È morto a 35 anni Juan Marcelo Tejada Jofré, rapinatore argentino piantonato all’Hospital Central di Mendoza: il tentativo di fuga col complice, la caduta dal terzo piano e le indagini sulla custodia

Daniela Devecchi

È morto a 35 anni Juan Marcelo Tejada Jofré, rapinatore argentino piantonato all’Hospital Central di Mendoza: il tentativo di fuga col complice, la caduta dal terzo piano e le indagini sulla custodia

Nella notte, al pabellón judicial dell’Hospital Central di Mendoza, due detenuti studiano la fuga come in un film di altri tempi. Sbarre allentate, lenzuola annodate, una finestra che dà su strada. Solo che stavolta non c’è il lieto fine: Juan Marcelo Tejada Jofré, 35 anni, rapinatore con un passato pesante alle spalle, precipita dal terzo piano e muore poche ore dopo in ospedale.

Era lì da detenuto, non da semplice paziente. Piantonato nel reparto dedicato ai reclusi, affidato alla custodia del sistema penitenziario, teoricamente in un ambiente controllato. E invece il tentativo di evasione finisce in tragedia e apre una nuova inchiesta, stavolta non sui suoi reati, ma sui buchi della vigilanza.

Chi era il rapinatore morto in ospedale

Juan Marcelo Tejada Jofré non era un nome qualsiasi nei fascicoli di polizia. A 35 anni aveva già accumulato un curriculum criminale lungo: rapine a mano armata, episodi di violenza, usurpazioni di abitazioni, un omicidio in ambiente carcerario.

Le cronache locali lo descrivono come un delinquente pericoloso, conosciuto dagli investigatori e dai reparti che operano nella zona sud di Godoy Cruz, dove aveva domicilio, nel quartiere popolare di barrio La Gloria. Qui aveva costruito la sua reputazione nel sottobosco criminale: un uomo che entrava e usciva dal carcere, che resisteva agli arresti, che non si faceva problemi a usare la forza.

Nel 2016 il suo nome finisce legato all’omicidio di un altro detenuto nel penitenziario di San Felipe. Viene indagato, in seguito condannato per quel fatto. Nel 2021 compare di nuovo, ferito da colpi d’arma da fuoco in un episodio legato a un tentativo di occupazione di case. Nel 2024 torna nel mirino per una serie di rapine armate, riconosciuto grazie alle telecamere di sorveglianza e arrestato dopo un’operazione difficile, con resistenza all’arresto.

Da allora è di nuovo dentro. Fino al trasferimento in ospedale, nel reparto giudiziario, dove in teoria avrebbe dovuto restare sotto controllo continuo.

Perché era piantonato all’Hospital Central

La notte della fuga, Tejada non si trovava in una cella di massima sicurezza, ma in una stanza del pabellón judicial all’interno dell’Hospital Central, struttura di riferimento per la provincia. È il settore dove vengono ricoverati i detenuti che hanno bisogno di cure, ma restano formalmente sotto custodia, con accesso limitato e vigilanza dedicata.

Non sono stati resi noti i dettagli clinici del suo ricovero: si sa solo che si trovava in una stanza al terzo piano, insieme ad altri due prigionieri, in un’area in cui la responsabilità doveva essere condivisa tra personale sanitario e agenti penitenziari.

È proprio su questo punto che, dopo la tragedia, si concentrano le domande: com’è stato possibile che, in un reparto per detenuti, tre uomini abbiano avuto il tempo di lavorare sulle sbarre della finestra e costruire una corda con le lenzuola senza che nessuno se ne accorgesse?

Il tentativo di fuga finito nel vuoto

È la madrugada di domenica, intorno alle tre. Nella stanza dedicata ai detenuti, al terzo piano, i tre prigionieri si muovono. Due di loro – Tejada e un complice di 26 anni – decidono di tentare il tutto per tutto.

Forzano uno dei ferri della finestra che dà su calle Garibaldi, la strada su cui affaccia l’ospedale. Con le lenzuola dei letti improvvisano una corda, annodando pezzo dopo pezzo fino a farla arrivare verso il basso. È un metodo rudimentale, quasi da sceneggiatura: sbarre piegate, tessuto intrecciato, pochi minuti per calarsi nel buio sperando di non essere visti.

Il complice, più giovane, riesce a scendere. Tocca terra e si allontana, cercando di confondersi con chi si aggira nei dintorni del nosocomio. Tejada, invece, non ce la fa. Durante la discesa perde la presa, o cede uno dei nodi. Il risultato è lo stesso: cade nel vuoto dal terzo piano, più di dieci metri di volo, e si schianta a terra davanti all’edificio.

