma motivata o alla richiesta di nuove valutazioni su bambini, genitori e struttura. In ogni caso costringono a riaprire il fascicolo e a tornare alla domanda centrale: quale scelta, oggi, tutela davvero questi tre figli più di ogni altra?

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






