Chi è Mojtaba Khamenei, nuovo leader dell’Iran e figlio di Ali Khamenei: età, biografia, ruolo nei Pasdaran, accuse di repressione e cosa cambia nella guerra con Stati Uniti e Israele

Daniela Devecchi

Chi è Mojtaba Khamenei, nuovo leader dell’Iran e figlio di Ali Khamenei: età, biografia, ruolo nei Pasdaran, accuse di repressione e cosa cambia nella guerra con Stati Uniti e Israele

Per anni il suo nome è circolato a bassa voce, più nei report di intelligence che sui giornali. Oggi invece è al centro della scena mondiale. Mojtaba Khamenei è diventato la nuova Guida Suprema dell’Iran dopo la morte del padre, in piena guerra aperta con Stati Uniti e Israele.

Chi lo segue da tempo sostiene che non sia un volto nuovo, ma il vero “regista” del sistema già da anni. Solo che adesso il regista è salito sul palco, sotto i riflettori, nel momento più delicato della storia recente della Iran.

Età, origini e famiglia

Mojtaba nasce nel 1969 a Mashhad, una delle città sante dello sciismo. È il secondo figlio maschio di Ali Khamenei, la Guida che ha dominato la Repubblica islamica per oltre trent’anni, e di Mansoureh, moglie rimasta sempre lontana dalla ribalta pubblica.

Da ragazzo partecipa alla guerra Iran–Iraq, arruolato nei Guardiani della Rivoluzione – i Pasdaran – e torna poi agli studi religiosi. Si forma nel seminario di Qom, cuore del clero sciita, seguendo corsi con alcuni dei teologi più conservatori.

Dal punto di vista ecclesiastico non è considerato un “grande ayatollah”: la sua formazione è reale, ma il salto diretto alla massima carica religiosa e politica è uno dei punti che hanno fatto storcere il naso a parte del clero tradizionale.

Sul piano personale, Mojtaba è sposato con Zahra Haddad-Adel, figlia di Gholam-Ali Haddad-Adel, politico di primo piano e uomo di fiducia del vecchio establishment. Un matrimonio che salda ancora di più i legami fra la famiglia Khamenei e il blocco conservatore storico.

Secondo ricostruzioni convergenti, nei raid che hanno colpito il compound di Ali Khamenei a Teheran sarebbero morti diversi parenti stretti, compresa la moglie di Mojtaba. Un trauma personale che molti analisti non escludono pesi sul suo atteggiamento iper-duro in questa fase.

Dall’ombra del padre alla stanza dei bottoni

Ufficialmente, per anni, Mojtaba non ha ricoperto cariche di governo. Nessuna presidenza, nessun ministero, nessun seggio in Parlamento. Eppure chi studia l’Iran sa che spesso il potere vero abita negli uffici, non nei titoli.

È all’Ufficio della Guida Suprema che il suo nome compare sempre più spesso fin dalla fine degli anni Novanta. Lì, raccontano diplomatici e analisti, Mojtaba diventa il filtro principale verso il padre: controlla chi può vederlo, quali dossier arrivano al suo tavolo, quali nomi vengono proposti per certe poltrone.

In pratica, un gatekeeper. Non visibile nei comizi, ma presente in ogni passaggio chiave: dalla selezione dei candidati “graditi” alle elezioni, alla gestione dei rapporti con i vertici militari, fino ai contatti con il mondo degli affari legato al regime.

Questa posizione, accumulata per anni, spiega perché al momento della morte di Ali Khamenei il suo nome fosse già dato come favorito alla successione, nonostante l’assenza di incarichi formali.

Il rapporto con Pasdaran e Basij

Per capire Mojtaba, bisogna capire il suo legame con i Corpi delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC, i Pasdaran) e con la milizia paramilitare Basij.

Fin dai tempi della guerra con l’Iraq, i Pasdaran sono molto più di un esercito parallelo: sono un potere politico ed economico. Costruiscono strade, controllano porti, guidano aziende, gestiscono intelligence e operazioni all’estero.

Mojtaba, ex combattente e poi uomo-chiave nell’ufficio del padre, diventa negli anni un punto di contatto naturale fra la Guida e i comandanti dei Pasdaran. I rapporti con figure pesantissime come Qassem Soleimani, il generale dei Quds Force ucciso dagli USA nel 2020, nascono proprio in questo incrocio tra religione, sicurezza e politica estera.

La milizia Basij, invece, è lo strumento per il controllo interno: volontari armati, spesso giovanissimi, usati nelle piazze al fianco della polizia. È su di lui che, più volte, l’opposizione interna scarica l’accusa di aver dato mano libera alle forze repressive, soprattutto nei momenti di protesta.

Le accuse di repressione: dal Movimento Verde a Mahsa Amini

Il suo nome comincia a circolare fuori dall’Iran nel 2009, con il Movimento Verde. Dopo le presidenziali contestate che confermano Mahmoud Ahmadinejad, le strade si riempiono di manifestanti che gridano ai brogli.

In quei giorni, diversi leader riformisti fanno capire che, secondo loro, Mojtaba avrebbe avuto un ruolo diretto sia nel pilotare l’esito del voto, sia nel coordinare la risposta repressiva: Basij nelle strade, arresti di massa, processi farsa.

È in quel contesto che nei cortei si sentono slogan diretti proprio contro di lui, un fatto raro per una figura fino ad allora considerata “invisibile” al grande pubblico.

Anni dopo, durante le proteste esplose nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, il suo nome torna nei report di ONG e media indipendenti come uno dei falchi più intransigenti, contrario a qualsiasi concessione politica.