Quando gli agenti e il personale dell’ospedale lo raggiungono, è a terra, gravemente ferito ma ancora vivo. Viene subito caricato su una barella e riportato dentro, verso una sala interna, per tentare di salvarlo.

La morte e le prime indagini

Dopo la caduta, i medici provano a stabilizzare Juan Marcelo Tejada Jofré. Viene sottoposto a cure di emergenza, ma i traumi sono pesanti. Tra poche ore la corsa contro il tempo finisce: il 35enne muore in ospedale per un arresto cardio-respiratorio legato ai danni riportati nella caduta.

Nel frattempo, fuori e nei corridoi, si muove la macchina investigativa. Il complice che era riuscito a uscire viene notato da una pattuglia mentre si aggira nei pressi dell’ospedale, con un atteggiamento che tradisce nervosismo. Alla domanda su che cosa ci faccia lì, prova a sostenere di essere un parente in visita, ma la versione non convince. Viene identificato, riconosciuto come uno dei detenuti del reparto giudiziario, bloccato e riportato in cella, poi trasferito nel carcere di massima sicurezza.

La morte di Tejada, dal punto di vista strettamente penale, viene considerata il risultato del suo tentativo di fuga: nessuno parla di colpi di arma da fuoco o di violenze dirette nella fase finale. A pesare, però, è tutto ciò che è avvenuto prima, nei minuti in cui i detenuti hanno avuto il margine per organizzare l’evasione.

Per questo, l’indagine che si apre non riguarda solo la cronaca di una fuga finita male, ma anche la possibile negligenza nella custodia. Al centro, il ruolo degli agenti che quella notte avevano in carico il reparto: quanti erano, dove si trovavano, perché non si sono accorti del rumore delle sbarre, della corda di lenzuola che penzolava dalla facciata, dei movimenti sospetti in stanza.

Un caso che interroga il sistema penitenziario

La storia di Juan Marcelo Tejada Jofré è quella di un uomo che ha passato buona parte della sua vita fra carceri, processi e reati violenti. Ma il modo in cui muore, nel tentativo di scappare da un ospedale dove era piantonato, chiama in causa anche il funzionamento del sistema che avrebbe dovuto tenerlo sotto controllo.

Da una parte c’è la traiettoria di un rapinatore recidivo, coinvolto in omicidi, rapine, usurpazioni, fuggito più volte e altrettante volte riacciuffato. Dall’altra c’è un reparto giudiziario ospedaliero che, nella notte, si trasforma per qualche minuto in un terreno libero: sbarre che cedono, lenzuola che diventano corde, un detenuto che cade nel vuoto, un altro che prova a mimetizzarsi.

Ora toccherà all’inchiesta chiarire se quella notte ci siano state solo imprudenze dei prigionieri o anche responsabilità di chi doveva vigilare. Nel frattempo, sui registri della cronaca rimane il dato essenziale: un 35enne, rapinatore pluripregiudicato, è morto cercando di evadere dall’ospedale in cui era piantonato.

Domande frequenti sul caso del 35enne piantonato in ospedale e morto durante la fuga

Dove è successo il fatto?
La vicenda è avvenuta in Argentina, all’interno dell’Hospital Central di Mendoza, nel reparto giudiziario riservato ai detenuti ricoverati.

Chi era il rapinatore morto?
Si chiamava Juan Marcelo Tejada Jofré, aveva 35 anni ed era considerato un criminale pericoloso, con varie condanne e precedenti per rapina, usurpazioni e un omicidio in carcere.

Perché era piantonato in ospedale?
Era detenuto dal 2024 e si trovava ricoverato nel pabellón judicial dell’ospedale, una zona sotto sorveglianza dove vengono portati i prigionieri che necessitano di cure mediche, mantenendo però lo status di reclusi.

Come è morto durante il tentativo di fuga?
Insieme a un altro detenuto ha forzato una finestra al terzo piano e ha usato lenzuola annodate come corda per calarsi. Durante la discesa è caduto nel vuoto. Soccorso e riportato dentro, è morto poco dopo per le conseguenze della caduta e un arresto cardio-respiratorio.

Ci sono indagini sulle responsabilità della custodia?
Sì. Oltre alla ricostruzione della fuga, le autorità stanno verificando il comportamento del personale penitenziario che aveva in carico il reparto, per capire se ci siano state omissioni o carenze nella vigilanza che hanno reso possibile il tentativo di evasione.