Formalmente, Mojtaba non ha mai risposto a queste accuse. Il suo stile resta quello di sempre: nessuna conferenza stampa, nessuna intervista, massimo riserbo. Ma nella memoria di molti iraniani, soprattutto giovani, il suo volto è legato alle immagini di repressione più che ai discorsi ufficiali.

La guerra 2026 e la successione lampo

Il punto di svolta arriva con la guerra apertasi nel 2026, quando il conflitto a bassa intensità tra Iran, Israele e Stati Uniti salta di livello. L’attacco che uccide Ali Khamenei nel suo compound di Teheran spacca il sistema al vertice: una Repubblica islamica concepita attorno alla figura della Guida si ritrova, di colpo, senza il suo perno.

In teoria, la Costituzione prevede che la Guida Suprema sia scelta dall’Assemblea degli Esperti, un organo di religiosi eletti che dovrebbe valutare il profilo teologico e politico dei candidati. In pratica, in un clima di raid, allarmi e minacce di escalation, il margine di scelta è strettissimo.

Da un lato c’è chi spinge per una soluzione “collegiale” o temporanea, dall’altro i Pasdaran, preoccupati di tenere unito il fronte interno, puntano sul figlio del leader appena ucciso. È l’unico che garantisca, ai loro occhi, continuità assoluta: stesso cognome, stessi legami, stesso blocco di potere.

L’8 marzo 2026 arriva l’annuncio ufficiale: Mojtaba è la nuova Guida Suprema dell’Iran.
Per la prima volta dalla rivoluzione del 1979, la carica passa da padre a figlio. Sul piano simbolico, è un salto enorme: la Repubblica islamica nata contro l’idea di monarchia ereditaria si ritrova, di fatto, con una successione dinastica al vertice.

Patrimonio, soldi e potere fuori dall’Iran

Accanto alla mappa del potere politico e militare, ce n’è un’altra che sta emergendo con forza: quella economica.

Indagini giornalistiche recenti hanno descritto un impero di beni e investimenti all’estero riconducibili all’entourage di Mojtaba Khamenei: palazzi e appartamenti di lusso in Europa, partecipazioni in hotel, società immobiliari con sede in capitali finanziarie molto lontane da Teheran.

Nulla, quasi mai, risulta intestato direttamente a lui. In mezzo ci sono prestanome, uomini d’affari vicini ai Pasdaran, scatole societarie. Ma l’idea che la nuova Guida possa contare su una rete di asset fuori dall’Iran fa discutere, soprattutto mentre il paese è sotto pesanti sanzioni e la popolazione affronta un’economia in crisi.

Questo nodo – ricchezza personale dei leader vs sacrifici chiesti ai cittadini – è uno dei punti che potrebbero alimentare malcontento interno nel medio periodo.

Cosa potrebbe cambiare ora, per l’Iran e per il mondo

Mojtaba eredita un sistema già molto centralizzato, ma lo fa in un momento di guerra aperta e con un grado di isolamento internazionale che l’Iran non viveva da anni.

La sua storia personale e politica lascia immaginare alcune linee di continuità e di irrigidimento:

  • una fiducia quasi totale nei Pasdaran, che in pratica diventano il suo pilastro;
  • una diffidenza profonda verso i riformisti e chiunque proponga aperture strutturali all’Occidente;
  • una possibile spinta ad accelerare su dossier come quello nucleare, considerato da molti nel suo entourage l’unico scudo reale contro i cambi di regime.

Nel breve termine, è difficile aspettarsi gesti distensivi. Un leader che ha appena perso padre, moglie e pezzi di famiglia in raid stranieri, che viene percepito come “uomo di ferro” interno, ha pochi incentivi a mostrarsi conciliante.

La domanda più grande è se, una volta consolidato il potere, Mojtaba sceglierà di restare il comandante in guerra permanente o se proverà a gestire una qualche forma di tregua per evitare il collasso del paese. Per ora, dalle mosse e dai toni, prevale nettamente la prima ipotesi.

FAQ – Domande frequenti su Mojtaba Khamenei

Quanti anni ha Mojtaba Khamenei?
È nato nel 1969 a Mashhad, quindi nel 2026 ha 56 anni.

Che rapporto ha con i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran)?
Ha combattuto con loro da giovane e, negli anni, è diventato uno dei riferimenti politici della loro leadership. Oggi il suo potere si regge in gran parte proprio sull’alleanza strettissima con Pasdaran e apparato di sicurezza.

Perché la sua nomina è considerata una “successione dinastica”?
Perché la carica di Guida Suprema, teoricamente affidata a un’assemblea di religiosi, è passata dal padre al figlio. In un sistema nato in rottura con la monarchia dello Scià, questo passaggio familiare è una rottura simbolica molto forte.

È vero che Mojtaba Khamenei è sotto sanzioni internazionali?
Sì, è colpito da sanzioni statunitensi già dal 2019 come parte della cerchia ristretta del vecchio leader. Diverse inchieste collegano il suo nome a reti economiche e immobiliari all’estero, pur senza proprietà intestate direttamente a lui.

Che ruolo ha avuto nelle proteste interne degli ultimi anni?
Opposizione e osservatori lo indicano come uno dei principali fautori della linea dura, dal Movimento Verde del 2009 alle proteste dopo la morte di Mahsa Amini. Non ha mai commentato pubblicamente queste accuse, ma la sua immagine è strettamente legata alla gestione repressiva del dissenso.